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Al piffero di Vittorio Bonzi · Jul 28, 2026

Piffero Roundup #46 [luglio '26]

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Vittorio Bonzi · Al piffero di Vittorio Bonzi

Eccoci! Dopo una discreta infilata di dischi singoli, e stante la decisione di fermare le macchine per almeno la metà di agosto, ora è tempo di riepilogar. Vi lascio qualche disco e sfizi a questo giro, e con un estemporaneo cambio di cadenza vi lascerò il riepilogo di singoli nella seconda metà della prossima settimana (e ne approfitterò per ribattezzare la serie Singles Roundup; oramai è quello). In mezzo spero di riuscire, finalmente, a scrivere di un libro, e resuscitare la rubrica che ancora latitava (e di conseguenza far finalmente debuttare la seconda newsletter — iscrivetevi! —, nella quale girerò tutte le uscite di Libri del Piffero): così avrete di che intrattenervi durante la canicola che ancora ci attende. Cominciamo.

Etichetta: Fuga Libera
Uscita: 15/05/26

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Partiamo con l’accademia, e precisamente col clavicembalista ucraino Dmytro Kokoshynskyy. Questo Music for These Troubled Times contiene brani per clavicembalo solo tesi a esplorare il tema, a me carissimo, della malinconia, partendo dai virginalisti inglesi dei secoli decimosesto e decimosettimo e arrivando al malinconicissimo presente segnato dalla policrisi, in particolare con la bella KHORA del conterraneo Maxim Shalygin — sul complesso e discusso concetto ellenico, reso famoso da Platone, di khora, il ricettacolo della materia e della potenzialità.

L’ispirazione viene dal trattato The Anatomy of Melancholy di Robert Burton del 1621, che scrive di come la musica possa alleviare il temperamento melanconico. Con ben tre clavicembali ricostruiti secondo i crismi di tre secoli dal Cinque al Settecento, il nostro prosegue la tradizione, propria dell’Est europeo, di rivalutazione del clavicembalo come strumento ancora moderno e con un proprio potenziale (si pensi ai pezzi di Ligeti) forte di uno stile preciso, teso a esaltare le doti polifoniche degli strumenti. Oltre alla summenzionata KHORA si distinguono la Pavan di Orlando Gibbons e l’In Nomine di John Bull, di cui si sentono due movimenti. Disco per appassionati, per carità, ma di ambizione e consapevolezza da segnalare.

Vi lascio ai brevi corti dedicati alla Pavan e a KHORA, oltre all’esecuzione del movimento In Nomine (IX) di Bull.

Provenienza: Liverpool, Inghilterra
Uscita: 01/05/26

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Torna Jim Moray, l’asso dei tradizionali arrangiati di Liverpool a tre anni dal disco-summa Beflean : An Alternative History 2002​-​2023 di cui vi dissi a suo tempo, che celebrava i vent’anni di carriera di Jim. Se quella era una raccolta di brani reincisi, questo nuovo Gallants è, finalmente, un disco di novità, l’ottavo della carriera.

Moray ripropone il suo stile sontuoso, chitarrocentrico e pesantemente arrangiato, memore della tradizione degli studi di Abbey Road, applicato al repertorio tradizionale del Regno. L’idea di fondo è quella della canzone tradizionale come materiale “denso di informazione”, da democratizzare e considerare nella sua infinita malleabilità, con approcci che negli anni lo hanno portato in vari territori, dalla strumentazione subsahariana di Low Culture del 2008 fino a vari momenti in cui, ahimè, si è lanciato su territori più beatlesiani, se non proprio brit-pop, con un focus recente sulla chitarra elettrica.

