Il volo dura 12 ore e davanti hai una mappa che non cambia quasi mai. Non bevi, non mangi, non leggi, non ti alzi.
La sfida consiste nel fissarla fino all’atterraggio.
Qualcuno chiama tutto questo viaggio. Qualcun altro lo pubblica su TikTok e fa milioni di visualizzazioni.
Io lo chiamo un ottimo modo per confondere una moda con un’esperienza, pure pericolosa. Diciamo anche un po’ da idioti. Sì, la penso proprio così!
E non è nemmeno la più assurda delle 7 che voglio condividere con te.
Quello che stai per leggere contiene opinioni personali. Anche molto personali.
Se una di queste mode rappresenta il tuo viaggio ideale, non dobbiamo litigare. Tu sei liber* di viaggiare come vuoi e io sono libero di non capire perché tu lo faccia 😂
In alcuni casi sarò ironico. In altri sarò più netto, perché alcune di queste pratiche non sono soltanto bizzarre.
Possono essere poco rispettose verso noi stessi, verso gli altri e verso i luoghi che visitiamo.
Partiamo dalla più surreale, che ti ho già anticipato prima.
Il raw dogging consiste nell’affrontare un volo lungo senza fare nulla.
Niente telefono, film, musica o libri. Fin qui potremmo persino parlare di silenzio, meditazione e disconnessione. E io ti ammirerei.
Il problema è che la versione diventata virale prevede molto altro. Non si mangia, non si beve, non ci si alza e non si va nemmeno in bagno. Si rimane immobili a fissare la mappa del volo sullo schermo del sedile davanti.
Sette ore. Nove ore. Dodici ore.
Lo scopo non è ritrovare un po’ di calma. È riuscire nella sfida e dimostrare di essere abbastanza duri da sopportarla.
No, grazie.
Su un volo lungo muovere regolarmente le gambe è importante. Trasformare l’immobilità in una prova di resistenza non ci rende viaggiatori migliori. Ci rende soltanto persone che hanno passato 12 ore a guardare un aeroplanino avanzare lentamente sopra un oceano.
Vuoi staccare davvero? Spegni il telefono, guarda fuori dal finestrino, pensa, dormi, leggi, scrivi qualcosa. Quello che vuoi, però SICURAMENTE bevi e alzati ogni tanto.
La salute non è una sfida social decisamente IDIOTA.
Sveglia nel cuore della notte, aeroporto, volo di 2 ore, corsa verso il centro, 4 fotografie, un panino mangiato camminando e poi di nuovo verso il gate.
La sera sei a casa.
Tecnicamente sei stato in un’altra città. Ma che cosa hai visto davvero?
Questa moda non parla di un fine settimana breve. Parla di andare e tornare nello stesso giorno, spesso con il solo obiettivo di poter dire di aver visitato una destinazione.
Il risultato è quello che chiamo effetto cartolina. Arrivi davanti al monumento, resti il tempo necessario per una fotografia, corri verso quello successivo e alla fine della giornata ricordi più gli orari dei voli che la città.
A questo si aggiungono la stanchezza e l’impatto ambientale di due voli presi per trascorrere poche ore sul posto.
Esiste però una distinzione importante.
Se parti per una mostra temporanea, un concerto, una partita o un evento preciso, la giornata ha un obiettivo. Vai per vivere qualcosa che ti interessa davvero e poi torni a casa. Assolutamente capibile.
Il problema nasce quando la città diventa una lista da completare in poche ore.
Vado, vedo, torno.
Ma se hai soltanto corso da una fotografia all’altra, forse (anche senza il forse) non hai visto quasi nulla.
Ero in fiera a Rimini, al TTG e ad evento a cui ero invitato ho sentito una ragazza (una delle influencer importanti in questo momento) raccontare di essere andata a Seul senza sapere praticamente nulla del Paese.
Il motivo del viaggio erano i caffè dei capibara. Non per una curiosità particolare verso gli animali o verso la cultura dei locali tematici, ma perché erano molto fotografati e potevano funzionare bene su Instagram.
Una settimana in Corea del sud trascorsa cercando caffè, stanze e angoli abbastanza instagrammabili da produrre contenuti virali.
La destinazione sparisce. Rimane soltanto lo sfondo.
Non ho nulla contro le fotografie. Ne faccio anch’io e sono uno dei modi più belli per conservare un ricordo. Il problema arriva quando il ricordo non esiste, perché tutta l’esperienza è stata costruita esclusivamente per ottenere la fotografia.
A quel punto non stiamo più cercando un luogo. Stiamo cercando approvazione.
Il caffè non conta. La Corea non conta. Non conta nemmeno ciò che abbiamo provato mentre eravamo lì.
Conta soltanto come appariremo nel telefono di qualcun altro.
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Visitare i luoghi di un film o di una serie televisiva può essere divertentissimo.
Puoi cercare un castello di Game of Thrones, entrare nel mondo di Harry Potter o riconoscere una strada vista decine di volte sullo schermo. È un modo per aggiungere un piccolo gioco al viaggio.
