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Aiutami a costruire un mondo agroecologico: scaricando l’app di Substack puoi commentare, condividere e mettere mi piace. Così arriviamo a tutte quelle persone che hanno la stessa visione ma hanno paura di realizzarla. Questo Diario le aiuterà a vedere che nel concreto si può costruire qualcosa di diverso…
C’è stato un momento, poco dopo la fine dell’università, in cui ho aperto l’armadio di Narnia.
Ero partita per un corso di permacultura in Spagna, a Sunseed. Quel mondo che sto per raccontarti lo avevo già dentro da sempre - ci pensavo, lo desideravo - ma non lo credevo possibile. Lo tenevo da parte come si tiene un’utopia: bella, e irraggiungibile.
Poi durante quel corso si è aperta una porta enorme, e dietro non c’era un’idea. C’era un movimento intero di persone che quel mondo lo vivevano già, con i miei stessi valori, da decenni, in tutto il mondo. Curare le persone, curare l’ambiente, curare il futuro. Parlavamo di suolo, di acqua, di alberi, di ecologia — le stesse cose che avevo studiato da agronoma, ma con un altro sguardo, e con un’altra logica.
Sono entrata dentro quella porta e ho pensato: io appartengo qui. Questa sono io.
La conferma è arrivata qualche tempo dopo, in Svezia, in un’altra azienda dove sono andata a imparare. Mi sono trovata davanti all’azienda dei miei sogni: la produzione di cibo e l’orto, il vivaio, il bosco, gli animali al pascolo che si spostavano e lasciavano dietro di sé un suolo più vivo, i filari agroforestali, la raccolta dell’acqua progettata con cura, la serra orientata al sole.
E intorno le persone: una formazione orizzontale, alla pari, non il professore che pensa di saperne più di te, ma uno scambio vero. Una zona che si stava spopolando e che tornava viva perché la gente ci passava, imparava, si fermava. Ho guardato tutto questo e ho detto: è così che voglio il mondo.
Non l’ho immaginato. L’ho visto con i miei occhi. Ed è per questo che oggi posso dirti che questo mondo è possibile, non per fede, ma perché ci sono stata dentro.
Per anni ho dato per scontato che il mio modo di costruire quel mondo fosse avere la mia azienda agricola. Volevo capire prima di insegnare, provare prima di aiutare: mi sembrava l’unico ordine giusto delle cose. Così ho costruito la mia azienda. Ho imparato tantissimo (a gestirla, a rialzarmi, a non mollare) e per questo devo dire grazie a mio papà, a mio fratello, a me stessa, e a chi lungo la strada ha creduto nel mio sogno.
Poi ho imparato anche un’altra cosa: che non è tutto oro quello che luccica, e che a volte la strada che stai percorrendo ti chiede di lasciarla andare. È stato un passaggio difficile, uno di quelli che ti smontano e ti rimontano. Non ti racconto qui ogni cosa.
Ma puoi ascoltare la storia qui 👇
Ti racconto quello che ho capito uscendone, perché è la cosa più importante che io abbia imparato in tutti questi anni: il mio sogno non era mai stato l’azienda agricola. L’azienda era il mezzo. Il sogno era il mondo.
Quando l’ho capito, tutto si è ribaltato. Se il sogno è il mondo, allora la mia azienda non è l’unico modo per arrivarci e forse, oggi, non è nemmeno il mio. Ma può esserlo per tante altre persone. E quelle persone io le posso aiutare.
È qui che ho trovato la cosa che mi dà più senso di tutte. Quando qualcuno arriva da me con un sogno confuso e riparte con un “è difficile, ma ce la posso fare”, e comincia a mettere un mattone dopo l’altro… per me è una soddisfazione enorme, sento davvero tanta bellezza. Perché aiutando te a realizzare il tuo sogno, sto realizzando anche il mio. Perché il mondo che voglio non è fatto di una sola azienda: è fatto di tante. È un territorio intero. E un territorio, per definizione, da sola non lo posso costruire.
Lascia che te lo descriva, come se ci stessi camminando dentro una mattina.
