Questa settimana ho lavorato in un’azienda di noccioleti vicino al lago di Bolsena.
Sono andata lì per Terra Madre, all’interno di un percorso che in Europa si comincia a chiamare MRV: Monitoring, Reporting, Verification. Tradotto: come si fa, in concreto, a sapere se un’azienda agricola sta davvero rigenerando il suo ecosistema con le pratiche che dichiara di applicare.
Sono partita lunedì mattina con la macchina carica di sacchetti per il campionamento del suolo, la trivella per prelevare i campioni di suolo e nel cellulare munita dell’app per il riconoscimento degli uccelli e delle piante.
Arrivata in azienda, ho passato la giornata a fare esattamente quello: prelevare campioni di suolo da inviare al laboratorio per le analisi fisico-chimiche, fare la visual soil assessment: una valutazione visiva che guarda colore, salute delle radici e quindi della rizosfera, compattamento, erosione, infiltrazione dell’acqua.
Ho prelevato un campione per la bulk density, la densità apparente, che serve a calcolare quanto carbonio è stoccato in quel volume di suolo: un dato che un giorno, quando i crediti di carbonio entreranno davvero a regime, sarà la base per dire all’agricoltore quanto carbonio sta sequestrando di anno in anno.
Poi insieme all’agricoltore abbiamo raccolto le trappole per gli insetti che avevano posizionato due settimane prima.
Il monitoraggio della biodiversità animale è una parte del protocollo, le trappole vanno poi al laboratorio per la conta e la diversificazione delle specie.
Ho fatto il riconoscimento degli uccelli con l’app. Ho campionato la biodiversità vegetale: le piante che crescono sotto la coltura - in questo caso il nocciolo - e quelle che crescono ai margini del campo. Ho preso anche delle aree di controllo, una naturale e una coltivata, perché senza confronto i dati dicono poco. E infine il test dei microorganismi, per calcolare quantità e rapporto tra batteri e funghi nel suolo.
Da qualche anno in Europa si parla di certificazione dell’agricoltura rigenerativa. Il dibattito si sta polarizzando tra due direzioni molto diverse.
Da una parte c’è chi vuole la certificazione “pronta”, col bollino, esattamente come è stato fatto con il biologico. Una lista di pratiche standardizzate da rispettare, un ente che controlla, un marchio sul prodotto.
Dall’altra c’è chi dice no e preferisce andare a certificare i risultati che le aziende ottengono, su più aspetti.
Ed è qui che la questione si fa interessante per me, perché l’agricoltura rigenerativa non è il biologico.
La bellezza dell’agricoltura rigenerativa è che, a differenza del biologico, non esistono pratiche che si adattano a tutti i contesti. Ogni contesto è diverso: dal punto di vista agronomico, socio-economico, ecologico, e anche dal punto di vista della persona che inizia il percorso e della rete che ha intorno.
Ognuno parte da un punto diverso. E nessuno vuole penalizzare un contesto che parte da una condizione svantaggiata, ma piuttosto aiutarlo.
Mettiamo che una persona parta da un territorio arido, senza una rete di altri agricoltori intorno, con una fertilità del suolo bassissima. Naturalmente, anche se applicherà tutte le tecniche dell’agricoltura rigenerativa, i suoi risultati saranno più lenti o meno evidenti (specialmente nei primi anni) rispetto a chi parte già da una situazione ottimale. Una certificazione “col bollino” rischia di tagliare fuori esattamente le persone che il movimento dovrebbe sostenere.
Per questo l’approccio MRV mi convince. Si misurano cambiamenti reali, sull’azienda specifica, anno dopo anno. Non solo gli aspetti ecologici - che restano per me la base fondamentale, la visione su cui tutto si regge - ma anche quelli socio-economici. Perché senza sostenibilità economica il progetto chiude, e allora di rigenerato non resta niente.
Il mio ruolo, in questo, è la parte di campo: campionamenti, monitoraggi, report tecnico. La parte socio-economica viene gestita da un’altra persona del team. Tutti i dati confluiscono nel coordinatore del progetto, che assegna un punteggio per ogni indicatore e un punteggio complessivo. L’azienda può poi inserire nel proprio sito e nella propria comunicazione il fatto che le pratiche XYZ stanno dando questi risultati, con un miglioramento documentato negli anni.
Tutto bellissimo. Ma c’è un nodo che non posso non nominare: il costo.
Fare ogni anno tutte queste analisi è economicamente molto dispendioso.
