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Anime Tea Time · Aug 10, 2026

3 Doppiatori che devi assolutamente conoscere

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Alla scoperta dei creativi che danno forma agli anime che amiamo

L’arte di creare un anime è il frutto dell’opera corale di una moltitudine di creativi che si occupano degli aspetti più disparati: dal dare vita ai personaggi realizzandone i design alla stesura della sceneggiatura che ne determina le interazioni; dal disegno dei fotogrammi chiave che ne dettano il movimento alla pittura dei fondali che danno tangibilità e vita al mondo in cui questi agiscono; dalla partitura della colonna sonora che dà ritmo alla storia al montaggio e mixaggio che mettono insieme tutto.

Con questa rubrica vogliamo andare a esplorare le figure che hanno infuso la propria personalità nei cartoni animati che tanto amiamo. Un ruolo per puntata, tre artisti scelti ognuno da un membro del trio. Oggi continuiamo con tre doppiatori che devi assolutamente conoscere!

La scelta di Giaggiu:

Kenjiro Tsuda: la voce profonda e inconfondibile del sex symbol di mezz’età

Quando si pensa alla voce maschile adulta, profonda e sexy, uno dei primi nomi - se non il primo - a venire in mente è senza dubbio quello di Kenjiro Tsuda, attore e doppiatore classe 1971 e incarnazione del concetto stesso di “イケオジ“ (“ikeoji”), ovvero “figaccione di mezz’età”. E in fondo, come dargli torto? La sua voce calda, rauca, cavernosa e incredibilmente matura lo rende perfetto per recitare ruoli adulti; il prototipo perfetto del personaggio disincantato e stoico, un po’ come i suoi Kishibe in “Chainsaw Man” e Kento Nanami in “Jujutsu Kaisen”.

Detto questo, è curioso considerare che il ruolo della sua consacrazione è arrivato piuttosto tardi nella sua vita, quando Tsuda aveva già 29 anni, in un periodo in cui stava affrontando la povertà a causa di una carriera che non ingranava. Tsudaken infatti ha più volte raccontato di aver faticato perfino a portarsi il pane in tavola e di essersi ritrovato a studiare i copioni al lume di una candela fino a quando, nel 2000, non ha sostenuto e vinto il provino per Seto Kaiba di “Yu-Gi-Oh!”, ruolo che appunto gli ha cambiato la vita.

In età adulta, grazie alla sua voce dal timbro profondo e graffiante ma anche alla sua innegabile bellezza da “uomo maturo”, la sua popolarità è cresciuta vertiginosamente per il suo charme e adesso, all’età di 55, è diventato un vero e proprio sex-symbol della cultura pop nipponica. Oltre che doppiatore è diventato anche un attore di successo e un regista.

Per quanto negli anime, proprio per via della peculiarità della sua voce, fatichi a interpretare ruoli da protagonista, vanta un curriculum di tutto rispetto e ha prestato la voce ad alcuni personaggi che sono diventati iconici tra i fan; uno tra tutti (almeno per me) la giraffa di “Shoujo☆Kageki Revue Starlight”.

A riprova lampante della sua abilità - oltre che del suo carisma - c’è un divertente momento di dietro le quinte della produzione del drama televisivo del 2022 “Ore no Kawaii wa Mōsugu Shoumikigen!?” ("La mia carineria sta per scadere!?"), nel quale Tsuda ha recitato come attore. Durante la promozione del drama, si è tenuta una gara per la “voce affascinante” (“ike-voice championship”), nella quale lui e altri due membri del cast maschile si sono messi in gioco per recitare con il tono più affascinante possibile il titolo della serie. Chiaramente Tsudaken ne è uscito vincitore, riconosciuto dai suoi colleghi che sono scoppiati a ridere, non potendo fare a meno di ammettere la propria sconfitta. La clip, diventata virale sui social, ha messo in mostra non solo l’immenso talento e la voce magnetica di Tsuda, ma anche l’enorme rispetto che i suoi colleghi attori gli portano.

Recentemente, Tsudaken ha fatto impazzire internet per essere diventato protagonista della prima, storica causa legale in Giappone di un doppiatore contro TikTok per l’uso non autorizzato della propria voce tramite l’AI. Nello specifico, la causa sarebbe partita dal fatto che un account avrebbe pubblicato circa 200 video utilizzando una voce sintetizzata del tutto identica alla sua. Tsuda avrebbe giustamente sostenuto che “la sua voce è un segno distintivo del suo valore professionale e commerciale”. Questo caso è stato una svolta per l'intera industria dei seiyū, e ha portato il doppiatore a diventare un simbolo della difesa dei diritti digitali e dell'identità vocale degli artisti contro i deepfake. Perché quando una persona ha un talento del genere, non può non essere riconosciuta e preservata.

