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Riguardo · Jun 16, 2026

La regola della gonna rosa

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Veronica Franzoni · Riguardo

N01

Ciao e un enorme GRAZIE a tutte le persone che si sono iscritte a Riguardo in questi giorni. Sto ancora cercando di abituarmi all’idea che qualcuno abbia deciso di ricevere le mie riflessioni direttamente nella propria casella di posta. Per il momento mi sembra una cosa molto generosa da parte vostra.

Per chi è appena arrivato: questa newsletter nasce per raccogliere quello che guardo, riguardo e scelgo secondo il mio gusto.

Per questo primo numero avevo pensato di parlarvi dei miei preferiti in questo momento. Poi mi sono fermata. Mi sono resa conto che sarebbe stato come iniziare una conversazione dal secondo capitolo.
Prima di raccontarvi cosa guardo oggi, forse ha più senso raccontarvi cosa mi ha insegnato a guardare.

Negli anni mi sono sentita dire spesso che ho gusto. Per me è come quando qualcuno ti fa un complimento che non sai bene dove appoggiare. Prendo e porto a casa.
La verità è che credo di aver semplicemente accumulato immagini, luoghi e ossessioni abbastanza a lungo da costruirmi uno sguardo — e poi, a un certo punto, ho iniziato a fidarmi di quello.
E se oggi guardo il mondo in un certo modo è perché ci sono state alcune cose che hanno cambiato per sempre il mio modo di vederlo.
Non necessariamente le più importanti. Ma sicuramente quelle che hanno lasciato il segno.

Ecco quindi sei incontri. Sei scosse estetiche. Più o meno in ordine sparso.
Partiamo da qui.

Non voglio partire da qualcosa di “bello” in senso classico.

Avevo cinque o sei anni quando l’ho vista in un negozio. Una gonna in vinile rosa, un po’ troppo lucida, un po’ troppo corta, un po’ troppo tutto. Di quelle cose che da adulta probabilmente ignoreresti con molta calma. Io invece l’ho scelta. E mia mamma, senza dire troppo, me l’ha comprata. Non so se fosse saggezza, stanchezza o semplice desiderio di uscire viva da quel negozio. Fatto sta che sono uscita con quella gonna.

E quello che ricordo benissimo non è tanto la gonna in sé, ma quello che è successo quando la indossavo. Più spesso di quanto crediate.
Mi sono sentita fortissima. Non “carina”, non a posto, non aggiustata. Proprio forte. Come se il corpo cambiasse leggermente posizione, come se tutto si sistemasse di qualche millimetro nella direzione giusta. Più dritta, più presente, più io.

A quell’età è tutto più semplice, o forse semplicemente non ti interessa ancora davvero cosa pensano gli altri — cosa che poi si perde con una certa puntualità crescendo.

È incredibile come, persino oggi che sono adulta e lavoro nella moda, sia difficile trovare un capo di abbigliamento capace di farti sentire così potente.

Col tempo ho capito che il punto non era la gonna. Era quello che succedeva mentre la indossavo. E da lì, senza mai dirmelo davvero, credo di aver iniziato a inseguire sempre la stessa cosa. Non la scelta più sicura. Non quella più giusta secondo le regole esterne ma quella che, appena la incontro, mi cambia leggermente il modo di stare nel corpo.

Poi ovviamente si cresce e le cose si complicano un po’. Si comincia a chiedersi se una cosa è appropriata, se funziona, se è troppo, se è abbastanza, se è “da me” — categoria che crea più confusione di quanta ne risolva. E quella voce lì diventa molto convincente.

Ma la regola della gonna rosa, per me, è rimasta. Non come nostalgia dell’infanzia — quella la lascio volentieri ad altri — ma come promemoria un po’ testardo.

Anni fa, a casa di una giornalista di moda che stimo molto, ho fotografato una pagina di Pessoa. Quando mi ha vista, mi ha detto una cosa molto semplice: “ti servirà”. Non ho capito subito cosa intendesse. Però non ho mai buttato quella foto.

Autopsicografia di Fernando Pessoa

La prima volta che ho letto Pessoa, infatti, non ho capito davvero cosa stessi leggendo. Ho capito dopo. O meglio: ho sentito qualcosa prima di capirla. Una specie di attrito. Tra riconoscimento e fastidio. Come quando una frase ti somiglia troppo e fai finta di niente. Quella sensazione è rimasta lì, quasi come se il testo mi avesse letto prima ancora che io fossi in grado di leggerlo davvero.

