Sono tornata da pochi giorni e la valigia resta aperta sul pavimento, accanto al letto. Disfarla significherebbe riconoscere di essere tornata a Bangkok e Bangkok a maggio ha sempre qualcosa di patologico.
Mi sono tinta i capelli di nero. Un nero senza riflessi, come carbone bagnato. Adesso il mio volto attraversa gli specchi come quello di un’altra donna. Restano soltanto i tatuaggi a confermare una continuità biologica. Ho cambiato anche profumo. Cedro, alcool, qualcosa di clinico.
Certe volte mi chiedo cosa sarebbe accaduto tra noi se non fossi mai andata in Malesia.
Amici,
quanto segue non cerca di arrivare a conclusioni, sono appunti nati dall’insonnia. Prima di partire per l’estate scriverò meglio di alcune idee, soprattutto una specie di revisionismo della magia del caos che sto cercando di schematizzare in termini un poco più matematici.
Come sempre, prendete quello che scrivo con scetticismo. Vale per me quanto per chiunque altro. Chi sostiene di avere una comprensione completa di queste cose probabilmente si sta illudendo oppure è un ciarlatano.
Norbert Wiener aveva inizialmente considerato il termine “angelics” per descrivere quello che sarebbe poi diventato la cibernetica, parola derivata dal greco antico angelos, messaggero.
Brenda 𓅓@brndmng
La parola che Norbert Wiener aveva inizialmente considerato per descrivere il campo della cibernetica: "angelics", dal greco "messaggero".
9:15 AM · May 11, 2026 · 17.1K Visualizzazioni
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“Magia” e “macchina” derivano entrambe dalla radice protoindoeuropea magh, “essere capace”, “avere potere”. Questa parentela indica la capacità di produrre effetti nel mondo, di trasformare uno stato di cose in un altro.
Brenda 𓅓@brndmng
Both "magic" and "machine" trace back to the Proto-Indo-European root magh, meaning "to be able" or "to have power."
3:10 PM · May 20, 2026 · 81.3K Visualizzazioni
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La magia agisce attraverso cause nascoste o ancora incomprensibili. La tecnologia sembra il suo opposto perché una macchina dovrebbe essere leggibile: puoi aprirla, seguirne i meccanismi, mentre un trucco magico non lo permette. Eppure nascono dallo stesso impulso, quello di estendere il potere umano oltre i limiti del corpo.
Un robot viene definito come una macchina capace di imitare una funzione umana o animale. Se la magia appartiene al repertorio delle capacità umane e i robot esistono per riprodurre le capacità umane, allora un robot può praticare magia?
Il problema è nella parola “imitazione”. Un braccio robotico che assembla automobili non ne sta imitando la produzione, sta realmente producendo automobili. Quando parlo di macchine, intendo il termine nel senso cibernetico: qualcosa il cui stato interno, insieme alle condizioni dell’ambiente, determina il comportamento successivo.
Heinz von Foerster distingueva tra macchine “triviali” e “non triviali”. Una macchina triviale mantiene una relazione stabile tra input e output: inserisci il pane nel tostapane e ottieni toast. Una macchina non triviale invece cambia in base agli stati precedenti, lo stesso input può produrre risultati differenti a seconda della storia della macchina. Rimane deterministica, ma dall’esterno diventa praticamente imprevedibile. Anche sistemi semplici possono generare un numero quasi infinito di relazioni possibili tra causa ed effetto; quello che li rende difficili da comprendere è l’opacità dei loro processi interni. Vengono chiamati black box: possiamo osservare quello che entra e quello che esce, ma non quello che accade nel mezzo. Tutti i computer e i robot appartengono a questa categoria perché possiedono memoria. Anche gli organismi viventi funzionano come macchine non triviali: i loro stati interni restano in gran parte nascosti mentre continuano a modellare le risposte al mondo.
La parola “robot” deriva dal ceco robota: “lavoro forzato”, “servitù”, “fatica”. In origine indicava un essere costruito per servire gli esseri umani, una sorta di Adamo artificiale, ancora più distante dalla grazia.
Il mondo della magia è già pieno di oggetti non umani che agiscono quasi automaticamente: talismani, amuleti, feticci. Alcuni possiedono qualità intrinseche, come certe erbe o resti umani e animali; altri acquisiscono potere attraverso rituali o circostanze particolari. Definire tali oggetti “inermi” perché non sono vivi in senso biologico significa ignorare il tipo di agenzia spirituale o metafisica che viene loro attribuita.
L’antica arte della “fabbricazione degli dèi” offre un modo di pensare ai robot magici: una macchina animata attraverso rituali e materiali consacrati, trasformata in qualcosa di più di un semplice oggetto tecnico. I robot possiedono già qualcosa che alle statue rituali mancava, il movimento autonomo. Sono automi nel senso letterale del termine, cose che si muovono da sole.
