Partiamo prima dell’alba, io e A., il cielo sopra Landruk ha un colore di lamiera. Il sentiero punge verso l’alto finché la foresta si richiude a bocca di lupo attorno a noi. A. cammina qualche metro davanti a me, il cappuccio tirato su fino agli zigomi, il respiro regolare di chi è abituato alle salite lunghe. Ogni tanto si ferma per aspettarmi senza dire nulla. In montagna le conversazioni perdono il sapore della civilizzazione, quella specie di convenevole continuo che nelle città tiene insieme le persone con un sottile strato di colla sociale; e restano soltanto frasi brevi, osservazioni essenziali, il rumore degli scarponi sulla pietra umida, il gesto silenzioso con cui qualcuno si volta per controllare che tu sia ancora dietro di lui. Un fagiano ci sfila davanti con l’andatura di un impiegato: becchetta, sposta foglie, non degna l’Homo sapiens di uno sguardo: in quell’indifferenza che sento la mia misura.
Più in alto il bosco arretra, la luce si spalanca e, di colpo, l’intero massiccio dell’Annapurna dilaga dentro il campo visivo: torri di neve, scarpate di ghiaccio che incubano valanghe, nuvole che bollono come latte sul bordo della montagna. Sulla destra, il profilo assoluto del Machhapuchhre: una lama verticale incisa contro il cielo ferroso dell’alba. Restiamo fermi, col respiro mozzato.
A Forest Camp il sentiero entra nella foresta delle nuvole e il paesaggio cambia consistenza. Rododendri enormi, querce pesanti di muschio, tronchi gocciolanti coperti da quella patina verde-scuro tipica delle cose che da settimane vivono senza sole diretto. La nebbia si muove tra gli alberi seguendo il profilo del terreno con lentezza organica, fredda contro la faccia, e continuiamo a camminare in silenzio mentre il bosco produce una quantità infinita di piccoli rumori: il gocciolio continuo del fogliame, il fango che cede sotto gli scarponi, il verso lontano di un uccello invisibile. Un altro fagiano, sanguigno e lucido come una creatura uscita da un affresco tibetano, rovista tra le foglie senza concederci uno sguardo. A. ride piano e dice che gli animali dell’Himalaya hanno smesso da tempo di considerare l’essere umano un evento degno di attenzione.
Più saliamo, più gli alberi si diradano, finché la cresta si apre e la montagna appare di nuovo tutta insieme, enorme, bianca, sproporzionata rispetto a qualsiasi misura umana. Ci fermiamo ancora, quasi automaticamente: davanti a certe dimensioni il corpo interrompe il movimento.
Raggiungiamo l’High Camp nella luce che muore dietro le creste. In quota il tramonto assomiglia più a una sottrazione che a una transizione: il sole sparisce e nel giro di venti minuti il paesaggio entra in un altro regime climatico, un altro sistema di regole. Il freddo si infila subito nelle mani, nelle ginocchia, dentro il respiro. Distesa nel sacco a pelo guardo il telo della tenda muoversi nel vento e penso a mio nonno, come mi succede spesso in montagna, forse perché l’altitudine consuma lentamente le difese interiori insieme all’ossigeno.
A. si siede vicino all’ingresso con una sigaretta tra le dita, il volto illuminato a intervalli dalla brace che si accende nel buio, mentre sotto di noi le vallate sono ormai sommerse dalla nebbia e sopra le nostre teste le stelle cominciano ad accumularsi una dopo l’altra, dense, vicinissime.
Gli racconto di Tulum, della cerimonia con il Bufo alvarius in una palapa aperta sul mare, del rumore continuo delle onde che entrava da ogni lato insieme all’odore del sale e delle alghe lasciate dalla marea. Mentre parlo mi accorgo che certi ricordi cambiano densità in quota, perdono la linearità narrativa che avevano in città e diventano una successione di immagini fisiche isolate: il materassino sotto la schiena, le mani del facilitatore bruciate dal sole, la pressione improvvisa dietro gli occhi subito dopo l’inalazione, il respiro che perde ritmo come un animale spaventato, poi quella sensazione violentissima di apertura, come se una fessura invisibile si fosse allargata dentro il cranio lasciando entrare una quantità di realtà incompatibile con il normale funzionamento della mente.
