Dalle fornaci di San Cristoforo a Gio Ponti, tra memoria familiare, collezionismo e strategia d’acquisto consapevole.
Valgono di più le Richard, le Ginori o le Richard-Ginori? Perchè non sempre l’oggetto più vecchio vale di più.
Quali le differenze reali tra ceramica, terraglia, maiolica e porcellana?
Le porcellane raccontano storie, ma bisogna saperle ascoltare. Non solo passione e collezionismo, possono divenire una fonte di reddito per chi sa farne una compra- vendita. Io per ora rimango fedele al solo collezionismo.
Non so in quale momento preciso sia nata questa mia passione viscerale che mi porta, ancora oggi a sbirciare in ogni credenza delle case che frequento. Una curiosità quasi infantile, che mi faceva rovistare, senza vergogna, nella credenza “orribile” del tinello della casa di campagna della zia Carolina.
Andavamo a trovarla con il nonno Angelo, suo fratello, e la nonna Amelia, a bordo della Fiat 127 bianca, senza cinture, ne poggiatesta. Spesso mi addormentavo sul sedile posteriore, al rientro a casa, tra la nebbia che si affettava e in assenza di fendinebbia. Era un miracolo, ogni volta arrivare a destinazione, sani e salvi, dalla terra del riso, la umida e nebbiosa Lomellina. Lei era cuoca, mantecava risotti, mai più mangiati, tostati in cottura al punto giusto, saporiti quanto bastava, preparava la torta del Négus, con la ricetta a memoria e la dose “ un po di questo, un po di quello” senza pesare gli ingredienti. Ne usciva una torta burrosa e variegata di pasta gialla e scura al cacao, altissima e soffice. Qualche volta la cucinava nel fornetto Versilia, la pentola in alluminio a forma di ciambella con il buco, con coperchio e frangi fiamma. Il dolce è tipico dolce della Lomellina, lo trovi qui
E io? Io aprivo quella credenza.
Erano oggetti poveri, di famiglie contadine. Alcuni vecchi, vecchissimi.
Oggi rimane, una piccola salsiera con craquelé naturale e la ciotola che lei usava per montare le uova, le custodisco gelosamente. Sono nella mia credenza bianca — nata per ospitare solo porcellane bianche — e invece diventata ormai multipiano, stratificata, viva, anche un po caotica
La mia credenza bianca e lo stoccaggio delle mie porcellane. Si intravede la salsiera.
Compaiono spesso nei miei set fotografici.
Sono pezzi vissuti. Imperfetti. Veri.
Recupero spesso oggetti dismessi o destinati alla discarica. Oggetti che, per cambio generazionale, non vengono più apprezzati. Tuttavia rimane la riverenza- per fortuna- nella difficoltà di buttare in modo pratico quei cimeli. Con me hanno una seconda vita.
Consapevole, forse con un filo di malinconia, che a chi verrà dopo di me, oggi, nulla interessa.
La mia casa, un tempo minimal, è diventata una miscellanea di stili. Ho introdotto mobili, credenze, contenitori. Uno stile francese che dialoga con la provincia lombarda, almeno credo sia così. Non per accumulo sterile, ma per contenimento consapevole.
Eppure c’è stato un momento in cui, sopraffatta dall’eccedenza e dalla scarsità di spazio, ho buttato.
E me ne sono pentita amaramente.
Il servizio “bone china” giapponese, marrone, con decori a rilievo. La teiera aveva il coperchio rotto. Era il servizio di nozze di mia madre, lista nozze. Sei tazze intatte, sei piattini perfetti.
Ricordo esattamente dove l’ho sistemato: in discarica. In una scatola. L’ho adagiata sperando che qualcuno lo trovasse. La cerco in ogni mercatino.
Mi mangio ancora le mani. È capitato anche a voi?
Il servizio Richard-Ginori floreale, dismesso da mia madre a fine anni ’90 perché “demodé”, l’ho usato quotidianamente fino a distruggerlo quasi del tutto. Oggi ne comprendo il potenziale collezionistico. Ma mi dico: “Amanda, te lo sei goduto”.
Conservo ancora le ciotole da macedonia( per fortuna non le ho buttate quando ho introdotto quelle di Ikea) e una brocca con una piccola lesione che rilascia acqua: la uso per i fiori secchi. Perché il bello del vintage è anche il cambio di destinazione d’uso. Le raviere diventano portaoggetti. Le salsiere mini-vasi.
Poi è esploso l’amore definitivo.
Oggi, quando mi trovo davanti a un pezzo, spesso ne intuisco la manifattura prima ancora di girarlo, amo conoscere i periodi e la storia di ogni singola manifattura non con conoscenze approfondite ma quanto basta “ per saperne qualcosa”.
E quasi mi sorprendo di aver indovinato.
E qui entra in gioco la differenza tra passione e strategia.
Conoscere la storia mi dà un vantaggio reale quando mi trovo davanti a un oggetto in un mercatino.
Posso intuire quando è un affare.
Quando è una “sola”.
Quando il prezzo è eccessivo e va lasciato andare.
Ed è proprio da qui che partiamo oggi.
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