La sofferenza che mi ha provocato l’esecuzione di Renee Good a Minneapolis, per mano di un agente anti-immigrazione dell’ICE, non ve la devo raccontare, so che molti di voi hanno provato lo stesso mio scoramento. Né devo aggiungere che la pericolosità di un gesto simile esce dai confini statunitensi e viaggia veloce, diventando un problema di tutti. “Un problema di libertà”, se volessi semplificare.
Non è stato il mio primo pensiero, è chiaro. Quando la notizia ha iniziato a circolare e con lei i dettagli di questa follia, mi sono immaginata il trauma della sua compagna e il dolore dei figli, orfani della propria madre poche ore dopo averla salutata per entrare a scuola. Non averla più nella vita di tutti i giorni e però vederla morire più e più volte, in tv e sui social, in una sequenza tanto violenta e, in un certo senso, banale da non lasciare spazio ad alcuna attenuante, ad alcuna pacificazione.
Il pensiero del suo cane è stato successivo, ma è stata la stoccata finale. Inutile mentire, mi ha immalinconita a livelli inusitati. Ed ero già pronta a giudicare la mia emotività, quando mi sono accorta che sul web molte persone si erano poste la stessa domanda. Che ne fine aveva fatto il suo cane? Stava bene? Non credo che la nostra curiosità sia legata a quanto si dice sull’empatia contemporanea - che sia cioè maggiormente concentrata sulla sorte degli animali e sempre meno su quella degli esseri umani. Non solo, perlomeno.
Credo che l’immagine di quel cane vecchietto, affacciato al finestrino di una macchina che nel giro di pochi secondi si schianterà contro altre parcheggiate non lontano da lì, racconti di tutto l’impegno che ci stiamo mettendo per affrontare questi tempi violenti e sterili, della nostra resistenza più consistente ed emozionante, che è poi quella dell’amore, delle relazioni, della cura per le cose piccole e per gli esseri più indifesi. Abbracciare il proprio cane, scrivere due pensieri sul taccuino, vestire più colorato del solito, cercare il conforto negli altri o in libri già letti, in commedie già viste.
Allenare occhi semplici di fronte al contorto, al machiavellico, al becero è davvero una prova da titani. Lo scrivo e sento di non esagerare. Alimentare di continuo la nostra curiosità, la speranza e pure la gentilezza non è affatto una reazione irrisoria. Sarà di certo inutile alla luce dei grandi piani di questo mondo impazzito, ma non di certo nella sostanza dei nostri giorni.
Non voglio dirvi di tenere duro, perché non sono maestra in questo tipo di coraggio: ogni tanto mi rompo e piano piano mi devo ricostruire. Ogni tanto credo davvero che il mio impegno non valga tutta la fatica che mi serve per tenerlo in piedi, per alimentarlo, per crederci. Però, se sono qui a togliere la polvere da questa newsletter mai considerata abbastanza è per lasciarvi un messaggio di cui ho piena certezza: non siete soli, siamo in tantissimi.
A presto,
Camilla
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