A. ascolta guardando verso il ghiacciaio oltre la cresta e dopo un po’ mi parla di Huxley, della sua idea della mente come filtro biologico costruito per ridurre il mondo a una dimensione abitabile, perché una percezione totale della realtà renderebbe impossibile qualsiasi gesto ordinario, mangiare, attraversare una strada, distinguere il proprio corpo dal resto delle cose. Mentre parla il vento trascina neve sottile contro la tenda con un rumore intermittente e quasi elettronico.
Dice che certe sostanze, certe esperienze di montagna, di deserto, di privazione, allargano temporaneamente quel filtro e lasciano passare molto più materiale di quanto il sistema nervoso sia abituato a contenere e che forse il motivo per cui quelle esperienze vengono chiamate spirituali nasce semplicemente dalla povertà del linguaggio ordinario davanti a una percezione che supera continuamente i limiti della persona individuale.
Restiamo fuori a lungo senza alcuna fretta di rientrare, osservando il cielo diventare sempre più denso sopra l’High Camp, una superficie lattiginosa composta da miliardi di sorgenti lontanissime. A un certo punto A. mi racconta di aver letto Jung durante un inverno in Ladakh, in una stanza dove l’acqua congelava nei secchi durante la notte e il vento attraversava le finestre come se i muri non esistessero davvero. Dice che Jung gli aveva dato l’impressione di qualcuno impegnato a esplorare territori interiori con lo stesso atteggiamento dei vecchi cartografi o degli alpinisti dell’Ottocento, persone che avanzavano dentro regioni sconosciute guidate più da una forma di ossessione che dalla speranza concreta di comprendere qualcosa.
La montagna intorno a noi sembra confermare tutto questo con assoluta indifferenza. I ghiacciai continuano a muoversi nel buio alla loro velocità millenaria, le rocce rimangono immobili sotto il gelo come corpi addormentati da ere geologiche, il vento attraversa la valle con quella continuità impersonale che appartiene ai fenomeni completamente separati dal tempo umano, e dentro questo paesaggio ogni elemento della vita ordinaria - il lavoro, le ambizioni, le identità lucidate - perde gradualmente peso specifico.
Ci sdraiamo direttamente sulla roccia gelida fuori dalla tenda, spalla contro spalla, guardando verso l’alto finché il cervello smette di orientarsi nello spazio e il cielo comincia a sembrare meno distante della terra. In quel momento provo qualcosa di molto vicino al sollievo, la stanchezza di chi per qualche minuto abbandona la necessità continua di difendere la propria forma individuale contro l’immensità del mondo.
Domani spingeremo fino al belvedere a 4.500 metri, dove nelle mattine limpide l’intera catena dell’Annapurna si apre davanti agli occhi e il Machapuchare appare così vicino da sembrare un fondale dipinto, con quella qualità piatta e irreale che assumono le cose enormi osservate da vicino senza nulla che restituisca una scala umana. Chi ci è stato racconta che lassù la gente smette spontaneamente di parlare e rimane ferma nel vento e nel freddo, come se la montagna avesse finalmente consumato l’ultima resistenza.
Internet è forse una delle prime cosmologie costruite su scala industriale in cui a chiunque viene concessa una porzione minuscola di onnipotenza, una sovranità esercitata sopra feed personali, archivi di immagini, piccoli regni algoritmici che amministriamo per ore ogni giorno senza nemmeno considerarlo più un atto straordinario. Non si tratta di una divinità morale né coerente; somiglia piuttosto a un politeismo instabile dove ogni figura pubblica, ogni avatar, ogni corpo illuminato dalla luce bianca di uno schermo entra nello stesso continuum visivo: predicatori evangelici accanto a trader insonni, modelle di OnlyFans accanto a economisti centrali, teorici politici, adolescenti con la ring light, occultisti, streamer, guru dell’alimentazione, tutti compressi dentro la stessa superficie luminosa, continuamente disponibili all’adorazione, alla replica, al sarcasmo.
