La prima volta che ho sentito questa frase ho pensato: ma come, per rimanere me stesso devo continuamente cambiare? Non c’è male come paradosso, no?
Poi, riflettendoci un po’, mi sono accorto che forse il punto è proprio questo: rimanere se stessi non significa rimanere uguali.
Naturalmente non parliamo di cambiare perché non sappiamo cosa fare, perché dobbiamo adeguarci a tutto o, come si dice, sventolare qualsiasi bandiera a seconda del vento che soffia. Quello non è cambiamento, è semplicemente lasciarsi portare.
Parliamo piuttosto della capacità di modificare convinzioni, comportamenti e modi di reagire mentre cerchiamo di mantenere una direzione che sentiamo nostra.
Perché intorno a noi cambia continuamente tutto. Cambiano le persone, le situazioni, il lavoro, le relazioni, il tempo che stiamo vivendo. E cambiamo anche noi, che lo vogliamo oppure no.
Se però proviamo a difendere ciò che siamo restando esattamente quelli di dieci o vent’anni fa, rischiamo una cosa abbastanza curiosa: nel tentativo di rimanere fedeli a noi stessi, possiamo finire per diventare fedeli soprattutto alle nostre vecchie abitudini.
Pensa, per esempio, a un valore come l’onestà.
Possiamo considerarci persone oneste da sempre, magari perché ce l’ha detto nostra madre quarant’anni fa e da allora abbiamo deciso che la questione era sistemata. Ma poi arriva la vita quotidiana, dove essere onesti significa scegliere cosa dire, come dirlo, quando sarebbe molto più comodo sorvolare, raccontarcela un po’ diversamente o assecondare qualcosa che ci conviene.
È lì che quel valore torna a essere vivo.
Lo stesso succede con la disciplina. Possiamo dire che per noi è importante prenderci cura del corpo, studiare, coltivare una passione, portare avanti qualcosa a cui teniamo. Poi però ogni giorno dobbiamo fare i conti con la pigrizia, lo scrolling sul cellulare, il divano e quella serie su Netflix che, guarda caso, proprio questa sera avrebbe disperatamente bisogno di altre tre ore della nostra vita.
Insomma, avere dei punti fermi non significa aver risolto la questione.
Bisogna continuare a confrontarli con quello che stiamo vivendo, capire come applicarli e, qualche volta, anche riconoscere che certe convinzioni che ci hanno accompagnato per anni non ci rappresentano più nello stesso modo.
E non c’è niente di drammatico.
Possiamo cambiare idea su qualcosa che vent’anni fa avremmo difeso fino allo sfinimento. Possiamo capire meglio una persona, rivedere un giudizio, accorgerci che una reazione che abbiamo sempre considerato parte del nostro carattere è semplicemente diventata un’abitudine.
Questa, secondo me, è una distinzione interessante: non tutto quello che ripetiamo da molto tempo coincide necessariamente con ciò che siamo.
A volte ripetiamo un comportamento talmente a lungo che finiamo per chiamarlo “me stesso”.
Io reagisco così.
Io con queste persone non riesco a parlare.
Io non ho pazienza.
Io sono sempre stato così.
Può essere vero, certo. Ma può anche voler dire soltanto che fino a oggi abbiamo reagito, parlato o vissuto in quel modo.
E allora cambiare non significa necessariamente tradirsi. Potrebbe significare diventare un po’ più sensibili, più attenti, magari anche più intelligenti nel modo in cui facciamo vivere ciò che per noi conta.
Non serve passare le giornate a interrogarsi su chi siamo, con la testa tra le mani e una crisi esistenziale pronta prima di pranzo. Però osservare sì.
Osservare cosa continuiamo a fare soltanto perché lo abbiamo sempre fatto, quali convinzioni stiamo ancora difendendo per abitudine e dove, invece, qualcosa dentro di noi sta chiedendo un modo diverso di stare nella vita.
Allora oggi possiamo provare a guardare uno dei nostri punti fermi: la sincerità, la pazienza, la disciplina, il modo di vivere una relazione, oppure qualcosa di completamente diverso.
E chiederci: per rimanere fedele a questa parte di me, c’è qualcosa nel mio modo di viverla che oggi dovrebbe cambiare?
Perché forse la flessibilità non ci allontana da ciò che siamo, ma ci permette di continuare a esserlo anche mentre tutto il resto si muove.
Che sia un buon giorno,
Stefano Gianini
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