La scelta di Italo:

Takahiro Sakurai: era un brav’uomo

Onestamente non sapevo che cacchio scrivere, perché i doppiatori sono figure che mi interessano poco e lascio che a fare la fangirl sia Giaggiu, dato che ha anche il phisique du role. L’articolo però si deve scrivere, e quindi ho iniziato a spremermi le meningi: Junichi Suwabe? No, ha fatto “Bleach”. Noriaki Sugiyama? No, ha fatto “Bleach”. Shintaro Asanuma? Beh, non ha fatto “Bleach”, ma il suo personaggio in “Hypnosis Mic” mi sta antipatico. E quindi, anche se ha fatto il peccato mortale di doppiare uno dei co-protagonisti più odiosi della storia, la scelta deve ricadere sull’adultero caduto in disgrazia, Takahiro Sakurai. Anche se ha fatto “Bleach”.

La sua carriera ha inizio nel 97 con dei piccoli ruoli sul monolitico “Bakusou Kyodai Let’s&Go”, e ci mette davvero parecchio per ingranare. Tolto Tentomon, che, diciamolo, è il più brutto tra i “Digimon”, i primi ruoli più riconoscibili sono quelli da protagonista su “Cromartie High School” e “Zatch Bell”. Il primo, perché evidenzia la duttilità di una voce che a primo acchitto parrebbe piatta e monocorde: proprio sfruttando tale sottigliezza, Sakurai recita i monologhi mentali del giovane Takashi con la serietà di un adulto navigato e crea un contrasto brillante con la demenzialità della serie. Il secondo, sia perché ben più famoso, sia perché mette il nostro nei panni di un eroe d’azione per la prima volta: come Kiyomaro, Takahiro è sicuro di sé, fa la voce grossa, si lega al volto grintoso e pieno di vita. Sono due ruoli diversissimi, su cui però il nostro lascia abilmente il segno mostrando una capacità di adattamento che gli è valsa una vasta gamma di ruoli.

Si va da quella peste di Suzaku (“Code Geass”), che ha interpretato con carica teatrale e una certa dose di rabbia per la vita, a Rohan Kishibe (“Le Bizzarre Avventure di Jojo”), dotato di una faccia così granitica da non poter avere altro che una voce glaciale come quella di Sakurai quando pensa ai gatti morti. Nei due Battle del decennio, “Demon Slayer” e “Jujutsu Kaisen”, ha fatto due personaggi si accomunati dal razzismo ma comunque posti agli spettri opposti della moralità: con Giyuu fa vibrare le corde dell'onore e della giustizia, spezzando la voce con l’impeto di chi spaccherebbe una porta a calci, mentre Geto raggela, inquieta, sembra ridere mentre dice cose orribili. I ruoli indimenticabili, però, sono tre.

C’è Shogo Makishima, l’affascinante manipolatore al centro dei misteri di “Psycho-Pass”, un personaggio destinato a durare poco che ha la presenza di Maradona in area di rigore. Sakurai lo fa a metà tra il divertito e l’annoiato, calca quando è in presenza della sua nemesi e si ritira se invece c’è da fare un lungo discorso pieno di rimandi filosofici.
Segue poi Yasaburo Shimogamo (“The Eccentric Family”), terzogenito di una famiglia di Tanuki che deve vivere una serie di avventure una più stramba dell’altra; stavolta zero spocchia, corde vocali un po' più piene e un’interpretazione carica di emozioni sottese, con tante sfumature che corrispondono alla densità caratteriale del personaggio.
Chiudo infine con Reigen (“Mob Psycho 100”), l’interpretazione probabilmente più iconica e riuscita: mischiando le articolazioni più comiche al suo tono deciso, tira fuori un personaggio esplosivo che a sua volta riesce a indossare più cappelli. È, se vogliamo, il riassunto perfetto di una carriera passata ad usare una voce monouso in svariate maniere: come il maestro di Mob, Sakurai inganna lo spettatore con i suoi molteplici talenti. Peccato che non sia riuscito a fare altrettanto con la moglie.

La scelta di Paolo:

Mamoru Miyano: un doppiatore istrionico o un genio della voce?

