La ministra dell’ Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha fortemente sostenuto, voluto e poi ottenuto una modifica radicale del test unico nazionale preventivo per regolare l’accesso alle facoltà di medicina, odontoiaria e veterinaria.
La riforma è ormai nota come semestre filtro, anche se Bernini ha più volte dichiarato di preferire semestre aperto.
Il racconto fatto di questa novità suonava più o meno così: studenti e studentesse possono frequentare il primo semestre liberamente e senza vincoli, poi sosterranno tre esami veri senza ansie e con una graduatoria si riempiranno i posti a disposizione.
L’idea era stata criticata da più parti preventivamente, ma ora, in attesa dei risultati del secondo e ultimo esame, sappiamo già che la ministra si è dichiarata disponibile a rivedere tutto il meccanismo (ma non a fare un passo indietro sull’idea).
Come mai?
Sei mesi? O due mesi?
Intanto, il semestre si è risolto in due mesi o poco più di lezioni massive e intensive su tre esami fondamentali: chimica, biologia e fisica. Dovendo garantire standard nazionali, gli esami finali non sono stati preparati dai docenti che tenevano i corsi, ovviamente. E dunque in questi corsi, non potendo prevedere esattamente che tipo di esame ci sarebbe stato e di che livello, ci si è messo dentro un po’ di tutto.
Gli studenti e le studentesse sono stati costretti a dare tutti e tre gli esami lo stesso giorno (chiunque abbia fatto l’università sa che è una cosa che si evita accuratamente, in fase di pianificazione, soprattutto su materie così complesse).
Il 20 novembre c’è stato il primo appello delle tre prove d’esame e solo il 22-23% (al 17 dicembre non abbiamo ancora il dato aggregato) ha superato chimica e biologia, il 10-15% ha superato fisica. I risultati del secondo appello del 10 dicembre saranno comunicati il 23 dicembre e il 12 gennaio verrà pubblicata la graduatoria nazionale.
Nel frattempo la conversazione “da bar” si è scatenata, anche con esponenti illustri della società civile che hanno pensato bene di aggredire su un tema molto frequente e “facilotto” in un paese che invecchia: i giovani d'oggi che non hanno più voglia di studiare e di applicarsi. Tutto piuttosto di ammettere che sono stati fatti tanti errori che si potevano vedere da subito.
La docente di patologia all’Università di Padova Antonella Viola, invece, ha detto che “abbiamo solo contributo a creare, una volta in più, un clima di ansia, competizione e precariato, pessimi modi per entrare nel mondo della medicina” e che bisognerebbe chiedere scusa a tutti.
Gli esami e le lezioni. Per cosa si impara?
Sebbene presentati retoricamente come veri esami universitari, comunque chimica, fisica e biologia del semestre filtro avevano una struttura standardizzata basata su quiz a risposta multipla, che replica, triplicandola, la logica del vecchio test.
La professoressa Francesca Ballarini, docente di Fisica all’Università di Pavia, ha evidenziato errori oggettivi e sviste nei quesiti somministrati, sottolineando come la fretta e la centralizzazione abbiano compromesso la qualità delle prove.
È vero che errori ci sono sempre – errare è umano –, ma è altrettanto vero che l’idea di trasformare il primo semestre in un “concorso lungo” si è rivelata poco riuscita fin dalla qualità dei test.
I tre esami aggiungevano poi le risposte a completamento, che sono problematiche. Anche questo era stato detto preventivamente, perché, per esempio, possono esserci più sinonimi corretti. Un professore che ha lavorato ad alcune domande dei quiz le ha definite, come riporta il Corriere, “un’insensatezza pensata da incompetenti”.
In più, l’apprendimento non è stato finalizzato alla comprensione profonda delle materie, ma è stato subordinato esclusivamente all’addestramento per il superamento del test a crocette, snaturando la missione formativa dell’università.
I dati del primo “appello”
Dopo il primo “appello” del venti 20 novembre sappiamo chew solo il 22-23% dei ragazzi ha passato chimica e biologia; appena il 10-15% ha preso 18 o più a Fisica. Un tasso di selezione così brutale non si vede nemmeno nei concorsi pubblici più selettivi e solleva dubbi gravissimi non tanto sulla preparazione degli studenti – troppo facile dare sempre la colpa agli altri e dire che non studiano –, quanto sulla validità e sulla taratura della prova stessa.
