CEO in fila e braccia alzate mano nella mano: l’AI Impact Summit di nuova Delhi prova a mettere in scena un finale da foto ricordo, con una prossemica festosa, poco occidentale. La geometria, però, si spezza: un vuoto tra le mani di Sam Altman e Dario Amodei risucchia l’attenzione. Il flusso di good vibes si interrompe nella posa cringe dei due pugni chiusi che si sfiorano a mezz’aria. La nota a margine è chiara: la “community” è una coreografia, mentre la competizione tra colossi non conosce confini.
Il micro-drama non avviene in territorio neutrale. L’India è tra gli attori più caldi del momento, e non pare limitarsi a chiedere un posto a tavola: sta spostando la tavola. In pochi mesi si accumulano numeri da boss fight: Reliance/Jio (leader delle telecomunicazioni) investirà $109,8 miliardi in sette anni per AI e data infrastructure; Adani (conglomerato indiano attivo in energia e infrastrutture) mette sul tavolo $100 miliardi per data center “renewable-powered” entro il 2035. Sul lato compute, Yotta (operatore indiano di data center e cloud) promette un hub da oltre $2 miliardi con 20.000+ GPU Nvidia Blackwell Ultra live entro agosto 2026; il governo spinge la IndiaAI Mission con compute condiviso da 18.000+ GPU e policy che rendono l’hosting in India più appetibile (tipo la tax holiday ventennale per chi usa data center locali). Nel frattempo arrivano anche i “soliti”: Microsoft con un commitment da $17,5 miliardi, Google con $15 miliardi per un AI data center, Amazon con $35 miliardi entro il 2030. E mentre tutti parlano di modelli, la manifattura si muove: l’India cresce come base produttiva (iPhone inclusi), e Tata (storico conglomerato industriale indiano) spinge il capitolo chip con investimenti miliardari e clienti già in orbita.
Ma se la stretta di mano mancata è la piece da due soldi, il teatro tutto intorno è l’India, una delle realtà dove l’AI sta incontrando condizioni socio-economiche e politiche ideali: energia, fabbriche, data center, chip, regole.
Meta mette in tasca il metaverso
Meta ha deciso che Horizon Worlds deve vivere “quasi esclusivamente” su mobile. La piattaforma viene separata esplicitamente da Quest/VR: Worlds diventa un’esperienza da smartphone, la VR torna terreno per app di terze parti.
Nel briefing agli sviluppatori emerge il dato che pesa: l’86% del tempo effettivo in headset passa su app non-Meta, quindi il focus si sposta su supporto al ecosistema. D’altra parte il dato è chiaro: Reality Labs ha collezionato perdite enormi dal 2020 e nel 2026 continua la fase “tagli & reset”.
L’obiettivo è dichiarato: competere con Roblox / Fortnite sul mercato più grande, quello dove il metaverso è solo “un’app” e non una religione.
Claude Code entra in Figma, senza PNG
Figma introduce “Claude Code to Figma” e rende il code-to-canvas meno rituale.
Dal browser (production, staging o localhost) si cattura una UI realmente funzionante e la si converte in frame editabili nel canvas. La logica è pulita: il codice converge (build → click → uno stato), il canvas diverge (rami, varianti, discussione).
Con il Figma MCP server il flusso diventa bidirezionale: i frame possono rientrare nel contesto di strumenti AI senza perdere struttura.
Designer e sviluppatori tripudiano: meno “mandami lo screenshot”, più traccia e collaborazione.
OpenAI: bolla senza fine?
OpenAI viene data vicina a una raccolta da oltre 100 miliardi di dollari, record storico di finanziamento nel tech (dietro le quinte: Amazon, Nvidia, SoftBank, Microsoft) con valutazioni complessive riportate attorno a ~830 miliardi, dunque con un aumento di oltre 30 volte in due anni.
Nei report incrociati spicca un numero-mostro: circa $600 miliardi di compute spend stimati “fino al 2030” (ordine di grandezza, non poesia). Sempre dalle ricostruzioni: nel 2025 i ricavi sarebbero saliti a $13 miliardi con $8 miliardi di spese, mentre i costi di inference avrebbero fatto un 4x.
Risultato: margini sotto pressione e monetizzazione sempre più inevitabile, inclusi test di advertising sui prodotti consumer.
ONU: l’etica nell’AI oltre l’hashtag
Il 12 febbraio l’Assemblea Generale ONU approva un panel scientifico indipendente sull’AI con 40 membri. Il voto passa 117–2, con opposizione USA, e manda un messaggio: meno slogan, più assessment evidence-based.
Il mandato dura tre anni e punta a produrre analisi regolari su impatti, rischi e opportunità (tecnici, sociali, economici). Il tema “human control” entra così nella burocrazia globale: lento, imperfetto, ma almeno scritto in un documento ufficiale.
Sul tavolo restano i soliti fantasmi: disinformazione, sorveglianza, disuguaglianze, e la corsa tra governance e hype.
È un tentativo di mettere un termometro in un incendio: non spegne, ma evita di discutere “a sensazione”.
Apple prepara wearables AI “con occhi”
Secondo Bloomberg, Apple starebbe accelerando su tre dispositivi indossabili guidati da AI, tutti costruiti attorno a Siri con visual context.
In sviluppo ci sarebbero smart glasses (senza display), un pendant/pin tipo AirTag con camera e microfono, e AirPods con sensori/camera a bassa risoluzione.
