RSS Amplifier

tregua · Apr 15, 2026

Talos

0
Sign in to vote or save

Dario Bassani · tregua

Stai per leggere la dodicesima puntata di tregua, ormai gloriosamente tornata al suo ritmo ordinario di pubblicazione.

Prima di farti proseguire, ci tengo a comunicarti una roba. Ti ricordi che la scorsa volta t’ho detto che il 29 maggio usciva il mio libro? Se no,

repetita iuvant, ed eccotelo qua:

Ti ricordi poi che avevo anche detto che quando partiva il preorder saresti stato il primo a saperlo? E infatti non mi smentisco mica:

lo preordini qua

Come ho già scritto altrove, per quanto mi senta un po’ ridicolo a chiedertelo, mi corre l’obbligo di dirti che, nel pazzo mondo della carta stampata, il preorder è pratica utile e graditissima da tutti: editori, autori, librerie, grandi distributori, ed è un modo assai concreto per aiutare il libro a raggiungere i suoi lettori: più è richiesto, più è diffuso, più gira e così via, quindi grazie se vorrai farlo.

Oggi leggerai di mecha dell’età del bronzo, filosofia politica e sociologi del primo Novecento che parlano come CEO di aziende tecnologiche votate alla guerra.

Stando alla cronaca militare recente, è probabile che i robot ci ammazzeranno tutti.

Per fare qualche esempio: nel giro di una giornata lavorativa l’esercito statunitense ha elaborato grazie all’intelligenza artificiale una lista di migliaia di bersagli che, in Iran, hanno fatto scagliare non uno ma ben due missili Tomahawk contro una scuola media; a Gaza, software militari israeliani come Lavender e Gospel sono stati usati per dare la caccia a padri di famiglia fin dentro la porta di casa; gli sciami di droni autonomi armati statunitensi e cinesi hanno già dimostrato di saper muoversi e colpire senza bisogno di un operatore umano che li guidi.

La lista di orrori oltre la nostra immaginazione si arricchisce di giorno in giorno, raccolta sotto un nome in business english che prova a stemperare l’angoscia: li chiamano autonomous weapon systems, cioè sistemi d’arma autonoma, cioè tecnologie capaci di assassinare persone e sbriciolare edifici tutte da sole (“guarda mamma! senza mani!”). È anche a causa loro se il Pentagono e Anthropic, l’azienda che produce l’intelligenza artificiale Claude, hanno litigato: le linee guida della società di Dario Amodei proibiscono l’uso del loro modello per le armi pienamente autonome e la sorveglianza di massa.

Siamo spinti a pensare che tutto questo sia una novità perché siamo vittime del ciclo dell’hype anche quando guardiamo le innovazioni tecnologiche più cruente. Tuttavia, sulle rive del Mediterraneo avevamo cominciato a immaginare aggeggi simili in tempi piuttosto lontani.

Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, duemila e rotti anni fa, si racconta di Talos, un colossale robottone di bronzo creato dal fabbro divino Efesto per proteggere i confini di Creta. Questo mecha antico era programmato per fare tre giri al giorno lungo le coste dell’isola, durante i quali l’algoritmo gli comandava il seguente comportamento: se vedi delle navi in lontananza, lanciagli addosso dei macigni e affondale; e se dopo averlo fatto qualche naufrago sopravvive e nuota fino a riva, arroventa il tuo corpaccione, acchiappalo, ustionalo e stritolalo premendotelo contro il petto.

Talos è una figura contradittoria. È custode e omicida al tempo stesso, asservito agli uomini ma capace di massacrarli senza fatica, un prodotto umano che eccede i propri creatori per forza, stazza e capacità letale, invulnerabile ma con un fatale punto debole: in una vena esposta sulla sua caviglia scorre l’icore, la stessa sostanza che si presumeva percorresse il sistema circolatorio delle divinità. Una volta recisa, prosciugato il liquido, la macchina si arresta, inanimata.

La figura di Talos è stata ripresa nei secoli nella pittura, nel teatro, sulle monete, in film, romanzi e videogiochi, e pure in ambito militare. Durante la Guerra Fredda, la marina statunitense trasportava sulle proprie portaerei dei grossi missili antiaerei da tre tonnellate e passa chiamati, appunto, Talos.