Una prova d’esame che boccia l’80-90% dei candidati non è uno strumento di selezione di cui essere fieri. È uno strumento di esclusione quasi casuale.
Se l’obiettivo era valutare le competenze acquisite, il fallimento è dell’ente formatore e valutatore che non ha saputo misurarle adeguatamente, oppure non ha saputo insegnarle nel breve tempo concesso.
Se l’obiettivo era orientare per far assaggiare le materie più difficili e importanti del primo anno agli studenti, be’, anche in questo caso è un obiettivo fallito.
Le irregolarità presunte
Ci sono stati anche varie presunte irregolarità che hanno delegittimato l’intero processo agli occhi dell’opinione pubblica e degli stessi partecipanti.
Anche qui, è vero che “si è sempre copiato”.
Ma se si fa un battage pubblicitario su una riforma presentandola come equa e poi ci sono prove fotografiche e denunce legali che parlano di test che circolavano sui social media, screenshot delle domande scattate in tempo reale, uso di smartphone, smartwatch e auricolari e via dicendo, è chiaro che poi l’opinione pubblica reagisca.
Non solo. In un concorso pubblico – perché di fatto l’esame finale del semestre filtro deve essere considerato così – la violazione dell’anonimato, della segretezza delle prove e della vigilanza è un difetto che mina la legittimità dell’intera graduatoria finale.
I cambi in corsa
Come se non bastasse, dopo che i numeri hanno rivelato le pecche della riforma, dal ministero hanno fatto sapere che ci potranno essere delle modifiche. In effetti, da subito, la legge riservava al governo la possibilità di prendere decisioni sulle procedure dandosi un anno di tempo.
E così, siccome i bocciati, a causa dell’organizzazione discutibile di tutto questo impianto, saranno troppi, allora il Ministero sta pensando di eliminare il vincolo del 18 in tutte le materie per la graduatoria nazionale, introducendo i “debiti formativi” da recuperare.
Solo che anche i cambi in corsa nelle regole di un “concorso pubblico”, così come le irregolarità, si prestano a ricorsi ai tribunali amministrativi, col risultato di altro tempo perso, altri soldi pubblici spesi, altre incertezze.
C’è un precedente, in effetti, ed è andata proprio così.
I ricorsi che ci saranno: imparare dal passato
Nel 2014 il sistema di accesso a Medicina visse quello che viene ricordato come l’anno del caos perfetto, frutto della sovrapposizione di due eventi distinti che portarono a un ingresso massiccio di studenti tramite vie giudiziarie e legislative.
Il primo evento fu proprio il classico esempio di cambio delle regole a partita in corso. Il ministero – all’epoca la ministra era Maria Chiara Carrozza – aveva introdotto un “Bonus” che regalava punti al test in base al voto di maturità (fino a 10 punti), ma il meccanismo si rivelò iniquo perché non teneva conto delle differenze di severità tra le diverse scuole superiori. Di fronte alle proteste, il governo cancellò il bonus dopo che gli studenti si erano già iscritti o avevano sostenuto le prove, modificando i criteri di graduatoria in corsa.
Il secondo evento fu legato a un’irregolarità in un’unica sede universitaria, quella di Bari: un plico contenente i quiz fu trovato aperto prima della prova. E quando devi garantire uno standard nazionale, allora basta una sola irregolarità grave a mettere in dubbio la validità di tutto il concorso. I ricorsi furono migliaia, si stima che furono ammessi 9mila studenti in più del numero consentito.
Perché mai quest’anno dovrebbe andare diversamente?
I ricorsi ci saranno.
I dati che c’erano già e le domande che sorgono
C'è un altro elemento che rende la situazione paradossale: proprio in virtù di quel che è successo in quell’anno, c’è stato uno studio (del 2017! quindi, almeno in teoria, ben noto) che ha analizzato a posteriori come sono andate le cose. Cioè: come sono andati, poi, gli studenti che avevano superato il test e quelli che invece erano entrati per ricorso?
