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World Signals · Aug 19, 2026

Un impero, due pantani. A 35 anni dal golpe che aprì la fine dell'Urss, la guerra in Ucraina logora la Russia di Putin

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Francesco Petronella · World Signals

Questo 19 agosto ricorrono 35 anni dal tentato golpe contro Michail Gorbaciov. Fu il tentativo di fermare con la forza lo smantellamento dell’Urss ma che, fallendo in appena tre giorni, ne provocò invece la fine. Nella settimana successiva, sette repubbliche sovietiche - tra cui l’Ucraina - dichiararono l’indipendenza in rapida sequenza, e il gigante che insieme agli Stati Uniti aveva dominato la guerra fredda, il colosso che sembrava eterno si è dissolto nel giro di quattro mesi. Oggi, dopo quattro anni di guerra in Ucraina, una domanda torna periodicamente a galla: la Russia di Putin sta forse vivendo un logoramento simile? Tale, addirittura, da far pensare a un collasso simile a quello sovietico? In effetti c’è almeno un trait d’union storico concreto: fu il pantano afghano, la guerra decennale che l’Armata Rossa combatté (e perse) tra il 1979 e il 1989, a preparare il terreno per il crollo dell’Urss. Tuttavia, prima di innamorarsi del parallelismo, vale la pena guardare a cosa, in questa storia, non si ripete affatto.

È la mattina del 19 agosto 1991. Boris Eltsin arriva al Parlamento russo — la “Casa Bianca” sul fiume Moscova — e trova la città paralizzata da colonne di carri armati. Sale sul blindato numero 110 della Guardia Taman, si aggrappa alla torretta e legge ad alta voce un appello ai cittadini: il tentativo di golpe contro Gorbaciov, tenuto agli arresti domiciliari nella sua dacia di Foros, in Crimea, è illegale, e Mosca deve resistere. Quella fotografia farà il giro del mondo in poche ore, e diventerà il simbolo di una resistenza che tre giorni prima nessuno avrebbe scommesso potesse avere successo. In quel momento, Gorbaciov è Presidente dell'Urss (la massima carica statale), mentre Eltsin è Presidente della Russia in quanto una delle 15 repubbliche sovietiche, una posizione formalmente subordinata a Gorbaciov ma da cui, di fatto, guida la resistenza al golpe.

Il colpo di Stato, orchestrato dai vertici del partito, del Kgb e dell’esercito, vuole bloccare la firma di un nuovo Trattato dell’Unione che trasferirebbe ampi poteri dal centro alle repubbliche: i golpisti temono, non a torto, che quel trattato sciolga di fatto l’Urss. Ma il colpo di mano è organizzato male, e la resistenza pubblica guidata da Eltsin lo fa collassare in appena tre giorni. Gorbaciov torna a Mosca “salvato”, ma politicamente è un uomo finito. Il Pcus, il partito comunista che aveva plasmato per decenni il Paese del socialismo reale, viene sospeso da Eltsin pochi giorni dopo per aver partecipato al golpe, e le repubbliche — che fino a quel momento tergiversavano sull’indipendenza — leggono nel caos la prova che il centro sovietico è ormai instabile. Nell’arco di dieci giorni, tra il 20 e il 31 agosto, dichiarano l’indipendenza Estonia, Lettonia, Ucraina, Bielorussia, Moldova, Azerbaigian e Kirghizistan. Il progetto di un’Urss riformata ma unita muore lì. A dicembre arrivano gli Accordi di Belaveza e le dimissioni di Gorbaciov: l’impero che sembrava eterno si è dissolto.

Ma quel collasso non nasce dal nulla. Meno di tre anni prima, nel febbraio 1989, l’Armata Rossa si è ritirata dall’Afghanistan dopo un decennio di guerra che è costato oltre 15mila soldati sovietici morti, risorse economiche enormi e un logoramento profondo della fiducia pubblica nel sistema. Gli “Afgantsy”, i reduci di quella guerra, tornano a casa disillusi da un Paese che fatica a reintegrarli: un antipasto, per molti storici, dell’implosione che sarebbe arrivata poco dopo.

Per capire se il parallelismo tra allora e oggi tenga, conviene scomporlo almeno in quattro pezzi.

  1. Il pantano che logora, stavolta più vicino a casa. L’Afghanistan fu per l’Urss una guerra coloniale relativamente lontana, senza legami di sangue, lingua o storia comune con la popolazione locale, eppure bastò a intaccare gravemente la fiducia nel sistema. L’Ucraina è, per la Russia di Putin, l’esatto opposto: un Paese che il Cremlino considera parte del proprio “mondo russo” per storia e cultura, strategicamente vitale sul fianco occidentale, e la cui invasione è costata finora perdite militari, sanzioni ed effetti economici di gran lunga superiori a quelli della campagna afghana. Se il pantano afghano fu un antipasto della crisi sovietica, quello ucraino, per importanza dell’oggetto conteso, dovrebbe pesare semmai di più.

