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Il diario di un'agroecologa · May 22, 2026

Ho dovuto dire "non si può fare"

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Adelaide · Il diario di un'agroecologa

Ieri ho fatto una consulenza in cui, per la prima volta, non sono riuscita ad aiutare una persona a realizzare il suo sogno agricolo.

Nel mio lavoro sono spesso quella che, quando tutti hanno detto “questa cosa non si può fare”, arriva e dice: proviamoci. È una postura che mi viene naturale, perché ho visto tante aziende, nei luoghi più disparati, e in qualche modo una strada si trova sempre.

Nel passato, è successo anche a me di sentirmi dire che non si poteva fare.

Ero una giovane donna e quando volevo fare il mio progetto di orto, sono andata al centro di assistenza agricola di zona per capire meglio come potevo realizzare il mio progetto e cosa dovevo sapere. Mi dissero che l’orto in collina e in montagna non si fa, l’orto si fa in pianura dove c’è una struttura del suolo più sciolta, dove ci sono più nutrienti e dove c’è più facile accesso all’acqua.

Certo, sicuramente questa sarebbe la situazione ideale e più facile, ma per fortuna io ero una ragazzina testarda che voleva fare a modo suo.

Quindi ieri, dopo un’attenta analisi ho capito che non c’erano soluzioni, è stato davvero difficile dire “mi spiace, ma non si può fare”.

Tommaso vive vicino a Firenze, in una campagna formata da colline dolci di uliveti e qualche terrazzamento. Tra un terreno e l’altro si vedono anche siepi alberate e qualche boschetto.

Quando sono arrivata da Tommaso, siamo subito andati a fare un giro sui suoi 4 ha di terreno e dopo aver fatto il primo salto all’uliveto e all’appezzamento dove vorrebbe fare l’orto, mi ha portato sui terreni incolti.

Sembrava di essere entrata in un luogo diverso, un posto magico, sicuro e protetto. Le zone non coltivate dell’azienda erano 3-4 appezzamenti di prateria circondati dal bosco. Ogni appezzamento era collegato da un passaggio, anch’esso al sicuro da alberi alti e un sottobosco ricco e pieno.

La sensazione, camminando lì dentro, era proprio quella di stare al sicuro. Un piccolo mondo protetto.

La casa, era un podere di una volta, di quando Firenze non era ancora metropoli. La famiglia di Tommaso teneva il maiale, qualche gallina, conigli, la piccionaia. Sulle colline gli olivi e, fra un filare e l’altro, la vigna. E dove adesso c’è la prateria nel bosco - coltivavano il grano e il granturco.

Entrando nella casa, la prima cosa che mi ha colpito è stata il grande camino. Non era solo enorme: era chiuso, costruito in modo che diventasse quasi una mini-cucina, con la brace sotto e le pentole appoggiate sopra.

Mi sono immaginata quei giorni: i lavori di campagna fatti tutti insieme, le serate intere davanti al focolare per prendere il caldo, gli animali sotto la casa per scaldare l’abitazione. Sarò nostalgica di un passato che non ho vissuto, lo so. So anche che non era tutto rose e fiori. Ma si dava un altro tipo di valore alle relazioni, alla collettività, e si trasformavano in risorse, cose che oggi vengono buttate via.

Tommaso quella terra la vuole tenere. Non vuole venderla, anche se molti glielo direbbero. Vuole farne la sua azienda, vuole farci l’orto, vuole che diventi il suo lavoro.

Durante la nostra camminata sui terreni, una dopo l’altra sono emerse le difficoltà.

L’unico campo più pianeggiante che Tommaso aveva preso in considerazione per l’orto è vicino al fiume. Qualche anno fa il fiume è esondato lasciando quell’appezzamento allagato per un periodo.

Questo vuol dire che potrebbe risuccedere, specialmente con l’andamento climatico degli ultimi anni, si legge una propensione a piogge intense in brevi periodi che portano proprio a questi problemi.

Naturalmente questo terreno è anche il più comodo per arrivarci col trattore (c’è una via d’accesso molto facile e diretta) e dove l’acqua sorgiva arriva già per caduta, tanto che è già presente un sistema di irrigazione portante perché i nonni coltivavano alcune cose lì.

Questo appezzamento è esposto a nord e le ore di luce del sole di inverno sono davvero basse (si tratta di circa 4-5 ore). Quindi la particolare posizione del terreno, aumenta le mie preoccupazioni per forti gelate e alta umidità (che a sua volta porta predisposizione per malattie).

Il bosco intorno è ancora tutto da pulire, e poi va recintata l’intera area, perché lì la pressione degli animali selvatici è alta. Le pendenze sono più difficili di quelle che mi aveva raccontato.

Con Tommaso abbiamo anche valutato altre colture, come piccoli frutti. Ma queste tipologie di colture, per quanto amano la penombra e quindi quello sarebbe un terreno adeguato, amano anche terreni acidi, cosa che molto probabilmente quel terreno non è considerando che l’acqua è già molto calcarea (sicuramente delle analisi del suolo possono approfondire questo aspetto).

Ho proposto la coltivazione di funghi, che in un contesto come quello potrebbero funzionare benissimo. Eventi, esperienze, persone che entrano in azienda. Ma non è qualcosa che a Tommaso interessa fare.

Ho provato a vedere se un vicino gli affittava un pezzo più pianeggiante ed esposto a sud, ma Tommaso mi ha detto che purtroppo glielo aveva già chiesto, ma non c’è questa disponibilità.

Alla fine l’ho guardato e gli ho detto: Tommaso, io ho messo sul tavolo quello che potevo. Ma se il tuo obiettivo è uno stipendio dall’orto entro un paio d’anni, con questi terreni così come sono, non credo sia possibile.

Tornando a casa, ho pensato a lungo a quel podere.

Una volta, su quegli appezzamenti, ci facevano il grano perché era l’unico modo per mangiare. Oggi, con l’agricoltura industriale che ha abbassato i prezzi del cibo, un grano coltivato lì - raccolto a mano, perché la trebbia normale su quei pianali non ci va - costerebbe troppo, e nessuno lo comprerebbe. È un luogo dove le persone, una volta, tiravano risorse da qualcosa di cui oggi facciamo fatica perfino a vedere il valore.

E però.

Quella terra un valore ce l’ha. Ma forse non è il valore classico dell’agricoltore che si mette lì e coltiva per portare un prodotto al mercato. È un valore esperienziale, di cultura, di memoria, di relazioni - di quel “stare al sicuro” che ho sentito io camminandoci dentro, e che altre persone potrebbero sentire se ci venissero. È un valore che esiste solo se qualcuno sceglie di vederlo, e di costruirci sopra una storia diversa da quella che si era immaginato all’inizio.

Forse a volte il mio lavoro non è aiutare a realizzare il sogno che la persona si era figurata, ma aiutare a vedere quale altro sogno quella terra può raccontare. E forse il lavoro di Tommaso, adesso, è capire se quel sogno diverso lo vuole davvero.

E a te è mai capitato di dover ridimensionare un sogno legato alla terra? O di scoprire che la terra che amavi ti chiedeva una storia diversa da quella che avevi immaginato? Mi piacerebbe leggerti nei commenti.

Ci vediamo la prossima settimana,

Adelaide 🌱

Sono Adelaide Valentini, agronoma, insegnante e contadina. Sogno comunità rurali che rigenerano territori ed ecosistemi. Ecco perché ti aiuto a trasformare il tuo sogno agricolo in realtà. Ne hai bisogno tu, ne ha bisogno il mondo.

Read the original on adelaidevalentini.substack.com

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