In principio, erano i gay. Termine preso in prestito dalla lingua inglese, dove aveva avuto, un tempo, il più ampio significato di gaio, gioioso, spensierato, frivolo. A partire dagli anni ‘40, la parola “gay” iniziò ad essere utilizzata all’interno delle comunità omosessuali, forse per gli atteggiamenti briosi di alcuni loro membri, forse invece per quel loro modo felice di vivere una condizione che per tutto il resto dell’umanità rappresentava, a quell’epoca, un’infamia. Era un modo relativamente discreto per riconoscersi, senza esporsi apertamente allo stigma. Così, già a partire dagli anni ‘60, per parlare dei diritti delle persone non eterosessuali, si iniziò a parlare di diritti gay. Non era un termine tecnico, era un termine ombrello, appunto, che rappresentava una certa comunità, fatta di persone diverse tra loro, unite da un certo modo di intendere la propria sessualità e la propria affettività.
Ma presto la gioiosità del “gay” venne adombrata dal mito dell’inclusività, cioè dalla convinzione secondo cui il linguaggio doveva rendere giustizia (e offrire rappresentanza) a ogni singola diversità racchiusa sotto a quell’ombrello.
Fin da subito molte donne lesbiche iniziarono a far notare che i loro bisogni e le loro esperienze erano poco rappresentati nei movimenti in cui si parlava esclusivamente di “gay”, e così la parola unica venne sdoppiata nella più inclusiva formula: gay e lesbiche. O meglio, lesbiche e gay (perché la cavalleria vale a prescindere dai gusti sessuali).
Tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90 anche la duplicità basata sul genere biologico iniziò a sembrare poco inclusiva a molti, e così la sigla si ampliò ancora, trasformandosi nel noto acronimo LGBT (lesbian, gay, bisexual, transgender). Le associazioni LGBT e i diritti LGBT si rivolgevano a tutti coloro che non si vedevano rappresentati nella teoria della sessualità classica, “borghese”.
Tutti? Beh, non proprio tutti, avrebbe detto qualcuno. Che ne era, infatti, delle persone queer?
È complicato definire cosa sia una persona queer, perché il queer, più che un preciso orientamento sessuale, indica una certa “filosofia di vita”, un modo di vedere il mondo (credo di aver capito così, almeno). Le persone queer hanno una sessualità fluida, non classificabile nei quattro termini antecedenti. Era quindi necessario aggiungere la Q.
Negli anni 2000 si aggiunse anche la I di intersex, che indica tutte quelle persone che per caratteristiche genetiche o anatomiche non rientrano nelle definizioni tipiche di maschio e femmina; negli anni 2010 seguì la A di asessuale. Dopodiché a qualcuno venne la brillante idea di concludere la lista un simbolo +, prima che si esaurissero le scorte dell’alfabeto latino. Così l’acronimo da usare per parlare dei diritti di persone con orientamenti sessuali non standard è, al momento, LGBTQIA+ (ma mi premuro di sottolineare: “al momento”).
Tale acronimo non ha solo un chiaro problema di pronuncia e di poeticità linguistica (mi chiedo che cosa ne avrebbe pensato, ad esempio, un Paolo Poli), ma porta con sé, a parer mio, anche un grosso problema filosofico, che è il problema filosofico sottostante a tutto quello che in gergo viene definito linguaggio inclusivo. Visto che il linguaggio inclusivo, in alcuni ambienti, e specie oltreoceano, sta iniziando a diventare un vero tabù, per non dire una costrizione, credo proprio sia il caso di parlarne brevemente, fintanto che mi è concesso. Prima però mi tocca fare un importante disclaimer.
Solitamente, in questo nostro secol polarizzato e sciocco, chi è critico nei confronti del linguaggio inclusivo e chi ritiene che tutta la storia dell’LGBTQIA-chi-più-ne-ha-più-ne-metta sia un po’ una sciocchezza, è anche, spesso, proprio contrario ai diritti gay; un difensore del tradizionalismo sessuale; uno di quelli che: «I gay non sono normali», eccetera, eccetera. Io no.
