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White Whale Cafe · Jul 9, 2026

La felicità è come andare in palestra - Felicità #19

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Eugenio Radin · White Whale Cafe

Uno dei saggi più di successo degli ultimi tempi è il bestseller di James Clear che si intitola Atomic Habits - piccole abitudini per grandi cambiamenti. Statisticamente, è probabile che qualcuno di voi l’abbia letto. Io no, perché provo un’impulsiva diffidenza verso qualsiasi manuale di “crescita personale” (qualsiasi cosa questa locuzione significhi). Però mi è sembrata interessante una frase che ho letto nella quarta di copertina e che dice:

«Noi non siamo i nostri obiettivi: siamo la somma delle nostre abitudini. Per questo, secondo Clear, è proprio dalle piccole abitudini di ogni giorno che dobbiamo partire per dare alla nostra vita una nuova direzione».

Cioè, provo a tradurre: non possiamo cambiare la nostra vita con i grandi propositi. Se diciamo a noi stessi: «Voglio mettermi in forma», beh, 'spiace deludere, ma il semplice fissare questo obiettivo non ci aiuterà a essere costanti nell’allenamento. Né ci aiuterà il fatto di aver speso centinaia di euro per un abbonamento annuale in palestra. Quella voce nella nostra testa infatti («Voglio mettermi in forma. Devo mettermi in forma!») sarà forte ed entusiasmante nel primo periodo, ma poi si farà sempre più debole, si mischierà ad altre voci, altri obiettivi, altri impulsi, e quell’abbonamento pagato centinaia di euro si trasformerà, nel migliore dei casi, in una tessera dimenticata dentro al portafogli; nel peggiore dei casi in un costante rimorso di coscienza a cui non riusciremo a far fronte. Ma lo sapete tutti, dai!

La motivazione (cioè l’avere un motivo, un obiettivo) in questi casi conta poco. Ciò che conta è la capacità di sviluppare quello che i latini chiamavano habitus — un’abitudine: cioè il far sì che quel gesto di prendere il borsone e recarsi in sala pesi non sia più un qualcosa per cui dobbiamo costantemente motivarci; non un qualcosa a cui dobbiamo pensare, ma un qualcosa di spontaneo, che abbiamo interiorizzato, che viene da sé.

Il libro di Clear, da quanto ho capito, si propone di spiegarci come fare a sviluppare queste abitudini. Non so se ce la faccia, ma questo qui non ci interessa. Ci interessa l’approccio, che è un approccio che, a me, ricorda Aristotele e la sua Etica. Anche Aristotele la pensava in questo modo. Vi ricordate ciò che abbiamo detto la scorsa settimana? Se vogliamo essere felici (praticamente, concretamente, in questa vita), beh, allora non ci servirà a nulla un’ideale di felicità, un’idea di Bene da contemplare, perché quell’idea, proprio come l’obiettivo di mettersi in forma, è qualcosa di troppo razionale, di troppo lontano, che non fa i conti con la nostra di pelandroni. Ciò che invece dobbiamo fare è proprio sviluppare un habitus, una disposizione alla virtù.

La filosofia, per Aristotele, non è un insieme di norme e obiettivi astratti, bensì una palestra dove allenarsi, giorno per giorno, nello sviluppo di un carattere.
Proprio di questo parleremo oggi, addentrandoci più a fondo nell’etica aristotelica.
Musica!

Per capire tutto quel che verrà, devo anzitutto far chiarezza su una serie di passaggi logici che in Aristotele collegano tra loro alcuni concetti apparentemente disgiunti: quello di “bene”, quello di “felicità” e quello di “virtù”. Concetti che, come ho appena detto, sembrano lontani, ma che nell’Etica Nicomachea sono strettamente connessi tra loro. Potrebbe essere un passaggio un po’ complesso, ma vi chiedo di fare attenzione, per poi gustarvi meglio ciò che verrà.