Da allora mi torna spesso la stessa domanda, sempre con formulazioni leggermente diverse: quanto di quello che mostriamo coincide davvero con quello che siamo?

Non è una domanda a cui sento di dover trovare una risposta definitiva. Ma è una di quelle che continuano a riemergere, soprattutto in certi contesti. E la moda, inevitabilmente, è uno di quei posti. Un linguaggio in cui è facilissimo confondere ciò che si è con ciò che si sta costruendo per essere visto.

Ho passato anni a oscillare tra queste due cose senza accorgermene del tutto: chi ero e chi stavo diventando nell’immagine che davo.

E ancora oggi, a volte, quella domanda torna — in modo molto semplice, quasi pratico. Non come crisi, ma come controllo di realtà. E quando succede, torno a quella foto sul telefono. Non perché dia una risposta, ma perché mi riporta alla domanda giusta.

In questo senso, quei versi di Pessoa non mi hanno insegnato a “capire di più”. Mi hanno insegnato una cosa un po’ controintuitiva: che lo stile non è un modo per costruire un personaggio ma un tentativo, sempre imperfetto, di non perdersi mentre lo si costruisce.

Voi direte: Rothko, certo. Quello a cui hanno appena dedicato una splendida mostra monografica a Firenze — che, per inciso, se vi capita di perderla è un piccolo errore difficile da difendere.

Ma qui non parlo tanto della mostra o delle tele in sé. Parlo proprio dell’esperienza. Ricordo perfettamente la prima volta che mi sono trovata davanti a una tela di Mark Rothko: alla Tate di Londra, in quella sala interamente dedicata a lui.

Se lo vedi sui libri o sullo schermo del telefono, sembra solo un insieme di grandi blocchi di colore super semplici. Di quelli che registri in mezzo secondo e passi oltre. Poi dal vivo cambia tutto. Sono rimasta ferma lì, più del previsto.

Quei colori non erano piatti: vibravano, avevano una profondità quasi fisica, come se respirassero. E più cambiavi posizione, più sembravano leggermente diversi. Provare per credere.

Lì ho capito una cosa molto semplice: il minimalismo e la semplicità non sono mai “vuoti”. Anzi, togliere il rumore visivo serve proprio a far risuonare l’essenziale.
Da allora mi è rimasta una specie di attenzione diversa nello sguardo. Non come regola, più come inclinazione: quando una cosa sembra troppo semplice per essere interessante, probabilmente non l’ho ancora guardata nel modo giusto.

E poi c’è il rosso.
Quel rosso che ho visto lì e che, da allora, è diventato in qualche modo un mio riferimento visivo. Non perché significhi qualcosa di preciso, ma perché è rimasto. E certe cose restano senza spiegarsi troppo.

È ancora il mio artista preferito di tutti i tempi, nel caso qualcuno avesse intenzione di farmi un regalo. Certo, l’ultimo è stato battuto all’asta per una cifra (98,3 milioni di dollari) che mi costringe a continuare a lavorare.

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Rimanendo nell’arte, c’è un luogo in Giappone che ha ridefinito completamente la mia idea di spazio: il Chichu Art Museum nell’isola di Naoshima. È un museo quasi interamente scavato nella terra. Da fuori si vede pochissimo, perché è stato progettato per non interrompere il paesaggio che lo circonda. Già questa, per me, è una dichiarazione d’intenti bellissima: costruire qualcosa di straordinario senza sentire il bisogno di gridarlo. Dentro non esiste luce artificiale, solo la luce del giorno.
Una luce che cambia continuamente, con le ore, con il tempo, con le stagioni, e che rende il museo diverso ogni volta che lo attraversi. E io non vedo l’ora di tornare a visitarlo.

Quando entri nella stanza dedicata a Monet, cammini scalzo su un pavimento fatto di migliaia di minuscoli cubetti di marmo bianco e vedi le sue Ninfee illuminate solo dalla luce naturale che cala dall’alto. Lì ho capito che l’architettura e lo spazio non sono solo contenitori, ma amplificatori di emozioni. Il Chichu mi ha insegnato il valore del silenzio, così come un po’ tutto il Giappone, e del rispetto per ciò che ci circonda.

Non saprei descrivere bene cosa si prova, e forse è proprio questo il punto. Non è una stanza che ti colpisce. Ti rallenta. E in un’epoca in cui tutto cerca disperatamente di attirare la tua attenzione, mi sembra quasi un gesto rivoluzionario.