I numeri dicono che “il test di ammissione” era “valido nella predizione delle competenze che il primo anno di corso di laurea si propone di raggiungere”. Cioè, chi passava il test aveva più probabilità di superare il primo anno.
Lo studio dice anche che c’erano ampi margini di miglioramento del test stesso, che non è certo l’unico modo possibile per organizzare l’accesso alla facoltà di medicina.
Ma le domande sorgono spontanee.
Se si sapeva che il meccanismo del test andava migliorato anziché azzerato e riscritto, perché non lavorare sul miglioramento? Se si voleva davvero eliminare il test d’ingresso, perché introdurre un meccanismo così’ complicato e – come provano i fatti e i cambi in corsa del ministero – farraginoso? E se erano insensate le domande di cultura generale del vecchio test, non bastava eliminare quelle, per esempio?
Avevamo anche l’esempio francese
Un aspetto particolarmente sconcertante della riforma italiana è la sua somiglianza con il sistema francese PACES (Première Année Commune aux Etudes de Santé), introdotto in Francia nel 2010 e abolito nel 2020 proprio per la sua comprovata inefficacia e crudeltà!
Il modello PACES prevedeva – vediamo se ci ricorda qualcosa – addirittura un primo anno comune a tutti gli iscritti (Medicina, Odontoiatria, Farmacia, Ostetricia) al termine del quale si svolgeva un concorso durissimo basato su quiz a risposta multipla, che determinava chi poteva proseguire al secondo anno. I risultati di dieci anni di applicazione di questo sistema furono pessimi e sono ben documentati:
tassi di burnout studentesco elevatissimi: la pressione psicologica del “tutto o niente” alla fine dell’anno portava a livelli record di stress e disagio mentale tra le matricole.
spreco di risorse umane: migliaia di studenti ripetevano il primo anno (i cosiddetti “doublants”) o addirittura lo triplicavano, perdendo anni di vita senza alcuna garanzia di successo.
clima iper-competitivo: la competizione sfrenata distruggeva la solidarietà tra colleghi, essenziale nella futura professione medica, creando un ambiente di studio tossico (”esprit concours”).
La Francia ha riformato il sistema nel 2020 proprio per ridurre la pressione del concorso unico e favorire un orientamento più progressivo e diversificato.
L’Italia, dunque, non solo ha ignorato i suoi dati del passato ma anche questa lezione internazionale e le evidenze del fallimento francese. Ha deciso di implementare, nel 2025, una versione di quel medesimo sistema che i nostri vicini hanno scartato perché dannosa e inefficace.
È un caso da manuale di “policy transfer” al contrario: importare un problema risolto male altrove, presentandolo come una soluzione innovativa qui da noi.
Incertezze, stanziamenti e costi
Ci sono molte altre parti critiche del semestre filtro, come, ad esempio, l’assoluta incertezza di quale sarà la sede nella quale uno studente potrà o meno seguire le lezione; i problemi del meccanismo perverso per cui si poteva ritentare l’esame la seconda volta, ma solo cancellando il risultato del primo esame; il limbo in cui si trovano le persone che hanno partecipato a questa “sperimentazione”; le lezioni a distanza “forzate”, nonostante sappiamo bene che la didattica a distanza abbia molti problemi e vada pianificata accuratamente.
Ma, in un mondo che misura tutto in termini economici, vale la pena di addentrarsi sul tema dei costi.
Il Miur ha stanziato 50 milioni di euro ripartiti per ateneo come si vede in questa tabella. Secondo Bernini la riforma non è “a costo zero”, ma è una misura che punta “sulla qualità, sull’efficienza e sull’equità accompagnate da un impegno economico reale. Vogliamo che ogni studente possa contare su un percorso di formazione solido, moderno e all’altezza delle sfide della sanità del futuro”. Il problema, però, è che se non si creano le basi per far iniziare un percorso in maniera solida queste rischiano di essere parole che non corrispondono ai fatti. E poi, lo stanziamento è sufficiente?