Dunque, abbiamo già visto come per Aristotele il fine ultimo dell’essere umano, l’oggetto dell’etica, coincida con la felicità e che, nelle opinioni tanto delle masse quanto degli esperti, le espressioni “vivere bene” e “essere felici” risultino praticamente dei sinonimi.
Ma abbiamo anche detto che Aristotele è nemico degli ideali astratti, e dunque non può certo accontentarsi di un concetto così ampio, come quello di “felicità”, sulla cui definizione, di fatto, c’è grande disaccordo tra le persone. Il passaggio dall’idea platonica di Bene, a un’altrettanto astratta “felicità” rischia di essere un semplice escamotage per chiamare in modo diverso lo stesso lontano ideale intangibile. Capite il problema? Per evitarlo, Aristotele ha bisogno di chiarire meglio a se stesso e ai suoi lettori in cosa consista questo “bene” che coincide con la felicità. E per fare ciò, il nostro pensatore fa la cosa che gli riesce meglio: osserva il mondo, le abitudini degli umani, il loro linguaggio, i loro miti. Quel mondo terreno che Platone considerava un miscuglio di illusioni e di imperfezione, e che invece per il Nostro è un preziosissimo forziere pieno di cose da collezionare.
E cosa impara Aristotele, sul bene, osservando i costumi degli umani?

Beh, impara che il bene, riferito a un qualcosa, consiste nella perfetta realizzazione della natura di quel qualcosa. Cioè: quando diciamo, chessò, che un martello funziona bene, noi intendiamo dire che quel martello è molto efficace nel piantare i chiodi (che è proprio la funzione per cui il martello è stato creato, cioè la natura del martello). Non vale solo per gli oggetti. Quando diciamo che quel seme è un buon seme, intendiamo dire che possiamo star certi che in estate darà frutto, cioè che realizzerà la sua natura di seme; quando chiediamo a qualcuno «Qual è il tuo occhio buono?», vogliamo sapere qual è l’occhio che ci vede meglio; quando diciamo che quel violinista suona proprio bene, anche qui, intendiamo dire che produce una musica molto piacevole. E via dicendo.

Se è così, per capire più concretamente, in cosa consista il bene per l’essere umano, basterà interrogarsi su quale sia la sua natura più propria.
Botta di fortuna: a questa domanda Aristotele aveva già risposto in altri suoi testi, e quindi non deve starci troppo a pensare. L’essere umano è quell’animale la cui specifica natura consiste nell’essere dotato di ragione.
È fatta: se il bene di un qualsiasi essere consiste nel compimento della propria natura, e se la natura dell’essere umano è quella di un animale dotato di ragione, possiamo concludere che il bene, per l’uomo, consiste nel vivere secondo ragione.
Ottimo. Applausi!

Ma Aristotele aggiunge un’ultimo dettaglio importante: si può seguire la propria natura in molti modi, ma non tutti sono ugualmente buoni. Cosa significa adoperare bene la propria natura razionale? Significa non soltanto usare la ragione, ma esercitare la ragione con eccellenza, cioè secondo virtù. Ecco il terzo termine.

Proviamo allora a mettere insieme tutti i pezzi e a riassumere, un po’ brutalmente: poiché la felicità è il bene supremo dell’uomo, e il bene dell’uomo consiste nel realizzare bene la sua funzione, la felicità consiste nell’attività razionale secondo virtù. Ecco le parole che usa lo stesso Aristotele:

«Se l’opera propria dell’uomo è l’attività dell’anima secondo ragione […] poniamo che l’operare proprio dell’uomo sia un certo tipo di vita, la quale consiste in un’attività dell’anima e in un agire razionale […] e che ogni singola cosa raggiunge il bene in modo completo secondo la virtù sua propria; se è vero tutto ciò, il bene umano risulta essere attività dell’anima secondo virtù»1.

Insomma, riassumendo in modo ancora più grossolano: se vogliamo essere felici, in questa vita, dobbiamo imparare ad agire, nelle situazioni particolari che ci troviamo a vivere, secondo virtù. Fine. Semplice, no?

«E grazie al c…!» esclamerete voi, un po’ scocciati. In effetti questa sembra una non-risposta, perché lascia aperte due domande: che cosa sia la virtù e come si faccia, più concretamente, ad agire secondo virtù. Ma lasciate perdere il rancore: Aristotele ha delle risposte anche per questo.

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