Ritengo che sia indispensabile scindere le due questioni: quella dei diritti delle minoranze da un lato, e quella dei cambiamenti linguistici che una certa ideologia vorrebbe spacciare per necessari, dall’altro.
Io sono pienamente favorevole ai diritti delle persone gay (o LGBTQIA+, che dir vogliate), fondamentalmente perché sono individualista (abbiamo ragionato sul corretto significato di questa parola in quest’altra newsletter), e cioè perché ritengo che ogni individuo, in quanto capace di gioire, di soffrire, di volere, di desiderare, di concepire se stesso come un essere cosciente e unico (e a prescindere dai suoi gusti in camera da letto), sia l’oggetto specifico della moralità, e che quindi l’etica giuridica di un paese non debba ragionare per “classi”, per categorie, per generalizzazioni, ma debba concedere a ogni individuo piena libertà di esprimere se stesso, avendo come unico confine la libertà degli altri.
Se il mio amico Franco domani decide di iniziare a vestirsi da donna e mi chiede di essere chiamato Giovanna, certo, magari all’inizio mi farà un po’ strano (avendolo sempre chiamato Franco), ma sono affari suoi, della sua identità incomprensibile in una totalità, e non potrò ribattere granché. Il problema subentra quando certe abitudini linguistiche pretendono di valere in modo generale, e in particolare quando il linguaggio sviluppa la pretesa di poter essere uno strumento inclusivo a tutti i costi. La mia tesi è che il linguaggio non può essere, per sua stessa natura, uno strumento comprensivo dell’intera realtà. Il linguaggio non è, e non sarà mai, inclusivo.
Quindi, vi prego, lasciamo perdere l’omofobia, che qui non c’entra un bel nulla, e ragioniamo di filosofia e di linguaggio. Lo facciamo tramite uno splendido racconto di quel genio di Jorge Luis Borges.
C’è questo meraviglioso racconto di Borges, dicevo, che si intitola Del rigor en la ciencia, che, nella sua meravigliosità, è così breve da occupare un paragrafo soltanto, per cui credo di potervelo riportare qui per intero:
In quell’impero, l’arte della cartografia raggiunse una tale perfezione che la mappa di una sola provincia occupava tutta una città e la mappa dell’Impero tutta una provincia. Col tempo codeste mappe smisurate non soddisfecero e i collegi dei cartografi eressero una mappa dell’Impero che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno dedite allo studio della cartografia, le generazioni successive compresero che quella vasta mappa era inutile e non senza empietà la abbandonarono alle inclemenze del sole e degl’inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere rovine della mappa, abitate da animali e mendichi; in tutto il paese non è altra reliquia delle discipline geografiche.
(Suarez Miranda, Viaggi di uomini prudenti, libro quarto, cap. XLV, Lérida, 1658)
Borges immagina la mappa di un impero così accurata, così capace di descrivere al suo interno ogni angolo, ogni curva, ogni piccolo dettaglio del territorio, da coincidere, alla fine, con lo stesso territorio dell’impero. Ma una mappa costruita in tal modo, ci dice, è completamente inutile; contraria al suo scopo. Che cos’è, infatti, una mappa? Propongo una definizione.
Una mappa è uno strumento umano necessario per orientarsi nella complessità del mondo in modo coordinato, e che, per raggiungere tale scopo, sceglie di rinunciare a parte della complessità del mondo, in cambio di una maggiore usabilità.
Ovvero, una mappa è un dispositivo che riduce il mondo a una serie di coordinate simboliche. In questo modo una mappa perde necessariamente buona parte della diversità, della complessità del mondo. Ma la riduzione di questa complessità è proprio il modo tramite cui è possibile maneggiare quel mondo, descriverlo agli altri, e coordinarsi al proprio interno.
Possiamo avere mappe più semplici e mappe più complesse, certo (ognuna di queste mappe servirà intenzioni e viaggi differenti), ma nessuna mappa potrà mai descrivere il mondo in tutte le sue sfumature, perché altrimenti, come spiega Borges, non sarebbe più una mappa, ma il mondo stesso, e noi non saremmo in grado di utilizzarla.
