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Uno e Sessantacinque · Oct 13, 2024

L'indifferenza dell’immaginario

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Fabrizio Ulisse · Uno e Sessantacinque

Mi affascina assistere e partecipare alla progressiva costruzione dell’immaginario personale di mio figlio. È appena iniziata, succede giorno per giorno, e dipende da un sacco di cose: le parole che impara, i libri che gli leggiamo, i cartoni che guarda, i nuovi collegamenti fra ciò che già conosce, i suoi piccoli esperimenti personali, i comportamenti delle persone che ha intorno. Gli anni passeranno, e il “mondo” che popolerà la sua immaginazione diventerà sempre più ricco, grazie alle sue caratteristiche innate, agli stimoli che riceverà, e a quelli che saprà trovare da solo, costruendo la sua connessione con le culture del mondo intorno a lui. In questa fase della sua vita ad esempio, a Gabriele piacciono molto la musica (suonata, soprattutto), i “libi” e i “licottei” (“libri” e “elicotteri”, abbiamo ancora qualche difficoltà con la “r”) e le “machine”. Di libri è circondato dalla nascita, la passione per gli elicotteri nasce da quella per ruote e eliche, che ha cominciato a “girare” con la manina intorno ai 6 mesi, poi ha visto un elicottero volare al mare e si è esaltato. Un giorno ho avuto la felice (o infelice) idea di fargli vedere un video di elicotteri in prova, senza commento, né musica né soluzione di continuità, e da allora è un continuo di “vojo video licottei”.

In che modo tutti questi piccoli e acerbi interessi contribuiranno a costruire il suo immaginario personale, è davvero imprevedibile, ma certamente come genitori, anche su questo, abbiamo un ruolo e una responsabilità molto grande.

Ma cos’è l’immaginario personale? Mi piace molto la definizione che ne dà Mario Domenichelli Professore di Critica letteraria e Letterature Comparate all’Università di Firenze.

“La memoria personale, in ciascuno di noi, costituisce l’immaginario personale ovviamente connesso a quello collettivo, quello della koiné alla quale apparteniamo, e che dunque ha a che fare strettamente con il principio d’identità, e la costruzione della stessa come soggettività, come insieme, come reticolo tra il collettivo, il comune, e il particolare, o serie di connessioni tra reticoli diversi dell’immaginario, tra diversi tipi di memoria, verbale, numerica, iconica, musicale.”

Reticolo tra diversi tipi di memoria, verbale, numerica, iconica, musicale ”, bello no? Dà l’idea di una struttura viva e in continua elaborazione ed evoluzione, e che si alimenta di varietà e diversificazione. Almeno per bambine e bambini più fortunatə.

Qualche mese fa ho ascoltato Sangue Loro, il più recente podcast di Pablo Trincia, una storia dolorosa, stupendamente scritta e raccontata, come sempre nelle sue produzioni. Mi ha lasciato un graffio sul cuore soprattutto la terza puntata, L’Antica Chiave, che racconta l’infanzia del protagonista del podcast Hassan Itab, autore dell’attentato alla British Airways di Roma del 1985. Hassan nasce nel campo profughi di Chatila e cresce con il padre militare e la guerra intorno, condizione che lo accompagnerà in un tunnel sempre più stretto fino all’attentato di Roma. Nel racconto della sua vita di bambino le armi sono l’intero suo mondo, nonostante gli sforzi della madre di contenere l’immaginario della guerra fuori casa. Questo suo mondo viene raccontato quasi come fosse una disarmante “normalità”, non tanto o non solo frutto della rabbia, quanto piuttosto della costruzione di un immaginario personale e collettivo, proprio quella connessione di reticoli che solo per caso non ha visto aprirsi altre strade, ma che viene vissuta da bambinə e ragazzə con la stessa naturalezza con cui mio figlio vive la Pimpa, la mia ukulele, la “machina ‘i papà” e “a biciletta ‘i mamma”, i colori sgargianti degli elicotteri e gli accenti misti romagnolo e romano. Forse è proprio questo che mi colpisce, la facilità, l’automatismo, l’indifferenza con cui questi reticoli si costruiscono e determinano le chiavi con cui viene interpretata la realtà. E distinguere tra la mia, la nostra vita, da realtà solo apparentemente lontane da noi, sarebbe un errore. Siamo tutti esseri umani, e tutti a qualche click da un campo profughi.

