Cerbero ha tre lobi, è di origine sahariana, e a giugno 2026 il suo spettro si aggira per l’Europa.
Che ruolo ha e può avere l’AI in questa ennesima tragedia collettiva? I data center europei stanno vivendo la loro prima crisi termica vera. Il consumo per il raffreddamento, già al 40% del totale in condizioni normali, sale del 20-30% sotto Cerbero. Si somma alla domanda residenziale dei condizionatori, e le linee di trasmissione vanno a regime. In alcune città italiane, già a fine maggio, lo stress termico sui cavi sotterranei ha causato blackout ripetuti. E ora fa ancora più caldo.
L’AI, in questa storia, è due cose contemporaneamente. È parte del problema: il compute è l’unico componente del PIL occidentale che cresce a doppia cifra anno su anno, e ogni data center nuovo entra nella rete come un piccolo quartiere energetico in più. Le quattro grandi (Microsoft, Meta, Google, Amazon) hanno proiezioni di capex 2026 attorno ai 700 miliardi di dollari, buona parte in nuova capacità che dovrà essere alimentata.
Ed è anche parte della soluzione. La stessa AI viene deployata per gestire la rete durante le ondate. Enel riporta una riduzione del 15% degli outage grazie a sensori e modelli predittivi. Negli Stati Uniti, l’operatore PJM ha cominciato a usare forecasting AI iper-locali per anticipare i picchi di domanda. La Commissione europea sta per adottare una Strategic Roadmap per la digitalizzazione e l’AI nel settore energia. Per non parlare del potenziale efficientamento capillare di processi, dispositivi, pipeline produttive personali e industriali. Il pattern, a livello sistemico, è un’AI che produce richieste e nello stesso movimento vende gli strumenti per gestirle. Un cerchio commerciale che si chiude su sé stesso.
Cerbero, nella mitologia, è il guardiano a tre teste della soglia fra il mondo dei vivi e quello dei morti. La temperatura di questi giorni è la soglia in cui il calore meteorologico, il calore dei rack e il calore ributtato in strada dai condizionatori diventano lo stesso fenomeno fisico, ma con tre teste diverse che si guardano in cagnesco. Ma non dobbiamo mai dimenticare che sta a noi decidere come e se domare la bestia.
Shazeer torna a OpenAI (e si porta dietro mezza DeepMind)
Mercoledì 18 giugno Noam Shazeer ha annunciato di lasciare Google DeepMind per OpenAI. Tre cose lo rendono pesante. La prima: è uno degli otto coautori di Attention Is All You Need, il paper del 2017 che ha introdotto l’architettura Transformer alla base di praticamente ogni modello AI di frontiera. La seconda: fino a martedì sera era co-lead di Gemini, il modello di punta di Google. La terza: nell’agosto 2024 Google aveva pagato 2,7 miliardi di dollari per un acqui-hire con Character.AI proprio per riportarlo in casa. Alphabet ha perso più del 5% in seduta.
Non è un caso isolato. Nella stessa settimana John Jumper, Premio Nobel per la Chimica 2024 per AlphaFold, ha lasciato DeepMind per Anthropic insieme a due dei suoi collaboratori. Quattro frontier-model people su cinque sono uscite da una sola azienda in pochi giorni. La lettura che si fa nei corridoi: DeepMind, dopo aver dominato la prima metà del decennio, sta diventando il punto di partenza dei migliori, non il punto di arrivo.
GPT-5.6 si presenta in tre formati: Sol, Terra, Luna
Il 24 giugno OpenAI ha rilasciato la famiglia GPT-5.6, articolata in tre modelli con scala e prezzo diversi. Sol è il modello di punta (5 dollari input / 30 output per milione di token), Terra il middle-tier (2,50 / 15), Luna il modello leggero (1 / 6). La novità non sono i benchmark - Sol riporta i migliori risultati di sempre di OpenAI su SWE-bench Pro, ma il modello cinese GLM-5.2 era ancora davanti fino a maggio - quanto la decisione di trattare il livello di scala come una scelta esplicita del cliente, sul modello dei tre orari del menù.
In parallelo, OpenAI ha annunciato Daybreak, una nuova suite di sicurezza per le organizzazioni, e ha dismesso GPT-4.5 da ChatGPT (incluso il supporto ai GPT personalizzati). La pulizia del catalogo coincide con l’arrivo della famiglia 5.6 e con l’intenzione di OpenAI di consolidare i livelli di servizio prima della finestra IPO che, da SEC filing dell’8 giugno, dovrebbe aprirsi nel quarto trimestre.