Mi sveglio con l’alba fresca. Prima di tutto mi prendo un momento per me: respiro, prendo negli occhi le prime luci, sto un po’ dentro di me. Poi comincia la giornata vera, quella della famiglia: la colazione, i pochi animali fuori, una passeggiata breve per vedere che sia tutto a posto. E mentre parte la nostra mattina, parte anche quella dei vicini. Si sente chi accende il decespugliatore, chi il trattore; qualcuno passa in macchina verso il lavoro e ci si saluta, magari due chiacchiere veloci. Uno dei ragazzi che lavora nell’azienda accanto passa a portarci il fieno, e ci raccontiamo. Ci ricordiamo che stasera c’è la riunione del gruppo.
A pranzo ci sono dei ragazzi che mangiano con noi e ci danno una mano, con i bambini, con le cose da fare anche nelle altre aziende. Cucinano loro, si organizzano loro, e così noi possiamo tornare al lavoro: io ho una consulenza, degli articoli da scrivere, una newsletter, un intervento da preparare. Ho messo su la focaccia, l’infilo in forno perché sia pronta dopo. Verso sera ci ritroviamo per una piccola cena con gli amici, e costruiamo insieme il nostro futuro, nel piccolo, che è la nostra famiglia, e nel grande, che è il territorio, la comunità in cui vogliamo stare bene insieme. Mangiamo presto, così ognuno può tornare a casa con calma, mettere a letto i bambini stanchi di aver giocato tutto il giorno con gli altri bambini, e avere un momento di raccoglimento da soli, e poi in coppia.
Nel weekend abbiamo organizzato una passeggiata di raccolta spontanea di erbe con una ragazza che viene da fuori a insegnarci a farne dei preparati; poi andremo al fiume, e mangeremo tutti insieme, tutte le famiglie con i bambini. Facciamo parte di associazioni, ne abbiamo costruita una nostra. Abbiamo laboratori di trasformazione condivisi, reti d’impresa tra le varie aziende; io do una mano nell’organizzazione, nel tenere insieme le cose. Siamo tutti ragazzi più o meno della stessa età. Gli anziani fanno i nonni, i saggi. E noi costruiamo.
Quello che provo, dentro questa giornata, è pace. Serenità. Appartenenza. Il senso di essere completa, di essere nel posto giusto e la speranza di poter finire i miei giorni così. Anche se ci saranno lotte, difficoltà, litigi, conflitti, paure, frustrazioni. Non un mondo senza fatica: un mondo dove la fatica ha un senso, e non la si porta da soli.
È un mondo dove l’agricoltura non produce solo cibo. Cura il territorio: rigenera il suolo, riporta biodiversità e abbondanza, ricrea habitat, fa tornare vivi i luoghi. Dove l’autosufficienza non è quella dell’eroe solitario che fa tutto da sé (perché da soli è impossibile) ma nasce dalla collaborazione tra tante aziende diverse: c’è chi fa l’orto e le officinali, chi le galline, le pecore e il grano, chi il mais. E dove le piccole aziende agricole rigenerative non chiudono. Perché io non voglio più vedere aziende agricole così che chiudono.
Non ho la verità in mano. Questo tipo di agricoltura è sperimentale, dipende dal contesto, cambia da luogo a luogo. Non è una cosa che cala dall’alto, e questa newsletter non è una lezione dalla cattedra. È il posto dove ti mostro il lavoro vero che faccio nelle aziende: cosa vuol dire fare agricoltura in questo modo, come la sogno, come l’ho fatta, come sto aiutando altre aziende a farla. Ti do contesti, ti apro porte, condivido strumenti. Il resto lo costruiamo guardando, provando, correggendo.
Questo è il mondo che voglio costruire. E te l’ho detto: da sola non posso. Se sei arrivata fin qui a leggere, forse è perché quel sogno lo porti anche tu e allora lo stiamo già costruendo in due.
Il primo passo è piccolo e concreto: crea il tuo account su Substack, così puoi commentare, rispondere e condividere e aiutarmi nel primo passo per costruire questo mondo.

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Un caro abbraccio,
Adelaide 🐝
Sono Adelaide Valentini, agronoma, insegnante e contadina. Sogno comunità rurali che rigenerano territori ed ecosistemi. Ecco perché ti aiuto a trasformare il tuo sogno agricolo in realtà. Ne hai bisogno tu, ne ha bisogno il mondo.

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