E mi ha fatto capire un’altra cosa che oggi considero abbastanza importante: che alcuni dei luoghi in cui mi sento più a mio agio al mondo non sono case, ristoranti o hotel. Sono i musei. Forse perché sono uno dei pochi posti in cui nessuno si aspetta che tu faccia qualcosa. Puoi semplicemente guardare.

film: In the Mood for Love

Se penso al cinema, non c’è un film che abbia influenzato il mio immaginario più di In the Mood for Love di Wong Kar-wai.

La prima volta che l’ho visto credo di aver passato metà del tempo a seguire la storia e l’altra metà a chiedermi come fosse possibile che ogni singolo fotogramma fosse così bello. A un certo punto ho smesso di combattere e mi sono arresa.

Ci sono i corridoi stretti della Hong Kong degli anni Sessanta, le luci calde, la musica che ritorna sempre uguale e sempre diversa, e poi ci sono gli abiti. E che abiti.

I qipao indossati da Maggie Cheung sono probabilmente tra le cose più eleganti che io abbia mai visto sullo schermo. E sì, nel corso degli anni ne sono finiti tre anche nel mio armadio. Nessuno di loro mi ha trasformata in Maggie Cheung, purtroppo, ma continuo a considerarlo un investimento emotivo sensato.

Guardandolo ho capito che l’eleganza non è mai una questione di quantità. Non è aggiungere. Non è farsi notare a tutti i costi. È sapere cosa lasciare fuori. È un dettaglio invece di dieci. È uno sguardo invece di una dichiarazione. È la sicurezza di non dover occupare tutto lo spazio disponibile.

E che lo stile, in fondo, ha molto più a che fare con il mistero che con la perfezione.
Forse è per questo che continuo a tornarci. Perché mi ricorda che lo stile non riguarda solo quello che indossiamo, ma il modo in cui abitiamo il mondo. Come entriamo in una stanza. Come aspettiamo. Come guardiamo qualcuno.
E che, in fondo, le cose più affascinanti hanno quasi sempre qualcosa di irrisolto.
Proprio come quel film.

Infine, l’oggetto che per me rappresenta l’equilibrio perfetto: la LC4 progettata da Le Corbusier insieme a Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand nel 1928. Seguendo le curve del corpo umano, è uno di quei casi in cui la forma sembra davvero inseguire la funzione. E mi ha sempre ricordato che il buon design non è mai solo decorazione o esercizio di stile, ma qualcosa che deve farti stare bene mentre lo vivi, migliorare concretamente il modo in cui occupi il tuo tempo a casa.

Da bambina, però, questa teoria non esisteva ancora. E la LC4 era semplicemente uno scivolo a casa dei miei genitori. Una lettura probabilmente non approvata dalle scuole di architettura, ma perfettamente coerente con la mia esperienza.

Ricordo quella forma curva come qualcosa di quasi magnetico. Non la guardavo come una poltrona “importante”, ma come un invito a farci qualcosa. A salirci sopra, a provarla, a usarla male nel modo giusto.

Molti anni dopo me la sono ricomprata su Facebook Marketplace per la casa nuova. Una di quelle decisioni che oscillano tra il gusto per il modernismo e una certa ostinazione nel recuperare pezzi di immaginario personale.

Quando è arrivata, mi ci sono sdraiata sopra senza pensarci troppo. E la prima cosa che ho pensato è stata: ok, avevo ragione. Non sul design, ovviamente. Ma sul gesto.

Non è un oggetto da guardare soltanto, ma da usare. E questa cosa, oggi, la trovo sempre più rara. Mi ha insegnato che le cose migliori non sono quelle perfette da vedere, ma quelle che funzionano mentre le vivi.

Quella bambina che vedeva uno scivolo non aveva capito il design. Ma aveva capito una cosa che continuo a trovare utile: che gli oggetti non si guardano soltanto, si attraversano. Comunque sì: oggi so che non era uno scivolo. Però continuo a non essere del tutto sicura che sia “solo” una poltrona.

Se ci penso bene, tutti questi incontri hanno una cosa in comune. Non mi hanno insegnato cosa mi piace. Mi hanno insegnato cosa mi sposta.

La gonna rosa era solo la prima volta in cui l’ho sentito in modo chiaro. E da lì credo sia nata una specie di regola personale. Non scegliere quello che funziona meglio. Ma quello che, anche solo per un secondo, ti sposta.

E a voi? C’è un’opera, un film o un oggetto che ha cambiato il vostro sguardo? Rispondetemi nei commenti o via mail, mi piacerebbe tantissimo leggervi.

Ci vediamo alla prossima stanza,

Con riguardo,

Veronica

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