La sua immagine apre anche Tecnica di Carlo Galli (il Mulino, 2025), un libro che ho letto di recente con trasporto e stupore, perché non mi aspettavo che la risposta alla frustrazione che provo di fronte a tanta della saggistica recente sulla tecnologia

potesse venire da uno dei maggiori e più venerabili esperti di filosofia politica in Italia. Ci tornerò verso la fine.

Giornali, riviste e scaffali di librerie traboccano di roba sull’intelligenza artificiale e il tecnofeudalesimo, montagne di carta che con ogni probabilità dimenticheremo dopodomani, dato che le discussioni sono in larga parte appiattite sull’oggi o, nel migliore dei casi, sullo ieri e l’altroieri.

Il libro di Galli invece ha l’indubbio pregio di offrire una genealogia filosofica e politica della tecnica di più lunga durata e più solida articolazione rispetto alla media, e una tesi critica che a me è parsa molto convincente.

Ve la anticipo qua per poi riprenderla negli ultimi capoversi: per criticare la tecnica non ci si può limitare a esaminare la tecnica stessa, perché sviluppo e innovazione non sono forze spontanee – per quanto abbiano assunto una loro certa autonomia propulsiva – né totali – per quanto aspirino a divenire totalità. Il punto da cui non si scappa è che la tecnica risponde alla categoria dell’utilità, cioè persegue l’incremento del profitto economico e della potenza politica e militare per fini specifici, parziali, riconducibili a soggetti precisi.

Sono presupposti semplici, chiari, tutto sommato scontati, ma che al contempo mi sembrano godere di poca popolarità nella letteratura recente sul tema. Secondo Galli, questo indebolimento della prospettiva critica si può far risalire alla vicenda stessa dello sviluppo delle filosofie della tecnica, creature della prima metà del XX secolo, nate in reazione a quadri teorici del XIX come il liberalismo, il socialismo e il razionalismo.

Il paragone delle filosofie della tecnica con il marxismo è quello che rivela meglio questa dinamica. Per Marx, la macchina è il modo materiale di esistenza del Capitale perché il suo scopo fondamentale – cioè l’utile che persegue – è l’accrescimento del plusvalore di cui godrà il padrone. La diminuzione della fatica umana nel lavoro grazie ai macchinari ne è invece un effetto secondario. Le macchine quindi lavorano con l’operaio ma soprattutto contro di lui: sono un perpetuum mobile, non hanno bisogno di riposo, e per questo sfruttano il lavoratore e lo costringono a un’estensione potenzialmente indefinita della giornata lavorativa.

Secondo Marx, però, tutto questo non significa che è la macchina la sorgente delle ingiustizie e delle contraddizioni subite dalla classe operaia. La causa originale è piuttosto il suo uso capitalistico, che la fa funzionare all’interno di uno specifico regno dei fini. Anzi, se la macchina fosse adoperata in un sistema economico e politico diverso, come quello comunista, potrebbe al contrario esercitare una funzione emancipatoria.

Per capire quanto siano diversi per assunti e propositi gli sviluppi successivi della filosofia della tecnica, basta accostare questa visione a quella di Nietzsche, che continua a esercitare la propria influenza anche in tempi recenti: ne è un esempio eminente l’illuminismo oscuro di Nick Land, tornato ultimamente di moda perché ormai del tutto integrato nel circuito speculativo della Silicon Valley.

Nell’opera nicciana la tecnica viene vista come una megamacchina totalitaria che assoggetta a sé l’individuo, lo priva delle sue libertà e lo deumanizza. Si tratta di una delle prime critiche della tecnologia come potenza totale, che avrà una grande fortuna nel corso del Novecento e dura fine ai giorni nostri.

La crescente presenza della tecnica nell’età moderna e contemporanea infatti diventerà il centro di discorsi utopici o distopici, causa prima di illibertà o libertà, destino della ragione moderna. Sarà vista come una forza autonoma, capace di autoespandersi al di là della volontà umana, arma finale dell’inevitabile vittoria dell’inorganico sull’organico. Come accade tuttora con i discorsi sull’intelligenza artificiale – presentata sia come il secondo avvento del Messia sia come l’esplosione dell’Armageddon –, nel corso del Novecento l’omelia tragica della tecnica ha avuto come controcanto costante dei peana tecnocratici o tecnolatrici.

