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Il dottor Divago, il disegno, la pittura e la vita · Jun 9, 2026

Cosa c’è dentro un’ombra

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La luce riflessa, i bordi persi e il coraggio di togliere

C’è un momento, quando disegni dal vero, in cui arrivi al confine dell’ombra e ti fermi. Davanti hai una zona scura, e l’istinto ti dice una cosa sola: riempila. Premi la matita, scurisci tutto, chiudi la faccenda. Il buio ti mette fretta, come se fosse un vuoto da tappare prima che qualcuno se ne accorga.

E invece il buio è il posto dove succedono più cose.

Leonardo, nel suo trattato sulla pittura, si ferma a descrivere una donna vestita di bianco in mezzo a un prato sotto il sole. Il vestito è bianco, annota. Ma le sue ombre no. Le pieghe rivolte al cielo si tingono d’azzurro. Quelle rivolte a terra prendono il verde dell’erba.

Lo stesso tessuto, lo stesso istante, ma dentro le ombre un dialogo continuo con tutto quello che stava intorno. Il bianco “puro” esisteva solo dove batteva la luce diretta.

È una cosa che cambia il modo di guardare. Pensiamo agli oggetti come se avessero un colore loro, fisso, una specie di carta d’identità — il vestito è bianco, il muro è grigio, l’uovo è beige. Ma è proprio quando l’oggetto si ritira nell’ombra che smette di essere solo se stesso e comincia ad accogliere il mondo. Il cielo gli entra dentro. L’erba sale dal basso. L’ombra non nasconde l’oggetto: lo mette in relazione.

Leonardo lo annota a parole, non lo dipinge — ma il suo occhio aveva già capito tutto.

In questo studio, Leonardo indaga le variazioni della luce riflessa nelle zone d’ombra per definire le forme anche nella penombra.

Goethe e la dialettica del buio

Goethe, a modo suo, diceva qualcosa di simile sul buio. Per lui l’oscurità non era assenza, il posto dove la luce finisce. Era una forza attiva, qualcosa che lavora. Il colore stesso, secondo lui, nasceva dall’incontro fra la luce e quel buio — non dalla luce sola. Il blu del cielo, per dire, era oscurità mitigata, non luce scomposta. Si può non seguirlo fino in fondo sulla fisica. Ma l’intuizione tiene: il buio fa qualcosa. Non sta lì a fare da fondale.

E allora perché continuiamo a trattarlo come un buco da riempire?

Credo sia paura. La paura di non essere capiti. Quando una zona è in ombra e il dettaglio non si vede bene, scatta l’ansia di spiegare — illumino l’occhio dentro l’ombra, schiarisco la piega nascosta, disegno tutto quello che so esserci anche se non si vede. Per sicurezza. Perché chi guarda capisca.

Ma è esattamente lì che il disegno muore e diventa piatto.

Oltre la linea: il coraggio del “non fare”

C’è un autoritratto a pastello di Berthe Morisot, all’Art Institute di Chicago, che fa il contrario. Non è disegnato sul bianco. La carta è grigia — un grigio medio, con dentro delle fibre azzurre — e lei lavora a partire da lì. In alcuni punti aggiunge il chiaro, in altri affonda lo scuro, e in molti altri non tocca niente: lascia che sia il grigio della carta a fare il tono del viso. I contorni non li chiude quasi mai. La guancia, i capelli, la spalla si sfaldano nell’aria intorno invece di staccarsi con una linea. Eppure il volto c’è tutto, e ti guarda.

Berthe Morisot (1841-1895), Autoritratto a pastello su carta grigia, Art Institute di Chicago, 1885 circa.

Se Morisot avesse riempito quel grigio — schiarito ogni ombra, marcato ogni bordo per spiegarti dov’è il confine — avresti avuto il disegno di una faccia. Lasciando lavorare il tono di fondo, ti ha fatto vedere uno sguardo. La differenza è tutta lì. Quel grigio non è il vuoto da cui parte: è già mezzo lavoro fatto, già informazione. Lo capisce e lo protegge, invece di coprirlo.

Richard Schmid lo chiama, parlando di pittura, lavorare con i bordi persi: i punti dove il contorno di una cosa svanisce perché il suo tono si fonde con l’ombra dietro. Il mestiere non sta nel marcare quel confine. Sta nel lasciarlo sparire, e fidarsi che chi guarda lo ricostruisca. Dare poco, e che quel poco sia esatto.

Georges de La Tour, La Maddalena penitente, ca. 1640. La schiena e la nuca si perdono nel buio dello sfondo: il contorno non è marcato, è lasciato sparire.

Perché l’occhio di chi guarda non è passivo. Riempie, completa, immagina. Se gli dici tutto, lo metti a sedere e lo annoi. Se gli lasci il buio giusto, lo fai entrare nel disegno, lo finisce lui, da solo. Disegnare bene, a un certo punto, è soprattutto saper decidere cosa non dire.

Tutto questo, però, regge su un equilibrio fragile. Il buio non è informazione solo se resta buio. Se per paura cominci a schiarirlo, se fai entrare troppa luce dove non dovrebbe esserci, l’incantesimo si rompe e torni ad avere un buco — stavolta sbiadito invece che nero. C’è una soglia da rispettare. Una gerarchia precisa fra ciò che sta nella luce e ciò che vive nell’ombra, e che non va mai scavalcata.

È la stessa cosa che ti chiedo nell’esercizio del Gioco dell’Artista: parti da un grigio steso piatto, e da lì la tentazione è sempre bucarlo con troppa luce. Quella soglia la lavori in pratica nell’articolo Settimana 8 del Gioco dell’Artista — L’ombra non è vuota: la gerarchia dei valori, luce, ombra maestra, riflesso. Lì si scende nel concreto: come far vivere il chiarore di rimbalzo dentro l’ombra senza fargli mai superare il confine della luce. Dove tenere la mano, dove fermarla. È il gesto esatto che dà corpo a quello di cui ho scritto qui.

Il buio non va riempito. Va ascoltato, e poi protetto.


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