Gallants fa qualcosa di diverso, servendosi di un gruppo esteso con tastiere, organi, elettroniche, sezione ritmica tipicamente rock — con ulteriori aggiunte dipendenti dai brani come fisarmonica, violino e cello — che intrigano l’ascoltatore per condurlo verso l’apprezzamento della componente melodica e testuale dei brani — come se il brano, pur nella modernizzazione, risultasse come purificato, lasciato libero di respirare e di esprimersi nelle componenti più essenziali, di avvolgerci nel suo umore di fondo (di solito tragico, com’è bene che sia), con un pastiche di generi e suoni a insaporire il tutto. Il risultato, devo dire, mi riesce più piacevole del Moray più recente, proprio grazie a una certa eccessività che sempre m’intriga. A spiccare per mio gusto sono When I Was a Little Boy che suona come una graffiante ripresa da jazz club della leggendaria King Henry degli Steeleye Span (progressione e melodia sono esattamente le stesse); lo scarno e vibrante singolo The Nightingale; la percussionata ed enfatica American Stranger; la chiusura a cappella di Fortune Turns the Wheel (con le voci di Maddie Morris e del Trans Choir); ma a spiccare su tutte, tanto, confesso, da esserne stato ossessionato per un po’, è Omie Wise, estesa e struggente murder ballad dall’incedere classico, delicato e commovente. Chi ha fame di trad. arr. venga qui a saziarsi.

Vi lascio all’embed su Bandcamp e a un po’ di video: quelli ufficiali di Spencer The Rover e The Nightingale; poi quello con l’esecuzione dal vivo dell’intero disco seguito da due estratti, con le sole The Nightingale e Omie Wise.

Etichetta: tak:til / Glitterbeat Records
Provenienza: Regno Unito
Uscita: 19/06/26

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Non cambiamo paese e volgiamoci al nuovo disco, il quinto, di Alison Cotton, portavoce di un avant-folk droneggiante, ctonio e sanguigno, una cosa al cui fascino non possiamo sfuggire da queste parti. La voce, di mezzosoprano a occhio e croce, di Alison è accompagnata da lei stessa con parecchi strumenti (specie viola e harmonium, ma anche piano e percussioni), cui si aggiungono synth e batteria del produttore e moroso Mark Nicholas. Il disco coniuga uno spirito tradizionale debitore a Dorothy Carter a un approccio rumorista che si vorrebbe debitore a John Cale. A pubblicare questa volta è la Glitterbeat, una casa che ormai è un pilastro del folk d’oggi, con la collana tak:til, che dona al mondo fior di artisti che abbiamo coperto come le isolane Brìghde Chaimbeul e Cerys Hafana e continentali come i Širom.

Il disco si inserisce in quel filone che si affida al drone e a brani di ampio respiro, alternati a episodietti, per insinuare una sottile inquietudine, un senso di paradossale consolazione e struggimento dinanzi all’ineluttabile (come si evidenzia nel finale, la quasi-title track The Gods Laugh of Those Who Make Plans). Il tutto a mio avviso avrebbe beneficiato di qualche picco in più, laddove sembra spesso indugiare per produrre un’atmosfera sottopelle lungo il suo svolgimento, ma nondimeno sa portarmi in amatissimi, agri territori. Spiccano The Night It Darkens All Around Me, con un’improvvisazione vocale di Alison sul drone; i singoli ariosi densi di armonie vocali I Am! (su versi di John Clare) e Sprigs of Heather; e la breve dedica al padre recentemente scomparso The Final Harvest. Da ascoltare al buio e con raccoglimento, magari per fare qualcosa di un’ora di insonnia.

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Per chiudere ci spostiamo in Ibernia per sollazzare la celtomania che alberga in ogni gentildonna e gentiluomo con altri video dalle Anam Sessions di Other Voices, che ormai settimane fa hanno offerto una bella carrellata di nuovo trad. Si comincia invero col nome consolidato di Damien Dempsey assieme al quartetto vocale Le Aibhse per delle belle versioni di Seoithín Seothó (presente nell’ultimo disco Holywell) e An Chúilfionn; a seguire ancora Sárán Mulligan & Muirine Nic Róibín; l’ibrido elettronico degli Huartan (di cui non sono troppo convinto); e i notevoli CUAS, cui credo dovrò dedicare un po’ più di attenzione in futuro.

Per il riepilogo è tutto. Ora tocca alla folkosissima playlist, con selezioni dai tre dischi presentati e ulteriori brani di Altin Gün, CUAS, Damien Dempsey, Huartan, Wet Tuna, The Willow Trio.

Di seguito il bottone da cliccare per accedere alla playlist da Deezer, che con un paio di altri clic vi permetterà di esportarla su Spotify, YouTube Music o Apple Music. Seguono i link agli scorsi aggiornamenti e i consueti bottoni per la condivisione. Buona settimana e alla prossima!

Piffero Playlist 28/07/26

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Read the original on alpiffero.substack.com

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