Per dimostrarlo Galli traccia un itinerario molto convincente nella storia della filosofia, specie nel pensiero conservatore tedesco, che vanta delle posizioni curiosamente attuali.

Per Oswald Spengler, per esempio, la civiltà della tecnica non è tanto una repubblica quanto una fortezza o una caserma, che prima o poi sarà espugnata da altre civiltà meno stagnanti e più dinamiche di quella occidentale perché saranno capaci di carpire i segreti dell’Europa decaduta: sembra di sentire una versione novecentesca delle odierne paranoie sinofobe.

Secondo Carl Schmitt, invece, la tecnica articola una politica ben localizzata, quella marittima, anglosassone e poi statunitense: una visione universalistica (in mare non ci sono confini), utilitarista e individualista (il mare è un insieme di rotte, non di spazi concreti) e dunque votata alla proiezione imperiale della potenza militare e commerciale.

Galli convoca sul banco degli imputati pensatori inaggirabili come Heidegger e quelli appartenenti alla Scuola di Francoforte, ma nella sua analisi spiccano per originalità due voci sul rapporto tra tecnica e guerra totale, cioè quelle di Ernst Jünger e Georg Simmel.

Jünger faceva coincidere la tecnicizzazione del mondo con la cancellazione dei confini tra ordine e anarchia, tra guerra e pace, con una mobilitazione totale pre o post-umana che cattura ogni cosa. Questa visione è riassunta nella figura dell’operaio, che fonde uomo e macchina e incarna un lavoro onnipresente che comprende e muove sia le officine sia i campi di battaglia per tenere in moto una gigantesca macchina da guerra. In apparenza sembra una diagnosi vetusta, ma a me pare piuttosto contemporanea, dato che, come sostiene Galli, “oggi il neoliberismo in crisi affida al complesso militare-industriale la sua salvezza”.

Simmel dal canto suo vedeva nel massacro tecnicizzato del primo conflitto mondiale un’opportunità per riscattare l’individuo borghese e urbanizzato dalle nevrosi e dall’isolamento che lo piagavano. La guerra lo avrebbe gettato in una causa più grande di lui, costringendolo a sacrificarsi in nome di un fine superiore. Con le dovute differenze e a più di un secolo di distanza, non è un discorso così diverso dagli appelli che Alex Karp, CEO di Palantir, rivolge agli ingegneri della Silicon Valley: Karp li accusa di aver sprecato troppo tempo a progettare interfacce colorate per farci spendere più soldi online invece di lavorare alla difesa del loro Paese e impegnarsi a costruire pannelli di controllo per la sorveglianza e mezzi sempre più fini e granulari per decidere chi verrà polverizzato da un missile aria-terra.

La dimensione bellica, infatti, è, insieme a quella economica, l’ambito in cui il discorso critico e genealogico sulla tecnica trova il terreno più ricco e fertile.

Così come la megamacchina burocratica e industriale ha inglobato ogni aspetto della vita, la guerra fa sì che essa inglobi anche ogni aspetto della produzione di morte. Il settore militare accelera da sempre l’innovazione tecnologica perché ha una posta in gioco altissima: vittoria o sconfitta, sopravvivenza o annientamento. Per questa ragione gli strumenti di cui la forza si arma per sottomettere il nemico sono sottoposti a una pressione evolutiva altrimenti inaudita negli altri ambiti dell’agire umano: se non funzionano al meglio, se non sono competitivi, allora si rischia l’annichilimento.

Galli rievoca diversi snodi topici nella storia delle dottrine militari occidentali in cui la tecnica ha ricoperto un ruolo di prima grandezza, dai trattati militari d’età romana alle enciclopedie bizantine.

Nel Quattrocento però la musica sembra cambiare in modo irreversibile: l’analisi di Galli si può accostare al quadro della cosiddetta rivoluzione militare europea proposto dallo storico Geoffrey Parker, secondo il quale, tra basso medioevo e Rinascimento, l’introduzione sui campi di battaglia della polvere da sparo e dunque dell’artiglieria leggera e pesante hanno sconvolto e ridefinito per sempre gli eserciti e le fortificazioni del vecchio continente.