Gli occhiali vengono indicati in traiettoria premium. Produzione stimata da dicembre 2026 e possibile lancio nel 2027.
Il pendant farebbe da “occhi esterni” sempre attivi, con l’iPhone come cervello, in pieno stile Apple-ecosystem.
Resta il nodo privacy + UX + batteria, ovvero la triade che decide se è futuro o gadget.
La silicon valley della difesa in Spagna
In Spagna sta per nascere l’Indra Technology Hub (ITH) a Torrejón de Ardoz, vicino Madrid: un campus integrato di nuova generazione pensato per R&D su defence + aerospace. Il progetto viene spinto da un finanziamento della Banca Europea per gli Investimenti. Dentro ci finiscono le parole chiave del riarmo 4.0: radar, electronic defence, electro-optics, comunicazioni C2... Il tutto incastrato nel piano “Leading the Future”, che promette di far diventare Indra, player europeo del settore, protagonista sulla scena mondiale.
SoftBank per l’AI a tutto gas
SB Energy (SoftBank) viene associata a un progetto-colosso: centrale a gas da 9,2 GW per circa $33 miliardi, area Portsmouth (Ohio).
Se realizzata, sarebbe tra le più grandi negli USA e viene raccontata come risposta alla fame energetica dei data center.
Il progetto rientra nel clima “mega-infrastrutture” del 2026, con intese USA-Giappone e componentistica industriale in pipeline.
Il dettaglio interessante è l’ambiguità: impianto per la rete o per compute dedicato? La linea che separa i due mondi si assottiglia.
Il problema resta ambientale: gas = CO₂ e methane leaks.
Droni a comando vocale e prompt militare
16 febbraio 2026: SpaceX e xAI vengono riportate tra i partecipanti a una competizione del Pentagono per droni voice-controlled.
Il format sarebbe un prize challenge con pool fino a $100 milioni, avviato a gennaio 2026 e con durata di circa sei mesi.
L’obiettivo tecnico è inquietante e banalissimo: tradurre comandi vocali in istruzioni digitali per far operare più droni in coordinamento.
Il paradosso è noto: nel 2015 Elon Musk chiedeva limiti alle armi autonome… nel 2026 il mercato difesa sembra più persuasivo di qualsiasi pledge.
Cina: robot kung-fu in prima serata
Al CCTV Spring Festival Gala, lo show TV più visto dell’anno in Cina per il capodanno locale, gli umanoidi vanno in scena come proof-of-power industriale.
Quattro startup — Unitree, Galbot, Noetix, MagicLab — hanno messo in scena una performance di danza, interazione e routine marziali con coordinamento multi-robot.
Il sottotesto è demografico e geopolitico: l’automazione come risposta a problemi di produttività e workforce (si pensi alla denatalità che in Cina è vista come rischio esistenziale), in perfetto stile imperiale.
Zuckerberg in aula: lo scroll sotto accusa
18 febbraio, Los Angeles County Superior Court: Mark Zuckerberg sale al banco dei testimoni nel primo processo “pilota” sulla presunta dipendenza da social.
La causa nasce nel 2023 da una giovane californiana identificata come K.G.M. (spesso chiamata “Kaley”) e da sua madre: l’accusa è che Instagram (e YouTube) siano stati progettati per massimizzare engagement di minori, con danni psicologici reali.
Snap e TikTok hanno già chiuso con accordi extragiudiziali; in aula restano Meta e YT, dentro un filone bellwether che fa da apripista a centinaia/migliaia di azioni simili (circa 1.600 querelanti citati nei procedimenti coordinati).
L’avvocato dei querelanti, Mark Lanier, incalza sulle contraddizioni tra dichiarazioni pubbliche e documenti interni: stime di utenti under-13, obiettivi storici su “tempo trascorso” e limiti d’età difficili da far rispettare.
Zuckerberg nega l’intento di “agganciare” i bambini e prova a ribaltare la metrica: più tempo = più “valore”, non manipolazione.
Dettaglio da episodio di Black Mirror: la giudice Carolyn Kuhl ricorda in aula il divieto di indossare occhiali che registrano, citando proprio smart glasses venduti da Meta.
Il punto legale è chirurgico: non si processano i contenuti (Section 230), ma il design—infinite scroll, loop, meccaniche che fanno crescere lo stickiness come una feature.
Un giorno la realtà ha iniziato a perdere pezzi. Non in senso poetico: proprio in senso geometrico. Ogni oggetto lasciava dietro di sé una scia di foto, screenshot, render, “reference” buttate in qualche cartella chiamata varie_final_final2. E quando serviva davvero ricordare com’era fatto qualcosa — una maniglia, una statua, un prototipo, il caos di un set — niente: solo JPEG compressi e rimpianti.
Allora qualcuno ha avuto un’idea semplice, quasi imbarazzante: invece di parlare del mondo, meglio ricostruirlo. Prendere un oggetto reale, girargli attorno, scattare qualche foto, e trasformare tutto in una mesh 3D pulita. Non per “salvare il pianeta”, ma per salvare almeno una superficie, un bordo, una texture. Una copia fedele, che non chiede permessi e non inventa dettagli.
E qui entra Replica: il nostro nuovo software di fotogrammetria per macOS, pensato per trasformare set di foto in modelli 3D senza rituali mistici né cloud. Si scatta, si importa, si esporta.
Replica è appena uscito e c’è un early bird fino a fine febbraio!

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