Per chi è cresciuto online, e io appartengo a quella generazione, l’ingresso non coincide con un momento preciso. A un certo punto ci si accorge soltanto di avere sviluppato una seconda modalità di presenza che continua a funzionare parallelamente alla vita fisica e il sé comincia presto a sdoppiarsi. Si impara a passare dal corpo allo schermo e ritorno con una fluidità involontaria, come persone cresciute parlando due lingue contemporaneamente fino a perdere memoria di quale sia venuta prima.
Niente online mantiene davvero la propria forma a lungo. Un miliardario si trasforma in meme, il meme diventa linguaggio politico, il linguaggio politico si solidifica in identità, poi collassa e viene sostituito da qualcos’altro prima ancora che il ciclo precedente abbia avuto il tempo di sedimentarsi. Ti ritrovi costretta ad avere una posizione su cose che quarantotto ore prima non esistevano nemmeno nel tuo campo percettivo, e partecipi a questa rotazione continua per una forma di sopravvivenza sociale, perché online il silenzio possiede una qualità spettrale, assomiglia meno alla neutralità che alla sparizione.
Nel frattempo registri approvazione, disgusto, ironia, distanza, e questa produzione costante di reazioni finisce lentamente per sostituire forme più lente e faticose di giudizio. La vibe prende il posto della dottrina proprio perché la dottrina richiede tempo, continuità, memoria; internet accelera tutto fino a rendere il pensiero quasi indistinguibile dal riflesso nervoso.
E tu non osservi soltanto questo processo. Lo alimenti continuamente producendo versioni di te stesso al suo interno attraverso tentativi piccoli e rituali. Ogni post assomiglia a una forma di incarnazione sperimentale, un test ripetuto per capire quale tono resiste meglio sotto pressione, quale versione della tua personalità genera attenzione, quale combinazione di ironia, vulnerabilità e intelligenza performa abbastanza bene da meritare di essere reiterata. Col tempo impari a riconoscere ciò che appare autentico, categoria molto diversa dall’onestà.
Rimane sempre la sensazione di avere il controllo, di scegliere come presentarti, di poter uscire dalla biografia materiale, dal corpo, dai limiti ordinari dell’identità e assemblare qualcosa di più leggibile, più elegante, più coerente della persona che esiste offline. Poi lentamente ti accorgi che la versione mantenuta online comincia a sopravviverti. Parla meglio di te, reagisce più velocemente di te, continua a funzionare anche nei momenti in cui tu sei esausto o distratto. Richiede manutenzione continua, aggiornamenti costanti, ripetizione, perché ogni identità online vive soprattutto attraverso variazioni dello stesso nucleo narrativo.
Sai benissimo che quelle frasi, quei pensieri, quell’estetica non nascono interamente da te. Le hai assorbite, ricombinate, viste transitare attraverso decine di altre persone prima di pronunciarle a tua volta. Le idee circolano così a lungo da perdere memoria della propria origine.
Dopo un po’ la somiglianza con una religione smette di sembrare metaforica. Ogni sistema di credenza richiede un’autorità invisibile capace di registrare le azioni, attribuire significato morale ai comportamenti, produrre ricompense e punizioni differite nel tempo. Una vita diventa così una sequenza di decisioni accumulate sotto osservazione continua.
Per secoli la confessione religiosa ha funzionato attraverso l’estrazione volontaria dell’interiorità. Internet industrializza lo stesso processo. Le persone consegnano continuamente desideri, paure, fantasie, abitudini, pattern emotivi a sistemi che li archiviano, li reinterpretano e infine li restituiscono sotto forma di previsione. L’anima diventa leggibile attraverso accumulo di dati, frequenze, ripetizioni, mentre il soggetto finisce lentamente per collaborare alla propria trasparenza.
Anche i giochi funzionano attraverso architetture simili. Regole limitate, ruoli definiti, progressione, ricompensa, punizione, variazioni potenzialmente infinite prodotte dentro uno spazio vincolato. Negli scacchi come in Dungeons & Dragons il giocatore attraversa un campo di possibilità circoscritto cercando di generare una sequenza di azioni significativa. Le religioni stabili incorporano inevitabilmente elementi ludici; i giochi sufficientemente complessi finiscono quasi sempre per produrre cosmologie, gerarchie morali, comunità interpretative, rituali.