OpenAI + Broadcom: arriva il chip dedicato
OpenAI e Broadcom hanno presentato un chip per inferenza progettato esclusivamente per i carichi di OpenAI. Nome interno noto agli osservatori del settore: Jalapeño. È la prima volta che OpenAI mette il proprio logo su un piece of silicon co-progettato, e il segnale industriale è chiaro: l’azienda non vuole più dipendere solo dalla supply chain NVIDIA per l’inferenza. La produzione è affidata a Broadcom - già fornitore di custom ASIC per Google (TPU) - con tape-out e prime forniture commerciali attese entro fine 2026.
Il chip non sostituisce le GPU NVIDIA nel training, ma punta a coprire la parte di inferenza che oggi gira su flotte di H100 e B200 affittate a peso d’oro. Per OpenAI, ridurre il costo per token in inferenza è la condizione necessaria per sostenere le proiezioni di ricavi 2026 (oltre 30 miliardi di run-rate annualizzato) senza che i margini operativi diventino imbarazzanti.
Mistral accende il datacenter sotto Parigi
A fine giugno Mistral mette in funzione il suo primo grande data center europeo, a Bruyères-le-Châtel a sud di Parigi. 13.800 GPU Nvidia GB300, 44 megawatt di capacità installata, gestione operativa affidata al provider francese Eclairion. La provvista finanziaria - 830 milioni di dollari di debito raccolti il 30 marzo presso un consorzio di sette banche fra cui Bpifrance, BNP Paribas e HSBC - era il primo debt raising della sua storia. La scelta di non diluire ulteriormente il capitale è leggibile a occhio nudo.
Sommato al cluster da 1,2 miliardi annunciato in Svezia a febbraio, Mistral punta a 200 megawatt di capacità in casa entro fine 2027. L’obiettivo politico è uscire dalla categoria “cliente europeo di Nvidia” e provare a entrare in quella di “infrastruttura europea su cui gira Nvidia”.
Emma, che combini?
Lanciata il 20 giugno da Egomnia di Matteo Achilli, virale il 25, sospesa il 26, dopo 60.000 chat e una collezione di meme da antologia. 550 milioni di parametri (i modelli di frontiera americani e cinesi ne hanno da centinaia di miliardi a qualche trilione), contesto da 2.048 token, addestramento monolingue per ridurre la complessità computazionale e poter girare su un computer normale. Ci siamo chiest* se parlarne, ci limitiamo a dire che più della oddity delle risposte, ci ha rapit* un certo grado di poesia. Vi lasciamo alle memate.
Meta Glasses, 299 dollari senza Ray-Ban
Il 23 giugno Meta ha presentato la prima linea di smart glasses senza marchio EssilorLuxottica. Tre modelli: Meta Adventurer e Meta Fury a 299 dollari, Meta Glasses by Kylie (sì, Jenner) a 399. Specifiche identiche ai Ray-Ban Meta di seconda generazione: fotocamera da 12MP a 3K, otto ore di batteria, sei microfoni, supporto a lenti graduate, polarizzate e fotocromatiche. Cambia la firma del telaio, l’elettronica resta la stessa.
Il pricing è la parte interessante. I Ray-Ban Meta attualmente in listino partono da 379 dollari; i nuovi Meta Glasses, ottanta dollari sotto. Per Meta è il primo esperimento serio di vendere il proprio device “spogliato” della partnership di moda, per capire quanto vale il brand del telaio rispetto al brand dell’hardware. Per il mercato è il primo passo della categoria smart glasses sotto la soglia dei 300 dollari, oltre la quale il dispositivo non è più un gadget premium ma quasi un Bluetooth speaker qualunque.
Onsemi compra Synaptics per 7 miliardi
Onsemi ha annunciato l’acquisizione di Synaptics in operazione all-stock da circa 7 miliardi di dollari di enterprise value (1,350 azioni onsemi per ogni azione Synaptics, premio del 19% sui prezzi medi delle ultime dieci sedute). Il razionale: per onsemi, storicamente forte sui chip di power e sensing automotive e industrial, Synaptics porta in dote il portfolio di Edge AI compute, le interfacce uomo-macchina e la connettività wireless. Il combine dichiara di estendere il TAM di 30 miliardi, fino a 243 totali entro il 2030.