Una piccola azienda che sta partendo, spesso, non se lo può permettere. E qui si apre una questione che mi tocca da vicino, perché io credo che il movimento dell’agricoltura rigenerativa e dell’agroecologia, soprattutto su piccola scala (cioè le microfarm, che poi sono su di loro che ripongo tutta la mia fiducia per un cambiamento rivoluzionario) sia popolato da persone che di ecologia ne sanno spesso più dei tecnici.
Persone che osservano molto bene, che hanno studiato (magari non all’università, ma con un sacco di corsi) che sono appassionate della materia. Non l’operaio agricolo, per intenderci, ma chi ha scelto questa vita come progetto di senso.
L’obiezione è ovvia, e legittima: se non lo fa una persona esterna, come si fa a essere sicuri che l’agricoltrice non falsifichi il risultato? Magari preleva il suolo di un vicino, magari dichiara cose che non sono veritiere. È vero. E finché parliamo di crediti di carbonio - quindi di un guadagno economico diretto - è chiaro che serve un agronomo terzo, esattamente come si fa con il biologico.
Ma forse, in un mondo un po’ più utopico, dovremmo anche smettere di falsificare le cose, di volerci spacciare per quello che non siamo. Soprattutto quando non c’è un bollino, non ci sono multe, non c’è un guadagno aggiuntivo.
Quando l’unica ragione per fare agricoltura rigenerativa è una scelta: non voglio fare un’agricoltura di estrazione come si è fatta dalla rivoluzione verde a oggi, voglio ridare di più. Voglio creare qualcosa di migliore.
E forse, allora, anche il modo in cui scegliamo di certificare dovrebbe cambiare.
Comprendere chi si ha davanti diventa centrale. Confrontandomi con alcune ispettrici del biologico mi hanno detto che si riconosce subito chi è certificato perché ci crede e chi lo fa solo per il prezzo in più.
Non posso costruire una tesi su due o tre testimonianze, ma anche io, lavorando con le persone da dieci anni, le cose un po’ le vedo. Le persone sanno mentire benissimo, certo: ma qualcosa, nel modo in cui parlano del loro progetto, traspare.
Esiste un’alternativa di cui si parla poco, ed è la certificazione partecipata. Funziona così: tante piccole aziende fanno parte di una rete, e sono le altre aziende della rete - insieme a consumatori che fanno tour, partecipano a eventi, conoscono direttamente i luoghi - a “certificare” la qualità del lavoro. Non con un bollino, ma con una conoscenza diretta e diffusa.
I limiti ci sono: il consumatore spesso non ha le qualifiche per leggere tutta la filiera. Ma se nella rete ci sono anche altre aziende, il controllo tra pari diventa solido. È un modello che si addice molto di più alla scala su cui lavoriamo.
Vedremo. In tutto questo ci sono aspetti positivi e negativi, e nessun metodo è quello perfetto per tutti - l’ho imparato lavorando ogni giorno con contesti diversissimi. C’è da continuare a discuterne, da sperimentare, da costruire qualcosa di migliore insieme.
E qui mi interessa davvero sapere cosa ne pensi tu.
Se sei un’agricoltrice, un’agronoma, una consumatrice attenta, una persona che semplicemente segue questi temi: come ti immagini una certificazione dell’agricoltura rigenerativa che funzioni davvero? Ti fideresti di più di un bollino rilasciato da un ente terzo, o di una rete di pari che si riconosce e si controlla a vicenda? E se sei un’agricoltrice: saresti disposta a sostenere il costo di analisi annuali per dimostrare quello che già sai di stare facendo bene?
Rispondimi pure a questa email, oppure scrivimi nei commenti. Sto raccogliendo voci diverse perché la discussione, in Europa, è tutt’altro che chiusa e le persone che la terra la lavorano davvero dovrebbero essere le prime a parlare.
Un abbraccio,
Adelaide 🐝
P.S. Se stai pensando di iniziare o trasformare un progetto agricolo in chiave agroecologica e vuoi capire da dove partire, ho aperto qualche slot per call gratuite di orientamento. Sono 20 minuti in cui ascolto la tua visione, le risorse che hai a disposizione e i blocchi che senti, e ti dico onestamente se e come posso esserti utile in un percorso di progettazione
Sono Adelaide Valentini, agronoma, insegnante e contadina. Sogno comunità rurali che rigenerano territori ed ecosistemi. Ecco perché ti aiuto a trasformare il tuo sogno agricolo in realtà. Ne hai bisogno tu, ne ha bisogno il mondo.

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