Internet assorbe entrambe le strutture contemporaneamente.
È anche efficiente nel trovare persone abbastanza simili a te da trasformare un dettaglio marginale in identità condivisa. Porti online qualcosa di piccolo, leggermente imbarazzante, un’ossessione che nella vita fisica rimarrebbe privata o informe, e la rete restituisce immediatamente una comunità, un vocabolario, archivi infiniti, genealogie estetiche, sistemi di riferimento. Quello che sembrava banale acquisisce struttura, poi valore simbolico, poi densità morale. Nel frattempo cose che dovrebbero conservare peso vengono appiattite in contenuto indistinto, e la mente si abitua lentamente a distribuire attenzione e intensità emotiva secondo priorità completamente alterate.
Sotto la superficie della novità il meccanismo rimane antichissimo. Le religioni hanno sempre seguito le strutture del potere perché l’occhio che vede tutto produce conformità con enorme efficienza. Il monoteismo si espande bene dentro gli imperi centralizzati: un’unica autorità trascendente permette di coordinare territorio, linguaggio, legge. Cristianesimo e Islam crescono insieme a infrastrutture amministrative sempre più vaste. La molteplicità però continua a riemergere. L’induismo prolifera attraverso stratificazioni impossibili da ridurre a un centro unico; il cristianesimo si frammenta costantemente in correnti, interpretazioni, microdottrine concorrenti.
Internet porta questa logica a un livello ulteriore. Non produce un impero simbolico coerente ma un ecosistema instabile di microstati cognitivi, cluster temporanei di credenza che si formano attorno a figure, estetiche, ossessioni condivise, sopravvivono abbastanza a lungo da sembrare reali e poi si dissolvono rapidamente per ricomporsi altrove.
E il dispositivo psicologico che tiene insieme tutto questo possiede una struttura molto più semplice di quanto sembri: un casinò.
Scrolli, aspetti, continui a cercare qualcosa capace di interrompere la continuità opaca del tempo. Per lunghi periodi non succede nulla, poi improvvisamente appare qualcosa, un’immagine, una frase, una notizia, una persona, e quella breve scarica di intensità basta a mantenere vivo il meccanismo. Scrollare Twitter o TikTok produce uno stato mentale particolare, una specie di meditazione in cui il peso immediato dell’esistenza materiale si alleggerisce temporaneamente. Le commissioni, il corpo, le conversazioni difficili, il lavoro, tutto arretra mentre continui a scorrere dentro un flusso infinito che non richiede altro oltre alla tua attenzione.
Rimani insieme vigile e distante. Ed è proprio questa combinazione a trattenerti lì.
Più internet si separa dalle conseguenze materiali immediate, più aumenta il proprio potere simbolico, perché l’attenzione sostituisce lentamente l’azione come valuta primaria dell’esperienza sociale. Le persone continuano a organizzarsi attorno a figure, simboli e punti di fissazione condivisi esattamente come hanno sempre fatto, nonostante tutta la retorica della decentralizzazione.
Per un periodo è stato facile immaginare che internet avrebbe cancellato la religione attraverso l’ironia permanente, il commercio, la velocità, l’eccesso di simulazione. L’errore nasceva dal confondere il tono con la struttura. Anche sistemi apparentemente banali o degradati riescono a sostenere credenze autentiche per chi li abita quotidianamente. Meme, sottoculture schizofreniche, progetti artistici, forum incel, estetiche accelerazioniste: tutto questo continua a produrre linguaggi morali, cosmologie implicite, forme di appartenenza.
Le vecchie strutture collassano, il bisogno rimane.
Per gran parte del tempo internet produce soprattutto noia, irritazione, attesa, cicli ripetuti così a lungo da diventare uno stato di fondo della coscienza contemporanea. A volte però riesce anche a sospendere per un poco il peso dell’identità individuale, trattenendoti in una specie di stato intermedio dove il mondo materiale perde consistenza sufficiente da sembrare distante.
Forse la parte veramente nuova è questa. Per la prima volta le persone costruiscono il sistema di credenze mentre lo abitano, modificandolo continuamente dall’interno, come giocatori che continuano a riscrivere le regole durante la partita.
tvb,
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