L’operazione, attesa al closing per metà 2027, è parte di un pattern più ampio. Mentre l’attenzione mediatica resta sulle GPU da data center, il pezzo di silicio che mancava per chiudere la filiera AI è quello che gira sui dispositivi finali: telecamere, robot industriali, ECU automotive, wearables. Onsemi+Synaptics diventa, su quel mercato, una delle prime grandi consolidations dichiarate del 2026. Probabilmente non l’ultima: il segmento edge AI è ancora frammentato, con almeno cinque aziende mid-cap che fanno fatturati simili e portfolio sovrapponibili.
SpaceX, la prima settimana di trilioni
SPCX è in scambio da due settimane esatte. Riepilogo: prezzo IPO 135 dollari (12 giugno), chiusura primo giorno 161 (+19%), picco intraday 225 il 16 giugno (+67% sul prezzo IPO), poi tre sedute consecutive in calo e atterraggio attorno ai 153 dollari a fine giugno. Capitalizzazione tuttora sopra i 2 trilioni di dollari, ben oltre la valutazione target a cui era stata quotata l’IPO.
Le opinioni degli analisti sono divise. CFRA ha iniziato la copertura con un sell e target a 115. New Street Research è partito con buy e target 165. Sotto il dibattito tecnico c’è una domanda strutturale: SpaceX-Starlink è oggi prezzata come azienda di telecomunicazioni satellitari, di lanci, o di infrastruttura militare? La risposta cambia il multiplo. Per ora il mercato, in mancanza di un mestiere unico in cui inserirla, le sta dando tutti e tre.
Starship, il Raptor 3 brucia per quindici secondi
Al Massey’s Test Site di Starbase, SpaceX ha eseguito un single-engine static fire sulla Ship 40, l’upper stage destinato al Flight 13: un Raptor 3 dei sei in dotazione alla nave, in configurazione sea-level, breve accensione, niente di drammatico. Test di routine -pubblicato il giorno dopo sui canali social dell’azienda - che chiude uno dei passaggi di ground qualification prima del prossimo tentativo orbitale.
Il contesto, però, non è di routine. Il Flight 12 del 22 maggio era il primo volo in assoluto della configurazione V3 e dei Raptor 3 (250 tonnellate-forza di spinta a sea-level, contro le ~230 del Raptor 2). Esito spaccato: la Ship ha raggiunto la quota prevista, sopravvissuto al rientro ed eseguito splashdown controllato nell’Oceano Indiano; il Super Heavy invece ha perso più Raptor 3 durante la boostback burn, è ricaduto sul Golfo del Messico a velocità sostenuta ed è stato classificato come mishap dalla FAA, con root-cause review formale in corso. Il Flight 13, atteso a giugno, slitta a fine estate. Per un’azienda quotata da due settimane, ogni giorno in più conta.
Realtà Fritta Mista
Il Tempio fresco
Quando l’estate supera i quarantatré gradi per la sesta settimana di fila, le città scoprono che il posto più fresco entro raggio percorribile è il data center di periferia. La temperatura interna è imposta dai server: diciotto gradi costanti, anche d’agosto.
Bastano una settimana di pressione politica e una notte di blackout per arrivare a un’ordinanza d’urgenza. Si firma una Convenzione Cerbero col gestore. Il data center diventa, per ratifica amministrativa, “spazio di mitigazione climatica”.
Sala visite separata dai rack. Sedie, ventilatori che soffiano l’aria già raffreddata dei circuiti server verso il pubblico. Tessera sanitaria, consenso informato sul rumore di fondo (sopra i 75 dB), cellulare ritirato alla prima porta. Niente immagini ammesse oltre.
Nel giro di due estati la sala è più frequentata di qualunque altro luogo pubblico della città. Le persone passano lì pomeriggi interi. Chiacchierano sottovoce sotto il ronzio dei rack. I bambini osservano le file di luci verdi e blu attraverso i vetri della sala compute. Qualcuno comincia a chiamarlo, scherzando, Il Tempio.
Lo scherzo prende piede. Tre estati dopo, gli architetti del settore pubblicano un white paper su come progettare la prossima generazione di facility includendo atrî di mitigazione nella planimetria standard. Un capitolo intero gestisce la coabitazione di duecento cittadini e tremila GPU in inferenza continua.
In fondo al documento, in nota, una statistica del primo anno di operatività: il 41% dei cittadini ammessi al Tempio dichiara di “sentirsi protetto dalla presenza degli algoritmi”. Nessuno aveva chiesto loro di esprimersi sul punto. Il dato viene comunque incluso nei report ESG del gestore. La voce: engagement religioso passivo.

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