Ebbene, che cos’è il linguaggio se non proprio una mappa del mondo, costituita non da linee e da coordinate, ma da parole e da regole grammaticali? Ripropongo la stessa definizione che ho dato prima.
Il linguaggio è uno strumento umano necessario per orientarsi nella complessità del mondo in modo coordinato con altri parlanti, e che, per raggiungere tale scopo, sceglie di rinunciare a parte della complessità del mondo, in cambio di una maggiore usabilità.
Cioè, di nuovo, il linguaggio per sua natura è uno strumento che riduce il mondo a una serie di simboli capaci di condividere significati. Significati che non sono mai individuali, ma sempre collettivi. Ed esattamente come nel racconto di Borges, nel momento in cui io tentassi di allargare l’orizzonte del mio linguaggio alla stessa complessità del mondo, in modo da avere una parola diversa per ogni sfumatura di quel mondo, un modo esatto per descrivere ogni piccola increspatura, ogni deviazione presente in esso, il mio linguaggio finirebbe per diventare una mappa 1:1 del mondo stesso e, di conseguenza, per essere totalmente inutilizzabile.
Probabilmente iniziate a capire dove voglio andare a parare. Tra il territorio del mondo e la mappa del linguaggio esisterà sempre un qualche scarto, più o meno grande, a seconda della funzione che quella mappa linguistica dovrà avere. Il tentativo di sopperire a quello scarto oltre ogni funzione possibile è come il tentativo fallimentare dei cartografi di Borges, che finirà per produrre mappe del tutto inutilizzabili, che rischiano di essere abitate soltanto da “animali e mendichi”.
Facciamo un esempio per capirci meglio. Nella nostro pianeta esistono particolari forme di animali, dotate di ali, capaci di volare nel cielo, di costruire nidi e di deporre uova. I nostri cartografi hanno assegnato a tutti quegli animali un unico simbolo, un significante che li comprenda tutti: la parola “uccelli”.
Per la maggior parte delle nostre funzioni quotidiane, la parola uccelli è più che sufficiente ad assolvere la funzione che il linguaggio richiede, cioè a comunicare tra di noi in modo comprensibile da tutti.
Tuttavia qualcuno, più appassionato di animali, imparerà presto a distinguere tra uccelli diurni e notturni, tra rapaci e non rapaci, imparerà che esistono specie di uccelli marini e uccelli che preferiscono vivere tra le vette delle montagne. Magari qualcun altro, che abita un territorio in cui sono presenti diverse specie, inizierà a distinguere, anche linguisticamente, un gabbiano da un piccione; un merlo da una colomba.
Gli ornitologi, infine, il cui lavoro è specificamente quello di studiare questa particolare specie di animali, impareranno ancora più nel dettaglio a distinguere, tra tutti i fringuelli, i fringilla coelebs, i fringilla montifringilla, i carduelis carduelis e i chloris chloris, con quel meraviglioso colorito giallo-verde.
Ora, queste diverse sfumature del linguaggio corrispondono a diverse scale cartografiche, a diversi livelli di profondità nella nostra relazione con il mondo. Come dire: un planisfero, una carta d’Europa, una carta dell’Italia e una mappa di Milano. Ma queste diverse carte, corrisponderanno a funzioni diverse!
Se dovrò affrontare una conferenza nel dipartimento universitario di ornitologia, allora sarà necessario che io non parli in generale di fringuelli, ma che sappia distinguere il fringilla coelebs dal fringilla montifringilla, per una ragione specifica: perché altrimenti potrei essere frainteso.
Ma se qualcuno, nell’ambito di un normale dibattito pubblico, mi chiedesse di che cosa si occupa la Lipu, beh, mi basterebbe dire che si occupa di proteggere gli uccelli. Sarebbe assurdo rispondere che si occupa di proteggere merli, colombe, gabbiani, piccioni, upupa, passeri, corvi, fringuelli (e tra questi i fringilla coelebs, i fringilla montifringilla, i carduelis carduelis e i chloris chloris), ecc.
