Ciao a tutte e a tutti e bentornati su Africanismi.
Sto riemergendo adesso da un periodo fittissimo di eventi/consegne e spero di poter riprendere le pubblicazioni e il podcast con più frequenza nelle prossim settimane. Per fortuna Africanismi può contare su tanti analisti validi che contribuiscono a questo spazio. Una di queste è sicuramente Martina Besana, analista a GOSPA Consulting una delle agenzie di consulting che seguo di più e che offre sempre spunti interessanti sulle relazioni tra geopolitica, tecnologie e mercati. Dopo lo scoppio della guerra in Iran, io e Martina abbiamo spesso discusso sugli effetti del conflitto sui mercati energetici e su quanto il petrolio sia ancora un termometro efficace pr misurare la gravità delle crisi a livello geopolitico. Martina è stata così gentile da mettere per iscritto come la vede.
Lascio la sua analisi qui e vi invito a seguire Martina e il lavoro di GOSPA su tutte le piattaforme.
A presto,
L
Negli ultimi cinquant’anni, ogni grande crisi geopolitica ha lasciato una cicatrice sui mercati energetici globali, spesso però meno profonda di quello che pensiamo: dagli shock petroliferi del 1973 e del 1979 ai picchi del 1990, del 2008 e del 2022, i grafici riportati nell’immagine mostrano come, dopo ogni impennata dei prezzi indotta da un conflitto, sia seguito un brusco ridimensionamento, spesso nell’ordine del 20–70% in pochi mesi.
Questa dinamica, con una rapida ascesa alimentata dalla paura e una successiva correzione più o meno drastica, è diventata una costante della politica energetica mondiale. L’attuale guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele ripropone uno schema già visto, ma su scala potenzialmente più destabilizzante. L’escalation militare, che include attacchi a infrastrutture petrolifere e la quasi paralisi del traffico nello Stretto di Hormuz, ha già generato uno shock immediato: i prezzi del greggio sono aumentati di oltre il 25% dall’inizio del conflitto e il blocco di circa un quinto della fornitura mondiale di petrolio e gas sta mettendo sotto pressione economie di ogni continente.
Inoltre, esperti e gruppi di analisi avvertono che i rincari energetici e le interruzioni logistiche potrebbero amplificare vulnerabilità già presenti nelle catene globali di approvvigionamento. In questo contesto, interrogarsi sulla centralità del petrolio non è solo un esercizio storico, ma una necessità analitica per comprendere meglio come i movimenti del petrolio siano da intendersi rispetto alle crisi attuali.
Storicamente, l’andamento dei prezzi mostra che lo shock petrolifero tende a stemperarsi relativamente presto: le pressioni sui prezzi diminuiscono già nei mesi successivi, spesso prima che le cause strutturali della crisi vengano risolte. Questo accade perché una parte significativa degli aumenti deriva da un “premio di rischio” legato all’attenzione mediatica e alla percezione immediata della minaccia. Quando l’attenzione dei media si sposta su altro, il mercato rientra, anche se le condizioni geopolitiche rimangono irrisolte. Inoltre, negli ultimi quindici anni il petrolio e, più in generale, le risorse naturali sono state sistematicamente sottopesate nei portafogli globali. La netta divergenza tra il settore della tecnologia in espansione e quello delle risorse in contrazione indica che i mercati hanno privilegiato modelli di crescita immateriale (software, AI, servizi digitali) rispetto ai settori legati ai beni fisici.
L’immagine qui di sopra mostra due linee che rappresentano il peso settoriale, per un periodo di tempo che va dal 19990 al 2026, all’interno dell’indice S&P 500, dei titoli tecnologici (linea blu), che rappresentano il 30% dell’indice azionario più importante al mondo e dei settori energia + materiali (linea gialla), in declino progressivo dagli anni ’90. Questa sottovalutazione è avvenuta e avveniva fino a poche settimane fa nonostante il mondo dipendesse ancora in modo decisivo dalle risorse energetiche e minerarie, in particolare in un contesto geopolitico sempre più instabile. Questa sottovalutazione potrebbe contribuire ora portare a una rotazione forzata dei mercati finanziari dal tech all’oil, contribuendo a una crescita dei prezzi più strutturale e duratura del petrolio.
Lo shock geopolitico del 2026 sta infatti riattivando il “premio di scarsità” del petrolio e gli investimenti insufficienti nel settore energetico amplificano il rischio di shock futuri. La storia dimostra che le crisi energetiche generano in fondo rotazioni improvvise negli asset: quando il rischio di approvvigionamento diventa sistemico, i settori legati alle materie prime tendono a recuperare peso in modo repentino, trascinati dalla necessità di coprirsi contro volatilità e inflazione.
Per dinamiche strutturali ancora prima che geopolitiche il petrolio potrebbe quindi tornare al centro del sistema finanziario non solo come commodity, ma come barometro geopolitico capace di anticipare turbolenze geopolitiche per via della sua scarsità endemica.
D’altronde, non si può nemmeno essere “naïve”: strumenti come Polymarket hanno già sostituito in parte il petrolio come barometro anticipatore delle crisi, non perché muovano più denaro dei future (non è così, e la liquidità resta un limite) ma perché producono un segnale diretto, ovvero una probabilità, prima che l’evento deflagri sui mercati fisici. Durante la recente escalation sull’Iran ci sono ad esempio state scommesse per oltre 500 milioni di dollari sottolineando come i mercati di previsione si stanno ormai trasformando in fonti di intelligence in tempo reale sugli scenari geopolitici, agendo quasi da “sensori” che aggregano informazioni diffuse e incentivate economicamente.
Un recente articolo della giornalista Barbara Carfagna sul Sole24Ore coglie proprio questa soglia culturale e tecnologica: la metrica di riferimento per molti analisti di intelligence, infatti, non è più solo il prezzo spot del barile, ma la curva di probabilità che si forma minuto per minuto su piattaforme nate per scommettere e oggi utilizzate, di fatto, come strumenti di intelligence “distribuita”. Certo, la storia non finisce qui: le analisi su wallet “sospetti”, i richiami dei regolatori e le rimozioni di mercati controversi dicono che il passaggio non è indolore e che il rischio di segnale “sporcato” da informazioni privilegiate è reale. Ma proprio perché il segnale esiste ed è osservabile, investitori e policy‑maker non possono più ignorarlo.
Nel futuro più vicino potremmo dunque essere “costretti” a chiederci se il prossimo shock non venga letto prima sul book di un prediction market che sul grafico del Brent.

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