L’idea della rivoluzione militare è molto discussa e controversa perché si regge su una visione dello sviluppo storico improntata al determinismo tecnologico, che vede nelle innovazioni tecniche il vero motore dei cambiamenti. Non entro nel merito del dibattito perché ci porterebbe piuttosto lontano dalle argomentazioni di Galli, magari ci scrivo una puntata più avanti.

Di certo, però, l’arrivo delle armi da fuoco ha segnato in profondità sia la trattatistica degli intellettuali organici dell’epoca – cannoni e bombarde sono presenti sia nel Bellifortis che Konrad Kyeser dedica all’imperatore del palatinato sia nella lettera di autopresentazione di Leonardo da Vinci al duca Ludovico il Moro – sia la letteratura, nella quale gli accenti sono ben più critici. Ludovico Ariosto fa gettare un archibugio in mare a Orlando perché vede nell’arma un “abominoso ordigno” infernale, che nega e sovverte i codici di battaglia cavallereschi incarnati dal duello faccia a faccia tra pari.

Qualche secolo dopo, il giovane Hegel vedrà invece nell’arrivo delle armi da fuoco portatili un passaggio dalla guerra individuale, eroica, spada in pugno, alla guerra borghese, impersonale, meccanica. Nelle file dei fucilieri napoleonici, dotate di armi lente e imprecise, le cui istruzioni per l’uso erano dettate da procedure di tiro standard e tavole balistiche e non tanto dall’abilità individuale del soldato, quel che contava non era il singolo combattente ma la formazione, la linea di tiro: “nell’uso delle armi da fuoco si spara contro la generalità dei nemici, contro il nemico astratto, non già contro persone particolari”.

Secondo Galli, questo legame tra guerra e tecnica negli ultimi 200 anni si è rinsaldato, e i due termini sono diventati ancor più coessenziali, come dimostrano le recenti “trasformazioni sociali e politiche che la tecnica comporta nelle cose belliche”.

La mitragliatrice, per esempio, ha fatto sì che nella Prima Guerra Mondiale la difesa assumesse un peso maggiore. Due uomini, uno al tiro e uno alla ricarica, potevano annientare un’intera linea di sfondamento di fanti senza versare una goccia di sudore.

Nella Seconda Guerra Mondiale invece i carri armati e i cacciabombardieri hanno ridato prevalenza alla dimensione offensiva, ma hanno anche bersagliato le popolazioni civili in una misura fino ad allora sconosciuta.

I due conflitti mondiali sono accomunati da una nuova tecnicizzazione della guerra di terra. Si tratta di un cambiamento inedito perché, nella storia militare, la tecnica era legata solo alla dimensione marittima: non si può combattere in mare a nuoto, senza navi. La guerra aerea poi approfondisce ulteriormente questo legame: non ci si può levare in cielo e gettare bombe da là solo sbattendo le braccia.

Per questa ragione, nel XX secolo la guerra totale meccanizza e tecnicizza la società: ha bisogno sia di eserciti di massa in armi sia di eserciti sociali del lavoro, in relazione simbiotica: le armi vanno prodotte e poi imbracciate. È così che la dimensione bellica diventa “un fatto produttivo, pianificatorio, logistico, scientifico, organizzativo”.

Se la Prima Guerra Mondiale era cominciata come uno scontro di sovranità e solo dopo è sfociata in una guerra di organizzazioni, la Seconda è dal suo principio una guerra manageriale, architettata da pianificatori economici e logistici mitologici come Albert Speer in Germania e Nikolaj Voznesenskij in Unione Sovietica.

Questo cozzo di megamacchine ha prodotto “una crescita esponenziale dello statalismo tecnocratico militarizzato” che si materializza nel cosiddetto “stato atomico”, la forma politica del potere statuale dopo l’introduzione delle armi nucleari, altro snodo rivoluzionario: la Bomba incrementa la paura, la censura, la paranoia, il segreto, l’opacità antidemocratica, plasma le psicologie di massa nazionali e la politica internazionale. Ci tengo ad aggiungere che, di recente, più voci – da Alex Karp a Henry Kissinger fino al premio Nobel per la Fisica Geoffrey Hinton – hanno accostato i sistemi d’arma autonomi alle armi nucleari per l’impatto che hanno e avranno sui campi di battaglia.