Secondo il Decreto Ministeriale sui costi standard per l’anno 2025 , il costo standard unitario di formazione per uno studente in corso “tipo” è determinato in 7.719 euro annui (dato medio nazionale). Sebbene lo studente del semestre filtro gravi sul sistema solo per metà anno accademico e per un carico didattico parziale (3 insegnamenti su 6/7 tipici), i costi fissi di gestione (segreterie, piattaforme informatiche, riscaldamento, pulizie, sicurezza) non decrescono linearmente. Ora, ipotizziamo che il costo reale per uno studente “tipo” del semestre filtro sia il 40% di 7.719 (è una stima prudenziale). Questo significa che il costo per ciascuno studente è pari a 3.087 euro. Se moltiplichiamo questo numero per il numero di iscritti al semestre filtro otteniamo
64.854 x 3.087 = circa 200,1 milioni di euro.
Molto più dei 50 milioni stanziati dal ministero.
Oltre ai costi diretti della didattica, le università hanno dovuto fronteggiare spese logistiche impreviste per gestire la massa critica degli esami. Le sessioni d’esame del 20 novembre e del 10 dicembre 2025, per esempio, in alcuni casi hanno richiesto location diverse dalle normali aule universitarie.
Poi ci sono i costi sostenuti dalle famiglie. È vero che molte università hanno attivato per forza di cose, per carenza di posti fisici, come dicevamo – forme di didattica a distanza, ma chi ha voluto o dovuto partecipare in presenza spesso ha dovuto sostenere i costi classici dei fuori sede senza la certezza di vedere un ritorno di questo investimento.
Infine, secondo Bernini il semestre filtro avrebbe dovuto abbattere i costi della formazione privata integrativa – una vera ossessione nella comunicazione della ministra – ma era abbastanza ovvio che non sarebbe successo. Senza contare che, ovviamente, chi può permettersi un tutoraggio privato in qualunque forma ha probabilità di successo nettamente superiori rispetto a chi deve affidarsi esclusivamente alla didattica d’aula, spesso erogata in contesti sovraffollati. E chi decide di provare un’avventura del genere, evidentemente, proverà in ogni modo possibile a integrare la formazione per passare l’esame finale. È abbastanza curioso, poi, che una ministra di un’area politica che dovrebbe essere a favore dell’iniziativa privata – e che non esita a dare dei “comunisti inutili” a chi la contesta – si scagli contro le aziende private di preparazione a test ed esami, un’industria che esiste in tutto il mondo.
E i costi futuri?
Non possiamo ancora fare previsioni sui ricorsi, ma sappiamo che ci saranno e dovremo valutarli in un secondo momento.
Se il sistema del semestre filtro, con i suoi alti tassi di bocciatura, dovesse rallentare l’ingresso dei nuovi immatricolati o lasciare posti vacanti (scenario ipotizzato da alcune analisi sindacali ), il danno per il SSN sarebbe quantificabile in termini di mancata erogazione di servizi futuri. Ogni inefficienza in questo processo si traduce in uno spreco di risorse pubbliche.
È vero che la sostenibilità di questo modello nel lungo periodo apparirà chiara solo dopo la gestione della fase dei ricorsi e l’analisi dei tassi di abbandono nei corsi affini, ma i segnali attuali impongono una riflessione urgente su correttivi strutturali per le future coorti. E ci si deve continuare a chiedere: davvero era questo il migliore dei modi possibili per cambiare?
Ma allora cosa succederà?
La verità è che non lo sappiamo. In Senato Bernini ha detto: “Siamo a dicembre. Il semestre finisce a febbraio", con l’eventuale recupero dei debiti formativi entro quella data”. Questa è un’altra novità di cui non si era affatto parlato. Quindi non era un semestre di lezioni ma di… esami, incertezze e recuperi? E come avverrà questo recupero? Cosa succederà alla graduatoria? Non si sa.
Poi, con circa 40.000-45.000 studenti destinati a non entrare a Medicina (salvo ricorsi, appunto), il sistema universitario si troverà probabilmente a dover gestire una massa enorme di studenti “in transito”. Il riconoscimento dei crediti per i “corsi affini” (Biotecnologie, Farmacia, Scienze Biologiche) rischia di saturare temporaneamente questi corsi di laurea, o addirittura di trasformarli in “parcheggi” per aspiranti medici in attesa di riprovare l’anno successivo, distorcendo la didattica e le prospettive occupazionali di interi settori disciplinari.