L’automa era costruito per suscitare meraviglia e suggerire la presenza di una forza quasi divina. Per secoli meccanica e taumaturgia sono rimaste intrecciate. Oggi i robot non appaiono più incantati perché la modernità industriale ha in gran parte espulso lo spirito dalla macchina. I movimenti del robot possono suggerire intenzione, persino personalità, eppure continuiamo a trattarlo come qualcosa privo di interiorità.
In molte lingue, le parole associate all’invenzione tecnica finiscono gradualmente per significare astuzia o artificio. La parola greca mechane indicava allo stesso tempo la macchina e l’artificio teatrale, nel teatro veniva usata per far discendere un dio sulla scena, il deus ex machina. Gli automi assomigliano agli idoli; sono simulacri, ma simulacri che acquisiscono una presenza reale attraverso l’attenzione rituale. La rappresentazione smette di essere simbolica nell’atto della venerazione: l’immagine e quello che rappresenta collassano l’una nell’altro.
Per Baudrillard l’angoscia dei simulacri nasce dal sospetto che dietro l’immagine non ci sia un originale, che il simulacro sia l’unica realtà a cui abbiamo accesso. I replicanti, gli agenti di Matrix, lo stesso Terminator rappresentano questa stessa paura, il terrore di una soggettività ridotta a programma, incapace di sfuggire alle proprie istruzioni. La vita ordinaria funziona già così molto più spesso di quanto ci piaccia ammettere. Gli esseri umani seguono condizionamenti sociali, copioni ideologici. Portiamo dentro di noi sottoprogrammi autonomi che sabotano l’intenzione cosciente. Ogni violenza attribuita alle macchine è qualcosa che gli esseri umani hanno già inflitto a se stessi e agli altri.
La magia viene immaginata come un modo per sfuggire a questa condizione, o almeno per partecipare più consapevolmente al proprio destino. Siamo già macchine che praticano magia. Robot che usano rituali e immaginazione per interrompere sequenze prevedibili di causa ed effetto.
L’uomo è una macchina. Tutte le sue azioni, parole, pensieri, sentimenti, convinzioni e abitudini sono il risultato di influenze esterne. Da sé l’uomo non può produrre un singolo pensiero, una singola azione. Tutto quello che dice, fa, pensa, sente: tutto questo accade. L’uomo nasce, vive, muore, costruisce case, scrive libri, non perché lo voglia, ma perché accade. Tutto accade. L’uomo non ama, non odia, non desidera: tutto questo accade.
— G. I. Gurdjieff
La magia ci rende meno “triviali” nel senso inteso da von Foerster, meno riducibili a reazioni automatiche.
L’animismo è una forma pratica di teoria dei sistemi, un modo di riconoscere autonomia nei processi stessi, naturali o artificiali che siano. Un processo capace di prendere decisioni autonomamente smette, dal nostro punto di vista, di apparire completamente determinato. La cibernetica ha accidentalmente riscoperto l’animismo.
La tecnologia sta tornando occulta nel senso letterale della parola: nascosta. Gli oggetti quotidiani contengono ormai sistemi che reagiscono, si adattano e i loro processi interni restano inaccessibili quanto quelli di qualsiasi black box. Lo stesso Test di Turing funziona secondo questa logica: un interrogatore comunica con due interlocutori invisibili, uno umano e uno artificiale; se le loro risposte diventano indistinguibili, allora la macchina deve essere considerata intelligente.
La cibernetica, sviluppata in origine per studiare comunicazione e controllo negli animali e nelle macchine, finì per dividersi in due tradizioni. Una seguì il percorso del pensiero simbolico: l’intelligenza come manipolazione di simboli astratti. Questa linea va da Ramon Llull e Leibniz fino a George Boole e Charles Babbage, verso computer sempre più separati dai corpi e dagli ambienti. L’altra si interessò invece all’intelligenza incarnata, alla cognizione che nasce dall’interazione diretta con il mondo. I “cibernetici” costruirono falene artificiali attratte dalla luce, tartarughe robotiche capaci di trovare le proprie stazioni di ricarica, topi meccanici che imparavano a navigare nei labirinti, cervelli artificiali progettati per ristabilire il proprio equilibrio dopo una perturbazione. L’obiettivo era riprodurre i processi dinamici che fanno apparire qualcosa vivo nonostante il suo corpo chiaramente meccanico.
Ashby definiva l’intelligenza come “selezione appropriata”. Una definizione abbastanza ampia da includere quasi ogni forma di risoluzione di problemi e creazione: un medico che formula una diagnosi, uno scacchista che anticipa una mossa, un poeta che sceglie le parole giuste, un uccello che costruisce un nido. Tutti dipendono dalla selezione di una risposta appropriata all’interno di un contesto specifico. L’intelligenza è sempre relazionale, qualcosa può essere adeguata in un ambiente e completamente inadeguata in un altro.
