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Il 21 maggio in Giappone si entra nella micro-stagione di Shōman, la "piccola pienezza". È il momento in cui il fronte delle piogge risale da Okinawa e Kyūshū verso il nord dell'arcipelago, le giornate si fanno grigie e i contadini aspettano di sapere se il primo raccolto ce l'ha fatta. Una stagione sospesa tra la malinconia della pioggia incessante e il sollievo silenzioso di chi vede spuntare le piantine dal fango.
Il cielo sopra Kyūshū si fa più scuro e comincia la stagione delle piogge. Il fronte umido arriva da sud, portando con sé settimane di grigio e di acqua. Nei campi ormai allagati, chi lavora la terra non si ferma. Controlla le piantine di riso, verifica i canali di irrigazione, si muove nel fango con la concentrazione silenziosa di chi sa che non può fare altro che aspettare.
In giapponese la chiamano gogatsubyō, cioè la “malattia di maggio”. È la stanchezza che arriva con le piogge continue, le giornate senza sole, l'umidità che entra nelle ossa. Per chi vive in campagna, la pioggia è necessaria e allo stesso tempo opprimente. Si resta chiusi in casa, si beve un tè lasciandolo raffreddare piano piano sul tavolo, si guarda la finestra rigata d'acqua aspettando che il cielo decida di riaprirsi.
Il nome della stagione, alla fine, mantiene la sua promessa. Shōman significa "piccola pienezza", e il senso di pienezza è quello che si prova quando si constata che il primo raccolto è al sicuro, mentre i raggi del sole tornano a toccare i campi. Sul tavolo compaiono i frutti del periodo, asparagi, nespole e il primo grano. Un sollievo contenuto, nello stile di chi lavora la terra con le mani.
Shōman ricorda che in Giappone il calendario misura oltre ai giorni anche il rapporto tra le persone e ciò che cresce sotto i loro piedi.

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