Etichetta: Jigdoll Records
Provenienza: Regno Unito
Uscita: 27/03/26
Eccoci! Alla fine riesco a proporvi un disco e una playlist anche questa settimana. E nulla di meglio che tornare agli sviluppi di quel folk revival isolano che segnò il mio destino tanti anni fa.
Si tratta del secondo disco del duo Hannah James e Toby Kuhn, dopo il bel Sleeping Spirals del '21 di cui non scrissi mai perché avevo appena cominciato. Sono entrambi musicisti affermati nella scena, e di cui ho avuto modo di dirvi altre volte: Hannah, della scena di Sheffield, è cantante, fisarmonicista e danzatrice, molto impegnata e determinata (tanto che l’etichetta Jigdoll Records che pubblica questo disco è una sua etichetta) sia accompagnata dal suo Jigdoll Ensemble, che invero non sentiamo da un po’ (dopo The Woman and Her Words del '19, quando la mia passione riesplose) sia in formazione con le Lady Maisery, terzetto a prevalenza vocale formato da lei, Rowan Rheingans e Hazel Askew — ve ne ho parlato a proposito dell’ottimo terzo disco tender, e ve ne riparlerò presto (disco nuovo domani, sapete com’è). Toby Kuhn, di origine borgognona, è una bizzarra figura di violoncellista folk, di formazione classica ma dedicatosi poi allo sviluppo di uno stile improvvisativo viaggiando per paesi e continenti; pubblica dischi sia da solo sia in formazione con gli Old Salt, veri campioni del bluegrass all’europea, oltre a tanti lavori da turnista (anche per Hannah, da cui il sodalizio) e con formazioni più o meno estemporanee quali il Wild Strings Trio di Lubiana e i Bipolar Bows, sempre dediti all’esplorazione dell’uso degli archi in ogni recesso della popular music.
Il disco propone il medesimo misto di tradizionali arrangiati e brani originali che caratterizzava il debutto, caratterizzato da virtuosismi, lunghe code strumentali in cui cello e fisarmonica si intrecciano e si scambiano di ruolo tra melodia e continuo, con un uso creativo della varietà timbrica di entrambi gli strumenti e una ritmica tenue e incalzante assicurata di volta in volta dal cello in pizzicato o dalle clogs di Hannah, gli zoccoli da ballo che assicurano un groove tenue e preciso dove serve — il tutto ad accompagnare la voce, piccola ma distinta, di Hannah. Se il precedente era di tema invernale, questo Where All Our Names Belong è più danzereccio e incentrato sul senso di appartenenza. A produrre è sempre l’ottimo Adam Pietrykowski, ormai maestro nel creare incontri tra accademia e folk che suonino cristallini e ricercati (lo abbiamo già apprezzato di recente in quel gran discone che è Start Close In delle sorelle Rheingans).
Si parte col primo notevolissimo singolo, Lonesome Woods, canzone di amore e tradimento risalente al 1908, quando la raccolse Henry Perkes. Come diversi brani del disco si parte con un tradizionale arrangiato e poi si spazia, passando da un canto tradizionale accompagnato da un drone e da pulsazioni di violoncello per poi far volare la fisarmonica (strutturalmente siamo dalle parti del primo singolo in assoluto del duo, la non meno bella In the Gloaming).
Si passa al secondo singolo e primo originale (di Hannah James), ovvero Apple Tree, una breve bizzarria dark sulla morte come ritorno alla terra, dove potremo nutrire un albero di melo. Straordinario è poi lo strumentale Dancefloor, una bourrée che si trasforma volando verso i Balcani.
Si passa poi a una novità per il gruppo: Chicken infatti accompagna un recitativo della James su un gallo che pensa di causare il sorgere del sole (si mette subito le mani avanti dicendo che “non è una canzone politica”, ma intanto si rimarca che il pollo è arancione…). Più insinuante la poliritmica e straordinaria The Weaver, sul mito Lakota della donna che fa e disfa il mondo di continuo. Segue Soft Edges, una nenia celticheggiante che la James dedica alla figlia, adornata da un altro strumento della nostra, la kalimba o sansula. Segue il non meno tenue strumentale Into the Light, per una parte centrale del disco decisamente distesa.
Si danza di nuovo un lento sul pizzicato di Jezza, e si passa all’ecologismo con Forest, una tenue ballad dedicata all’entomologo Douglas Boise. Si chiude con Upstairs at the Star, strumentale da taverna che evolve da lento a veloce per invitare al ballo; e con la conclusiva Rising, una folk tale su Jezerka, la signora del lago Cerkniško Jezero in Slovenia — l’arrangiamento è ondeggiante e rumoroso per poi chiudersi su toni più raccolti. Nel complesso un ascolto forse un po’ meno “mosso” e danzereccio del precedente, ma anche più ardito, senza però mai perdere la rotta e aggiungendo ancora al discorso del nuovo folk. Il duo, così come il Pietrykowski, non si smentiscono.
Vi lascio al disco su Bandcamp integrato qui sotto (ma lo trovate anche nel vostro servizio di streaming preferito) e ai video rilasciati finora, rispettivamente di Lonesome Woods e Apple Tree, col duo che si esibisce all’aperto.
Ora tocca alla playlist settimanale, con assaggi del disco alternate alle mie selezioni. Vi lascio con Bipolar Bows; Frances Chang; Hannah James & The JigDoll Ensemble; Lady Maisery; Lero Lero; Tyler Ballgame; Wild Strings Trio.
Quanto al repertorio accademico, l’ensemble Into the Winds esegue Johannes Le Grant; Noa Even esegue José Martínez.
Di seguito il bottone per accedere alla playlist da Deezer, che con un paio di altri clic vi permetterà di esportarla su Spotify, YouTube Music o Apple Music. Seguono i link agli scorsi aggiornamenti e i consueti bottoni per la condivisione. Buon fine settimana, buon Primo Maggio e alla prossima!

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