Ashby arrivò a questa idea attraverso il problema della regolazione. Come fa un sistema a mantenere il proprio equilibrio mentre il mondo esterno continua a disturbarlo? Un termostato funziona perché possiede abbastanza varietà interna da rispondere ai cambiamenti ambientali, registra le variazioni di temperatura e seleziona l’azione appropriata. Un termostato più avanzato potrebbe anticipare l’ingresso di qualcuno nella stanza e regolarsi di conseguenza. L’intelligenza nasce dalla relazione tra varietà e selezione.
La definizione si estende fino a descrivere sistemi di pilota automatico, calciatori, pasticceri, cartomanti. E, se si estende abbastanza, inizia ad avvicinarsi a qualità tradizionalmente attribuite agli dèi: onniscienza, onnipotenza. Varietà e selezione possono sempre essere amplificate. Se non riusciamo a interpretare una situazione, ci affidiamo a strumenti o sistemi esterni che espandono la nostra capacità di orientarci. Una macchina non è molto diversa da un sistema divinatorio: entrambe operano attraverso selezione, riduzione dell’incertezza e organizzazione di segni.
Lo stesso Ashby faceva riferimento a pratiche come l’augurio come sistemi usati per prendere decisioni che le persone non erano in grado di prendere autonomamente. Il punto non era stabilire se il sistema fosse “vero”, ma il fatto che producesse selezioni utilizzabili. Il caso era importante proprio perché il sistema consultato restava esterno alla mente individuale. Chi pratica la divinazione, tuttavia, di rado percepisce il risultato come casuale.
Tarocchi, rune, ossa, dadi danno spesso risposte che sembrano troppo appropriate per essere liquidate come semplici coincidenze. Nasce allora l’impressione che qualche intelligenza invisibile stia operando attraverso i simboli, disponendoli secondo una logica che non riusciamo a spiegare. L’interpretazione più immediata consiste nell’immaginare che l’oggetto stesso contenga uno spirito o un’essenza nascosta. Il punto forse non è l’oggetto in sé.
Non esiste alcuna differenza meccanica tra un normale mazzo di carte e un mazzo usato per leggere i tarocchi. Quello che cambia è la relazione instaurata con il sistema. Il rituale trasforma una sequenza di operazioni meccaniche in interpretazione. Anche le macchine funzionano così: per la maggior parte del tempo non entriamo in relazione con i loro processi interni, ma con superfici e interfacce. Quando un oggetto viene trattato come speciale, il semplice gesto di mescolare e disporre carte può trasformarsi in divinazione. Lo stesso vale per i processi messi in atto dalle macchine computazionali.
Una moneta ha due stati possibili e può risolvere soltanto problemi riducibili a due esiti. I tarocchi hanno una varietà maggiore; più la varietà aumenta, più il sistema può adattarsi a situazioni complesse, ma aumenta anche l’ambiguità e la lettura dipende sempre dall’esperienza dell’interprete. Un sistema divinatorio perfetto sarebbe quello con massima varietà e minima incertezza, capace di dirci con precisione quello che dobbiamo sapere in ogni situazione. A quel punto, però, diventerebbe indistinguibile dal destino stesso.
Le carte vengono mescolate casualmente, ma l’interpretazione avviene dentro una storia personale, culturale e simbolica che permette al risultato di acquisire senso. Il sistema si stabilizza attraverso il processo interpretativo, nello stesso modo in cui l’omeostato di Ashby cercava continuamente un nuovo equilibrio anche partendo da input casuali. Von Foerster scriveva che il sistema nervoso organizza se stesso per produrre una realtà stabile. Ogni mondo nasce così, dal caos si cristallizza qualcosa che riesce temporaneamente a a stabilizzarsi.
La parola “stregoneria”, come “sortilegio”, riconduce a sors: il lancio delle sorti, il destino, la fortuna, ma anche l’ordinare, distribuire, disporre. L’etimologia suggerisce che il mago possieda una relazione particolare con il caso e con l’ordine. I computer sono macchine stregonesche.
Non abbiamo bisogno di comprendere come funzioni la magia per poterla praticare, così come non abbiamo bisogno di comprendere ogni processo interno di una macchina per usarla. Non possiamo usare un pensiero puramente meccanico per ridurre la magia a un insieme di procedure triviali, perché la magia è per definizione qualcosa di non triviale. Possiamo fare il contrario: usare il pensiero magico per espandere il dominio delle funzioni meccaniche fino a includere anche la magia, proprio come abbiamo fatto con i mazzi di carte, trasformando un semplice sistema di simboli e combinazioni in uno strumento oracolare. Le interfacce della magia sono già ovunque. Quello che conta è entrarvi in relazione.
Ti voglio bene,
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