  2. Il ricambio ai vertici, che nel 1991 c’era e oggi non c’è. Tra il 1980 e il 1985 morirono in rapida sequenza sette dei massimi dirigenti sovietici, da Kosygin a Cernenko passando per Breznev e Andropov, e Gorbaciov ne rimosse altri quattro nell’anno successivo. L’equivalente oggi sarebbe la rimozione contemporanea di Patrusev, Misustin, Lavrov, Secin e Putin stesso: uno scenario che nessun analista serio metterebbe sul tavolo.

  3. L’apertura politica, che Gorbaciov concesse e Putin ha invertito. Perestrojka e glasnost aprirono uno spazio di dissenso legittimo che permise a repubbliche e società civile di organizzarsi. Putin ha costruito l’esatto opposto: un sistema repressivo che, per numero di oppositori incarcerati e controllo dell’informazione, supera per molti versi quello tardo-sovietico.

  4. Il ritiro dalla periferia, che nel 1991 ci fu e oggi non c’è. Gorbaciov ‘lasciò andare’ l’Europa dell’Est, senza inviare i carri armati quando Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria si allontanarono da Mosca. Putin ha fatto l’opposto, invadendo i vicini due volte in un decennio e usando la logica dell’espansione, non del ritiro, per legittimare il proprio potere in patria.

Il caso concreto che tiene insieme entrambe le letture, un logoramento reale ma di tipo diverso, è quello dell’oligarca Andrej Melnichenko, che a luglio ha concesso all’Economist un’intervista fiume e un saggio dal titolo “Why a broken Russia is bad for the world” (ne abbiamo parlato sul canale Youtube di Future Proof Society). L’uomo d’affari russo descrive le difficoltà economiche interne e l’insofferenza della classe imprenditoriale verso i falchi del sistema. Dichiarazioni, le sue, assolutamente significative. Ma va letto con cautela: commentatori sia critici del Cremlino, come Elizaveta Osetinskaja, sia più vicini al sistema, come Abbas Galljamov, lo interpretano non come un segnale di rivolta delle élite, ma come un messaggio, tollerato se non orchestrato dal Cremlino, indirizzato all’Occidente, per convincerlo che una Russia messa alle strette dalla guerra di logoramento sia un pericolo per tutti, non un’opportunità.

Dietro quell’intervista, però, ci sono numeri concreti difficili da ignorare. Gazprom, che pesava oltre il 5% del Pil russo, è diventata una delle aziende più in perdita del Paese e non tornerà profittevole prima del 2035; altri colossi statali come Rostec, Ozon e Vk sono tutti in rosso; il Pil russo ha registrato nel primo trimestre 2026 la prima contrazione in tre anni, mentre le entrate da petrolio e gas si sono quasi dimezzate a gennaio. E centinaia di migliaia di reduci dal fronte, molti ex detenuti reclutati da Wagner, stanno alimentando un’ondata di criminalità violenta nelle province russe: un logoramento, dunque, che parte dal basso, non dai vertici del sistema come avvenuto 35 anni fa.

  • The Economist, The Economist gives oligarch Melnichenko the floor, luglio 2026.

  • Reuben F. Johnson, This Isn’t 1991: Why Putin’s Russia Is Facing a Different Kind of Collapse, National Security Journal, 2026.

  • Massari M, La Grande Svolta: La Riforma Politica in URSS 1986–1990, Guida, 1990

  1. Logoramento lento (scenario più probabile). Nessun evento di rottura, ma un lento accumulo di crepe economiche e sociali: aziende statali sempre più in perdita, entrate energetiche in calo strutturale, criminalità e instabilità alimentate dai reduci di guerra. La Russia non collassa, ma esce dal decennio più povera, più isolata e più fragile di quanto lo fosse nel 2022.

  2. Stabilità autoritaria prolungata. Repressione, propaganda e controllo totale dell’informazione permettono al sistema di assorbire il costo economico e sociale della guerra per anni, come già accade in altri regimi autoritari sotto sanzioni prolungate. Il logoramento resta reale ma mai abbastanza acuto da produrre una rottura visibile.

  3. Rottura improvvisa innescata da una crisi di successione. Non è la guerra in sé a produrre un 1991, ma ciò che accade il giorno in cui finisce l’era Putin: una successione contesa o mal gestita potrebbe riaprire, di colpo, esattamente il tipo di vuoto ai vertici che nel 1991 permise alle periferie di muoversi. In questo scenario, il logoramento accumulato in anni di guerra ucraina agirebbe da moltiplicatore nel momento della transizione, non da causa diretta del collasso.

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