Il problema comincia quando quel set diventa l’intero viaggio e viene scambiato per la realtà del luogo.
Pensiamo a The White Lotus. Le diverse stagioni hanno mostrato alberghi di lusso alle Hawaii, a Taormina e a Koh Samui. Strutture splendide, fotografate in modo da far venire voglia di prenotare immediatamente.
Ma un albergo di lusso a Koh Samui non è la vita thailandese. Una struttura esclusiva a Taormina non rappresenta la vita siciliana.
Quello che vediamo è una versione costruita, patinata e spesso piena di stereotipi. Può essere bellissima, ma resta una rappresentazione.
Visitare un set va benissimo. Confondere il set con la cultura locale è un’altra faccenda.
Vai a cercare quella terrazza o quella spiaggia che hai amato sullo schermo. Poi, però, esci dal set. Cammina nelle strade vere, mangia dove mangiano le persone del posto, guarda ciò che succede quando la macchina da presa non c’è.
Adeguare il proprio abbigliamento alla cultura di una destinazione è una forma di rispetto.
In alcuni luoghi può essere anche una questione di sicurezza o un modo per non attirare inutilmente l’attenzione. Se partecipi a una festa durante la quale tutti indossano un abito tradizionale, vestirti nello stesso modo può diventare parte dell’esperienza.
L’ethnic dress di cui parlo è diverso.
Arrivi in un Paese e indossi per giorni un costume che gli abitanti usano soltanto in occasioni particolari. Non per entrare davvero nella cultura locale, ma per costruire fotografie più scenografiche.
In Giappone può essere piacevole indossare un kimono o uno yukata per qualche ora, magari durante un evento adatto. Trascorrere quasi tutto il viaggio vestiti così, mentre intorno le persone vanno al lavoro in abiti normalissimi, produce un effetto differente.
Più che integrarci, ci trasformiamo nella persona che tutti notano.
Vale per il kimono, per il sari e per qualsiasi abito tradizionale ridotto a oggetto scenografico.
Il punto non è vietare, ma osservare il contesto.
Se tutti sono vestiti così, partecipa. Se nessuno è vestito così e tu stai girando da 3 giorni con un costume scelto per Instagram, forse vale la pena farsi una domanda.
Anche questa moda nasce come sfida (idiota).
L’Airport Theory invita ad arrivare in aeroporto il più tardi possibile, anche dieci o quindici minuti prima della partenza, per dimostrare che tutte le raccomandazioni sui tempi di anticipo sono esagerate.
Una volta può andare bene. Anche due. Alla terza rimani a terra.
I gate chiudono e gli aeroporti hanno regole precise. Ci sono controlli, distanze da percorrere, cambi improvvisi e file che non puoi prevedere guardando un filmato di trenta secondi.
Arrivare con un margine ragionevole non significa essere ansiosi. Significa evitare di trasformare l’inizio del viaggio in una corsa disperata.
Se perdi il volo per dimostrare che potevi arrivare all’ultimo minuto, non hai battuto il sistema. Hai soltanto perso il volo.
Prendere spunto da qualcuno è normale.
Io stesso condivido itinerari, strumenti e consigli perché possano aiutarti a organizzare meglio un viaggio. Ma ogni suggerimento dovrebbe passare attraverso i tuoi interessi, i tuoi ritmi e il tuo modo di vivere una destinazione.
Il copy trip elimina questo passaggio.
Si prende l’itinerario di un influencer e lo si copia completamente. Stessi hotel, stessi locali, stesse fotografie, stessi orari e possibilmente la stessa posa davanti allo stesso muro.
Il problema è semplice: tu non sei quella persona.
Magari ami l’arte e quella persona non entra mai in un museo. Magari vuoi camminare senza fretta e il suo itinerario prevede 12 tappe al giorno. Magari detesti i locali costruiti per Instagram e la sua giornata è una maratona tra tavolini colorati e pareti con scritte al neon.
Usa pure un itinerario già pronto come base. Poi smontalo.
Togli ciò che non ti interessa. Aggiungi ciò che ti incuriosisce. Cambia quartiere. Lascia mezza giornata vuota. Rinuncia a un luogo famoso per rimanere più a lungo in quello che ti sta sorprendendo.
Un consiglio deve aiutarti a costruire il tuo viaggio, non a spegnere il cervello.
Dietro queste 7 mode torna sempre la stessa ossessione.
Dimostrare di essere resistenti.
Dimostrare di essere arrivati.
Dimostrare di aver visto.
Dimostrare di conoscere il posto giusto, l’abito giusto, la posa giusta e l’itinerario giusto.
Nel frattempo il luogo scompare.
Viaggiare può significare anche stare seduti a un tavolino senza fare nulla di memorabile. Guardare la gente entrare e uscire, ascoltare una lingua che non conosci, capire come si ordina un caffè e accorgerti che la città ha un ritmo diverso dal tuo.
Non serve che quel tavolino sia instagrammabile. Serve che tu sia lì davvero.
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Cristiano

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