Non sappiamo come andrà nemmeno questo. Ma la sensazione, se sommiamo tutti gli elementi che abbiamo raccontato è che ci saranno parecchi problemi.
E poi sappiamo per certo una cosa: che il semestre filtro è esattamente il contrario dell’orientamento.
Tutto il contrario dell’orientamento
L’orientamento autentico, secondo la pedagogia moderna, serve a fornire a chi studia gli strumenti per auto-valutarsi, per comprendere le proprie attitudini, i propri interessi e le proprie potenzialità in relazione a un percorso di studi o professionale.
L’orientamento deve essere
formativo: Deve accrescere la consapevolezza dello studente su sé stesso e sulla disciplina.
non traumatico: Non deve basarsi sulla paura dell’esclusione immediata, ma sul rinforzo positivo e sulla scoperta.
personalizzato: Deve tenere conto dei tempi di apprendimento individuali, che non sono identici per tutti gli studenti, specialmente nel delicato passaggio dalla scuola superiore all’università.
diacronico: Deve, cioè, svilupparsi nel tempo, permettendo errori e recuperi.
Il modello applicato nel 2025 vìola sistematicamente tutti questi principi e li trasforma nel loro opposto
sincronia invece di diacronia: Invece di un percorso graduale di scoperta, tutto si gioca in due date fatidiche (20 novembre e 10 dicembre). Non c’è tempo reale per la maturazione, per l’errore formativo o per il recupero delle lacune pregresse. Lo studente viene gettato nell’arena senza paracadute.
selezione invece di formazione: Gli esami non sono progettati didatticamente per verificare l’apprendimento progressivo dei concetti insegnati nel semestre (che spesso non sono stati nemmeno trattati adeguatamente a causa del tempo ridotto e delle aule sovraffollate), ma sono calibrati esplicitamente per scremare la massa. È una selezione differita, brutale, mascherata da didattica. Non c’è intento formativo nel bocciare l’85% dei candidati a Fisica; c’è solo un intento esclusivo.
stress invece di consapevolezza: L’ansia da prestazione generata dalla competizione estrema (”mors tua vita mea”, dato che la graduatoria è comparativa e i posti sono fissi) impedisce quella riflessione serena che è alla base di ogni scelta orientativa consapevole.
Confondere l’atto dell’orientare con l’atto del selezionare è un errore metodologico grave.
Il semestre filtro non dice a una studentessa “sei adatta a fare il medico perché hai le qualità empatiche e cognitive giuste”, ma gli dice semplicemente “sei stata in grado di superare un quiz di fisica difficile e nozionistico dopo due mesi di corso affollato”.
Le due cose non coincidono affatto, e non c’entrano niente i giovani d’oggi e le critiche generazionali. C’entra, invece, il fatto che così si disorienta, mentre si costruisce un sistema arbitrario e ingiusto.
Come se ne esce?
Difficile a dirsi. Ora si parla di tavoli di confronto permanenti. Ma allora perché non farli prima? Perché non progettare una transizione dando a tutte le parti in gioco la possibilità di prepararsi adeguatamente a un’eventuale riforma? Perché esaltare la riforma, insultare e ridicolizzare gli studenti che protestano e quindi aprire alle correzioni solo dopo che le cose sono andate male?
Purtroppo, una soluzione sensata e non afflitta dai soliti problemi del dibattito politico pubblico in Italia sembra lontana.
Bisognerebbe cominciare ad ammettere che questa struttura del semestre filtro crea ansia patologica, selezione selvaggia e frustrazione invece di consapevolezza e crescita personale. Bisognerebbe ammettere che i test sono stati mal calibrati. Bisognerebbe ammettere che si poteva pianificare tutto molto meglio.
Dopo la pubblicazione delle graduatorie e dopo i ricorsi avremo altri numeri e altre situazioni su cui riflettere, la questo è lo scenario e decine di migliaia di giovani – con le loro famiglie – sono stati sottoposti a un trattamento che, alla luce di quanto abbiamo ricostruito, si poteva tranquillamente evitare.

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