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Wake up Bruno! - di Daniele Erler · Dec 7, 2025

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Daniele Erler · Wake up Bruno! - di Daniele Erler

Cari amici dell’orso Bruno,

Scrivo questo episodio della newsletter, il primo dopo mesi di silenzio, mentre sono sul treno che corre da Roma verso Trento. Sono stato a “più Libri più Liberi”, la fiera della piccola e media editoria: una sorta di sconfinato parterre su tutto quello che si pubblica in Italia. Camminando fra gli stand si trova un po’ di tutto.

E, in fondo a destra, dove ci si aspetterebbe il bagno, c’è anche lo stand più famoso di quest’anno: quello di “Passaggio al bosco”, casa editrice di estrema destra, qualcuno osa la definizione di “filonazista”.

Mi ero messo in testa di comprare qualche libro per capire davvero cosa scrivessero i loro autori, magari per parlarne qui. Poi mi ha fermato lo sguardo corrucciato che immagino su tanti libri che ho comprato e ancora non letto.

A pochi passi dallo stand, mi ferma una bambina con un volantino in mano e quasi mi sale l’ansia. Poi mi dice:

«Signore, se ha figli o è un insegnante, può inquadrare il qr code e trova tanti laboratori che si possono fare anche a casa».

Tiro un sospiro di sollievo quando capisco che proviene da un altro stand e non è una balilla.

Su questo caso in questi giorni si è scritto davvero di tutto e non aggiungerò nulla di troppo originale. Gli oppositori si sono divisi, talvolta con toni un po’ accesi, in due schieramenti che raccontano bene il dilemma morale. C’è chi crede, come Zerocalcare, che la casa editrice è un paravento di un’operazione politica neofascista e, come tale, non dovrebbe avere diritto di cittadinanza in un luogo di cultura.

C’è chi pensa invece, come Marco Malvaldi, che l’opposizione non si faccia con il boicottaggio, ma semmai con la contestazione, il dibattito e ovviamente con i libri. Un esercito di libri di storia, filosofia, etica, romanzi e fiabe per bambini. Magari anche cantando “Bella Ciao” fra gli stand.

Mi rendo conto che la mia opinione non aggiunge nulla a questo dibattito, ma è utile come premessa a tutto il resto: io faccio parte del secondo schieramento, avendo maturato un’idiosincrasia a tutto ciò che censura le idee, anche quelle più distanti da me.

Mentre mi inoltravo tra gli stand di questa immensa vetrina sull’editoria, mi ha colpito un fatto. In altre bancarelle c’erano libri altrettanto discutibili: in uno ho trovato volumi su Stalin che, a un primo sguardo, mi sono sembrati apologetici. Eppure nessuno si accalcava lì e quelle case editrici minori restavano perlopiù ignorate.

Davanti alla bancarella di Passaggio al bosco, invece, c’era un gruppetto di ragazzini che comprava libri: è perché il fascismo sta davvero tornando, o perché il proibito esercita un fascino particolare, specie negli adolescenti?

E dunque: il boicottaggio serve davvero, o ottiene l’effetto contrario? Non sarebbe stato meglio lasciare quei libri nell’ombra, senza dare elettricità ai riflettori dell’opinione pubblica?

Se si esce dalle tifoserie, la risposta ovviamente diventa più complicata. Ho voluto cercarla nel passato, considerando altri episodi più o meno simili, in cui i libri sono stati messi al bando e hanno ottenuto l’effetto contrario.

Questa è la storia di come a volte il boicottaggio non funziona proprio: è un collage di spunti dal passato che non per forza sono paragonabili alla vicenda romana. Ma che forse aiutano a darle un contesto più ampio e un po’ meno ideologico.

Intanto, se vi va: boicottate questa newsletter, dite a tutti i vostri amici che non ci si deve iscrivere, raccontate che sono uno spregevole nazicomunista, che uccide i cuccioli di panda, odia il Natale, spezza le famiglie altrui e mangia solo junk food (per altro una di queste definizioni potrebbe persino essere vera).

Tutto questo ha anche una definizione, prende il nome di “effetto Streisand”, dal caso dell’improvvida Barbra. Nel 2003 intentò una causa da 30 milioni di dollari contro un fotografo che aveva pubblicato online alcune immagini della sua casa. Prima della causa, quella foto era stata scaricata sei volte.

Nel mese successivo, complice la polemica legale, fu visualizzata da 420 mila persone: una notorietà che altrimenti non avrebbe mai raggiunto. In altre parole:

dicasi “effetto Streisand” ogni tentativo di censura – con azioni legali, richieste di rimozione o altre tattiche – che finisce per attirare un’attenzione enorme su un’informazione che altrimenti sarebbe rimasta ai margini.

Barbra Streisand che capisce di aver fatto un errore

Lo stesso avviene ovviamente anche nella letteratura, come ha scritto qualche tempo fa l’Atlantic. Nel tempo, è anche cambiata la sensibilità su ciò che deve essere proibito. In ogni caso, l’atto di censurare un libro spesso non impedisce affatto che venga letto: anzi, “ispira ulteriore interesse e talvolta incrementa le vendite”, in una sorta di boomerang.

I motivi sono facili da intuire. Innanzitutto, c’è la curiosità fortemente umana per leggere quello che non si può leggere: andare a vedere il mostro con i propri occhi. Nei primi anni del Novecento, Boston avviò una campagna puritana di censura di libri: nelle altre città americane, i libri più venduti erano quelli che potevano sfoggiare l’etichetta “Banned in Boston”.