Come tutti i miei coetanei sono cresciuto in una società maschilista, incistata, reazionaria e strafottente dove la cultura dominante era l’attenzione piccolo borghese alle apparenze, i professori annoiati, il bullismo pervasivo, il socialismo da bere, il berlusconismo ridanciano e volgare del soldo buttato. E meno male che sono arrivati gli anni ‘90 e abbiamo ripreso un po’ di fiato, perché a dodici anni io mi aggrappavo a Paperino, Star Trek, la Roma, i Lego e i Pink Floyd per costruire e difendere un personale universo di colori, giustizia, resilienza e partecipazione, cosa che ho provato a fare per tutta la vita, alimentando il mio immaginario creando dentro e fuori di me reticoli di centinaia di altre cose, anche meravigliosamente contradditorie e incoerenti e con tanti errori.

Avendo ricordo e consapevolezza di questo non mi metterò a fare il boomer, lamentandomi di TikTok e rimpiangendo l’immaginario di una volta, perché la televisione commerciale degli anni ‘80 era molto peggio, ma certo quando leggo di dark LLM (versioni pirata dei modelli alla base dell’intelligenza artificale in cui sono stati rimossi vincoli etici e legali), o del successo globale del podcast Red Scare, che sta trasformando in trendy e fighe le peggiori e più ributtanti posizioni selvaggiamente provocatorie, mi spavento molto, perché mi pare che stiamo entrando in una fase di hacking dell’immaginario personale e collettivo di fronte al quale le risorse culturali, etiche e tecniche di cui disponiamo non possono che arrancare.

Allora mi vien voglia di mettermi l’elmetto e il coltello fra i denti e lastricare la strada di mio figlio con più canzoni, libri, film, storie, idee che posso, per proteggere e far vivere nel suo immaginario quel poco di buono che come generazione abbiamo costruito. Ma poi mi dico che no, fermi tutti, la strada è la sua. E tutto ciò che dobbiamo fare come genitorə è stare calmi e illuminarla con i colori più caldi che potremo trovare, regolando e aiutandolo a interpretare ciò che incontrerà e che definirà il suo immaginario, mentre da lontano continuiamo a batterci centimetro su centimetro contro ignoranza, cattiveria, e manipolazioni strappalike.

In the suburbs I
I learned to drive
And you told me we'd never survive
Grab your mother's keys we're leaving

You always seemed so sure
That one day we'd be fighting in a suburban war
Your part of town against mine
I saw you standing on the opposite shore
But by the time the first bombs fell
We were already bored
We were already, already bored

Sometimes I can't believe it
I'm moving past the feeling
Sometimes I can't believe it
I'm moving past the feeling again

The kids wanna be so hard
But in my dreams, we're still screaming and running through the yard
And all of the walls that they built in the seventies finally fall
And all of the houses they built in the seventies finally fall
Meant nothing at all
Meant nothing at all
It meant nothing

Sometimes I can't believe it
I'm moving past the feeling
Sometimes I can't believe it
I'm moving past the feeling and into the night

So can you understand?
Why I want a daughter while I'm still young
I wanna hold her hand
Show her some beauty before this damage is done
But if it's too much to ask, if it's too much to ask
Then send me a son

Under the overpass
In the parking lot, we're still waiting
It's already passed
So move your feet from hot pavement and into the grass
'Cause it's already passed
It's already, already passed

Sometimes I can't believe it
I'm moving past the feeling
Sometimes I can't believe it
I'm moving past the feeling again

I'm moving past the feeling
I'm moving past the feeling

In my dreams, we're still screaming
We're still screaming
We're still screaming

le illustrazioni delle newsletter di Uno e Sessantacinque vengono dal repository di illustrazioni open source undraw

Le canzoni che accompagnano ogni uscita vengono raccolte in una playlist su Spotify

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