C’è un equivoco che accompagna Mamoru Miyano da anni: quello dell’attore sopra le righe. La sua fama è legata a personaggi enormi, teatrali, quasi impossibili da contenere. Light Yagami (“Death Note”) che ride della propria onnipotenza, Okabe Rintarō (“Steins;Gate”) che declama nel vuoto il suo delirio da scienziato pazzo, Osamu Dazai (“Bungo Stray Dogs”) che trasforma ogni battuta in una posa. Da qui l’idea che Miyano sia un istrione, uno che spinge. La sua grandezza sta invece nel controllo, e capire questo aiuta a leggere tutto il resto.

L’equivoco ha una spiegazione biografica precisa. Miyano non arriva dal doppiaggio ma dal palco: è entrato nell’Himawari Theatre Group a sette anni e ha recitato in teatro, musical compresi, prima ancora di trovare un microfono. Il teatro insegna a modulare l’intensità in funzione dello spazio, a sapere quando riempire la scena e quando lasciarla respirare. Miyano porta quella disciplina nel doppiaggio, dove la tentazione opposta, quella di riempire sempre e dimostrare sempre, è fortissima.

Prendiamo Light Yagami, il ruolo che nel 2006 lo ha reso una voce riconoscibile. È facile ricordare le risate maniacali e i monologhi deliranti, i momenti in cui il personaggio esplode. Ma la costruzione di Light sta altrove: nel controllo glaciale della voce quando finge di essere uno studente modello, nella differenza minima eppure percepibile tra il Light pubblico e quello che nessuno vede. La discesa dal ragazzo idealista al killer megalomane funziona perché Miyano gestisce lo scarto tra fascino e follia come una progressione graduale e non come un interruttore. L’esplosione conta solo se prima c’è stata la trattenuta.

Okabe Rintarō è il caso in cui questa capacità diventa lampante. Nella prima parte della serie Okabe è puro teatro: la finta identità di “Hōōin Kyōma”, le telefonate a un’organizzazione che non esiste, il tono grandioso e ridicolo di chi recita un ruolo per proteggersi dal mondo. Miyano lo interpreta con un gusto quasi caricaturale, ed è la scelta giusta, perché il personaggio stesso sta recitando. Poi la storia vira nel dramma: Okabe si trova intrappolato in un ciclo di viaggi nel tempo che gli strappa via le persone a cui tiene, e la voce cambia registro senza mai spezzarsi. La stessa gola che declamava assurdità ora porta un dolore autentico, e la teatralità di prima si rivela per quello che era, una maschera che il personaggio indossava e che l’attore sapeva far cadere al momento giusto. È una delle performance più celebrate del doppiaggio anime moderno proprio per questo doppio movimento.

La gamma di Miyano, del resto, si misura meglio nella distanza tra i suoi ruoli che nella loro somiglianza. Nello stesso arco di carriera ha dato voce a Setsuna F. Seiei in “Gundam 00”, un soldato chiuso e monocorde che comunica quasi per rifiuto della comunicazione, e a Tamaki Suoh in “Ouran High School Host Club”, un principino esuberante e comico costruito interamente sull’energia. Sono due poli opposti dello spettro recitativo, uno tutto sottrazione e l’altro tutta espansione. Che siano la stessa voce è quasi difficile da credere, e non è un caso che nel 2008 abbia vinto i premi più importanti del settore per ruoli protagonisti agli antipodi tra loro.

Vale la pena aggiungere un dato che spiega la sua sensibilità per la voce come materiale sonoro. Parallelamente al doppiaggio, Miyano ha una carriera da cantante avviata nel 2007, con un debutto discografico che ha accompagnato gli anni della sua ascesa come seiyū. Non è un’attività separata. Chi lo ascolta recitare sente un orecchio per il ritmo e per la cadenza, per il modo in cui una frase sale e scende: la stessa attenzione al fraseggio che serve per cantare. Le sue interpretazioni hanno una musicalità che è rara in chi tratta il testo solo come significato e non anche come suono.
Quello che rende Miyano un nome su cui vale la pena tornare non è la potenza, che hanno in molti. È il fatto che sa dove metterla e, soprattutto, dove non metterla.

In un mestiere in cui la tentazione è sempre di dare di più, lui ha costruito la sua reputazione capendo che il momento più forte è quasi sempre preceduto da uno più quieto. I suoi personaggi urlano perché prima hanno sussurrato, impazziscono perché prima erano lucidi. La follia teatrale che tutti gli riconoscono poggia su un fondo di controllo assoluto, ed è quel fondo, non l’urlo, il vero lavoro d’attore.
Chi lo etichetta come istrione si ferma alla superficie. Miyano recita per precisione più che per eccesso, e la differenza è tutto.

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