Inoltre, proprio come accaduto per Passaggio al bosco, i “libri proibiti” ottengono spesso una copertura mediatica che non avrebbero ottenuto altrimenti. Qualche anno fa, la campagna di alcuni genitori conservatori, che chiedeva di vietare alcuni libri progressisti dalla scuola, li fece salire nelle classifiche delle vendite.

In altre parole, i libri proibiti hanno sempre un determinato fascino. Quando ero piccolo, tutti volevano leggere “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire” di Melissa P, per i suoi contenuti erotici. Il film di Luca Guadagnino si apriva con una scena di masturbazione femminile: decisamente meno pericolosa di un libro fascista, ma per alcuni altrettanto scabrosa.

Nel Regno Unito influenzato dalla morale vittoriana, “L’amante di Lady Chatterley”, di D.H. Lawrence, subì un processo per oscenità e non fu pubblicato prima degli anni Sessanta. Quando l’editore venne assolto, nel primo giorno le librerie inglesi furono prese d’assalto e andarono esaurite tutte le copie.

Lo stesso copione si ripetè negli Stati Uniti per “Tropico del Cancro” di Henry Miller, bandito fino al 1961: appena caduto il divieto, il romanzo vendette oltre un milione di copie nel primo anno, nonostante decine di processi legali ancora in corso.

E poi ancora: l’Ulisse di Joyce (considerato come osceno nel Regno Unito e negli Stati Uniti), Lolita di Nabokov (di cui si continua a discutere). Fino ai versi satanici di Salman Rushdie, colpito nel 1989 dalla fatwa dell’ayatollah Khomeini, e diventato un best seller nonostante anche alcune librerie occidentali si rifiutarono di venderlo per paura di ritorsioni.

Ma questa è la storia dei libri boicottati che sono diventati in qualche modo casi mediatici: ci sono invece libri che semplicemente spariscono nel silenzio (come aveva scritto ancora l’Atlantic).

Negli Stati Uniti, ad esempio, si stima che tra l’82% e il 97% dei tentativi di rimozione di libri dalle biblioteche scolastiche non arrivino all’attenzione dei media.

È solo quando i tentativi di censura si accompagnano a una forte pubblicità o a un forte clamore – come avvenuto a Roma – che scatta l’«effetto Streisand».

La storia è piena di casi anche di libri davvero controversi, di cui si continua a dibattere se la censura abbia senso. Il caso più celebre è il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, a lungo vietatissimo in Italia come in Germania.

Quando nel 2016, dopo 70 anni, venne pubblicata la prima edizione critica annotata, gli editori accademici tedeschi la stamparono in tiratura limitata e a prezzo elevato (59 euro) proprio per scongiurare exploit commerciali. Ma accadde l’opposto: nel giro di due mesi furono vendute 24.000 copie e il Mein Kampf schizzò ai vertici della lista bestseller dello Spiegel (11° posto a fine febbraio 2016).

Ovviamente, la maggioranza dei lettori erano studiosi interessati al contesto storico, ma è altrettanto probabile che altri clienti erano semplicemente interessati a mettere le mani su un libro così proibito.

Anche perché nel frattempo, per decenni, il libro aveva continuato a circolare in copie pirata, acquisendo il fascino del libro più oscuro di sempre.

Tutto questo fa pensare al potere che hanno i libri: sono capaci di scatenare rivoluzioni, di esaudire i sogni, o di far cadere il mondo nell’abisso. Mi ha portato anche a chiedermi se il pericolo più grande che stiamo vivendo è la presenza di una minuscola casa editrice fascista, o se invece è il fatto che semplicemente stiamo smettendo di leggere.

Ne “il mondo nuovo” immaginato da Aldous Huxley nel 1932 le persone hanno smesso di leggere non perché i libri siano vietati, ma perché la società li ha resi culturalmente irrilevanti, abituando le persone a preferire stimoli immediati e continui a qualsiasi forma di riflessione.

Mi ha fatto anche pensare a un libro da poco uscito, scritto da Charlie English e intitolato “The Cia book club”. Racconta la storia di come la Cia avviò un piano segreto, per diffondere in Unione Sovietica alcuni libri che erano proibiti, come “Doktor Živago” di Boris Pasternak o “La fattoria degli animali” di Orwell.

Organizzazioni di facciata distribuivano gratis questi libri a chi li richiedeva, e in molti casi le autorità doganali non riuscivano a intercettarli tutti. Il successo dell’operazione fu tale che entro il 1962 ben 500 diverse organizzazioni erano coinvolte nel far arrivare libri proibiti a lettori oltrecortina.

Ma quindi: boicottare serve davvero? In realtà, ci sono esempi che suggeriscono che proibire un libro può avere l’effetto contrario, trasformandolo in un oggetto del desiderio per curiosi e oppositori della censura. Allo stesso tempo, è comprensibile che in certe occasioni possa prevalere una posizione etica: dare dignità a certe idee sbagliate, in determinati contesti, sarebbe quasi come promuoverle.

In definitiva, io resto convinto che un libro contestato può essere combattuto efficacemente solo con un altro libro. Il rischio di ogni censura è di conferire un’aura di martirio.

Cosa è stato il fascismo è facile da ricostruire: ma per farlo in maniera seria forse occorre anche del tempo e dell’impegno. Non servono meno libri, ma più libri. E servono più lettori che li vogliano leggere.

Per questo episodio è tutto,

Bruno torna presto,

Daniele

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