Dal fatto stesso che io abbia dovuto scrivere “ecc.” capite che sarebbe impossibile fare una lista esaustiva, che ricalchi linguisticamente tutte le sfumature del mondo di cui la Lipui si occupa, no? Quella lista sarebbe inutilizzabile da una qualsiasi comunità di parlanti.
Il problema del linguaggio inclusivo, dunque, sta nel suo stesso nome.
Il linguaggio, di per sé, non può includere al suo interno ogni specifica diversità del mondo. Deve invece attenersi a delle generalizzazioni, più o meno ampie a seconda del contesto e della funzione che devono assolvere, ma comunque mai completamente descrittive dell’intera complessità del mondo.
Ora, se io mi ritrovassi a tenere una lezione a un convegno sulla sessualità, distinguere tra “omosessuale” e “intersessuale” potrà essere senz’altro funzionale, e quindi necessario, ma nel momento in cui si stesse semplicemente parlando di diritti civili, questa distinzione rischia di complicare oltremisura la struttura del linguaggio, e una sua imposizione in nome di una fantomatica “inclusività” suonerà eccessiva.
A ben vedere, se vogliamo seguire il mito borgesiano, e rincorrere un linguaggio perfettamente inclusivo di tutte le differenze del mondo, anche la sigla LGBTQIA+ non potrà che sembrare molto poco inclusiva: essa infatti riduce a sole 7 categorie una complessità molto, ma molto più vasta. Di fatto, ognuno di noi, ogni individuo nella sua unicità, vive la sessualità e l’affettività in modo diverso da ogni altro. Ci sono molteplici comportamenti che non rientrano in quella categorizzazione: ci sono uomini eterosessuali che tuttavia hanno atteggiamenti e sensibilità “femminili”; c’è chi ha avuto occasionali e mai più desiderate esperienze omosessuali; c’è chi, nell’ambito di una tipica relazione etero, sperimenta pratiche sessuali omoerotiche… Ma anche restando all’interno delle abitudini più diffuse: ci sono persone che provano impulsi sessuali più marcati e altre che sentono la pulsione più raramente; c’è chi a letto ha certi gusti e chi altri; chi fa più attenzione alle linee dolci del viso e chi preferisce il lato B; chi preferisce uomini dai tratti virili e chi ama le forme androgine. E se queste persone, impermalosite, non si sentissero rappresentate? Si tratta di sfumature, sì, ma sono proprio le sfumature ciò che il linguaggio inclusivo rivendica e che non riesce mai, totalmente, a perseguire.
Il linguaggio, inevitabilmente, traccia confini. Sono confini umani, che noi decretiamo, che non sono presenti nella complessità del reale se non in modo molto sfumato, esattamente come non esiste nella realtà un vero e proprio confine tra un fuso orario e un altro. Eppure, la divisione del mondo in fusi orari è utile per coordinarsi in questo mondo. Per convenzione ne abbiamo scelti 24. Gli abitanti di Trieste e quelli di Aosta dovrebbero spazientirsi perché il medesimo fuso orario non corrisponde al loro differente sorgere del sole? Potrebbero, ma sarebbe un vezzo poco funzionale.
Ora, certo: il movimento LGBTQIA+ descriverà la varietà del mondo in modo più ampio rispetto al classico “eterosessuali e gay” (traccerà un maggior numero di fusi orari). Ma chi decide che quel confine è sufficiente? Chi decide quanti fusi orari servono? Chi decide dove fermarsi? Io penso che la risposta sia: l’efficacia del linguaggio. Ciò che va oltre l’efficacia e che addirittura rischia di compromettere l’efficacia del parlare, non è altro che un vezzo, un abbellimento.
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«Ma qual è il problema di tutto ciò?» si chiederà qualcuno. «A te che te ne frega se è un vezzo? Che te ne frega di dire LGBT anziché gay?».
Ecco, il problema (e il mio grosso timore) è il fatto che un giorno, il semplice non utilizzare certi vezzi verrà letto come un colpevole segno di reazionarismo — come un comportamento immorale. E forse quel giorno è già arrivato.
Una delle battaglie più note del linguaggio inclusivo è quella che riguarda il terribile maschile sovraesteso. La formula “inclusiva”: «Buongiorno a tutt*», è, ahimé, sempre più presente in comunicazioni ufficiali, in mail di lavoro, comunicati scolastici e universitari, ecc. Mi è capitato di trovarla persino in gruppi WhatsApp dove ci si conosce tutti e dove si è tutti eterosessuali, sposati e con figli. Più si diffonderà tale uso, e più il non-uso apparirà colpevole.
Ecco, è la forzatura del linguaggio inclusivo a risultarmi una pretesa viziosa, vestita di moralismo.
Pensare che, per esempio, la classica formula: «Buongiorno a tutti» possa essere addirittura immorale significa, a parer mio, non comprendere la natura del linguaggio e fraintenderne completamente la funzione.
La funzione del linguaggio, abbiamo detto, è infatti quella di tracciare una mappa della realtà, di rendere l’estrema complessità del reale più fungibile, più maneggevole. Ora, nel momento in cui mi dovessi presentare a una platea di mille persone diverse, per non doverle chiamare una a una per nome dovrò trovare una parola, una formula linguistica, che mi renda capace di discutere agevolmente con quella platea. «Buongiorno a tutti» rappresenta questa formula, questa funzione. Perché mai qualcuno dovrebbe sentirsi offeso da quella che è nulla di più che una regola grammaticale, senta intenzioni d’esclusione?
Certo, dicono alcuni, ma quel tutti, che grammaticalmente è un plurale maschile, potrebbe non includere le donne presenti in sala, sicché sarà meglio ricorrere a un «tutte e tutti». Ma che ne sarà di coloro che non si riconoscono in un binarismo di genere, dico io? Meglio allora ampliare a «tutte e tutti e tutt*». E se tra la folla ci fosse un qualche individualista duro e puro, in grado di offendersi qualora venisse compreso in un collettivo “tutti”? Dovremmo usare un «Buongiorno a tutte, a tutti, a tutt* e a loro, e agl* individu* qui present*»?
Se il linguaggio dovesse essere veramente inclusivo di ogni identità presente in quella sala, allora l’unica soluzione (l’unica!) sarebbe quella di aprire con un «Buongiorno a Maria, a Marco, a Lorenzo, a Giada, a Luca, a Stefania, ad Alfredo, a Giulio, a Matilde, a Nicola, a Sara, a…». Così, ci troveremmo però di fronte alla fatidica mappa di Borges.
Sembra una provocazione, ma non lo è del tutto. È l’esagerazione, forse la caricatura, di un dramma che ormai è già realtà.
Questo dramma ha senso? No. Perché il senso del linguaggio non è quello di rappresentare la realtà in ogni sua sfumatura, in ogni precisa identità che la compone, ma quella di una trovare soluzione per gestire la complessità; per renderla funzionale al discorso, senza intenzione di offendere nessuno.
Funzionale è qui la parola chiave. Quando scegliamo il grado di complessità con cui desideriamo descrivere la realtà, dovremmo chiederci la funzione di quella complessità, e applicare poi, con sacrosanta libertà, il rasoio di Occam a tutto il resto.
Mi fermo qui, pur nella consapevolezza di non aver detto tutto. Attendo curioso un vostro parere, prima, forse, di scrivere altro. Buon proseguimento di settimana e a presto!
Giovedì sera alle 20.00 sarò ad Albinea (Reggio Emilia) per chiacchierare di felicità in un contesto bucolico e simposiale! Potrete stare in mezzo alla natura, bere un buon calice di vino e pormi qualche domanda a proposito di felicità!
Ci vediamo lì, ma se volete esserci vi consiglio di prenotare un posto chiamando il Podere Broletto, perché i posti potrebbero andare esauriti!
A presto
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