Di fronte a tali colossali, letali mostruosità tutto sembra perduto e gli strumenti della critica paiono rottami inservibili. Se la tecnica è un automovimento spontaneo ineluttabile, noi che cosa possiamo farci? Questa rappresentazione dello sviluppo tecnologico come marcia inesorabile non è confinata solo al Parnaso della teoria: parlo per me, ma credo che anche tra di voi ci siano molte persone bombardate ogni giorno da articoli, pensierini, video che ci dicono che è necessario scaricare l’ultimo modello di intelligenza artificiale e imparare a usarlo come si deve per adattarsi il prima possibile al cambiamento tecnologico imminente che, se proprio non ci assassinerà tutti, perlomeno renderà molti di noi dei disperati senza futuro.

La tesi più tagliente del libro di Galli consiste proprio nella rottura di questo fatalismo. Se è certamente vero che la dimensione tecnica oggi è presente in ogni aspetto delle nostre vite, questo non significa che ne esaurisca la totalità.

Al contrario, la tecnica va compresa e criticata proprio come parziale, orientata a fini e scopi particolari e non universali. Senza riferimento a una qualche utilità, la tecnica semplicemente non esiste, ed è per questo che ogni tecnologia, anche la più apocalittica, dovrebbe essere accolta da almeno due quesiti: a chi è utile? E per fare cosa? Queste domande, accompagnate da una visione genealogica di lungo periodo, sono il miglior antidoto alla visione velenosa di chi vede nella tecnica qualcosa “che ammutolisce e uccide il soggetto oppure che esige solo lodi o merita solo maledizioni”, come se fosse una novità assoluta di fronte alla quale lo sbalordimento o l’orrore sono le uniche opzioni praticabili.

La tecnica, anzi, “è comprensibile e criticabile attraverso apparati categoriali che si sono formati negli ultimi due secoli, opportunamente adattati, grazie ai quali si possono almeno rivolgere interrogativi al nuovo sistema tecnico”.

Galli si avventura anche tra le espressioni più recenti della filosofia della tecnica, sia nelle sue declinazioni più volgari – c’è un paragrafo acuto e piuttosto spassoso sul manifesto tecno-ottimista di Peter Thiel e Marc Andreessen – sia nelle sue ultime propaggini critiche, come il femminismo cyborg di Donna Haraway.

Se il pamphlet di Thiel e Andreessen è semplicemente la trasposizione teorica dell’ideologia della tecnica – è l’innovazione tecnologica l’amor che muove il sole e le altre stelle e tutto ciò che la ostacola è male – nel caso di Haraway il discorso è invece più complesso.

Secondo Galli, Haraway dichiara che non esiste una dimensione esterna alla totalità tecnica, e dunque appartiene a pieno titolo alle filosofie della tecnica criticate fin qui.

Tuttavia, la teoria cyborg si fa perlomeno carico di un elemento critico e polemico: gli incontri tra uomo e natura e tra macchina e società, la trasposizione del mondo intero nello spazio piatto e non gerarchico (e anche non dialettico) dell’informazione, tutto questo è un’opportunità preziosa per distruggere i binarismi che popolano il pensiero occidentale (uomo/macchina, uomo/donna, interno/esterno, esseri umani/animali, tecnica/natura, etc.) e affrancare la tecnica da dominio e oppressione per renderla invece un vettore di emancipazione.

È, in qualche modo, la visione dello xenofemminismo, che era di gran moda fino a qualche anno fa ma non sembra aver lasciato grandi tracce: “se la natura è ingiusta, cambia la natura”.

Pur con le migliori intenzioni, per Galli queste teorie sono insufficienti. La sua critica mi pare attuale, convincente e applicabile anche ai precipitati più recenti della CCRU che ancora sembrano furoreggiare: “il cyborg e l’uso alternativo dell’elettronica finiscono per essere null’altro che «rumore di fondo», assorbito con ben poco disturbo dalla società digitalizzata: risultano parte del problema, non della soluzione”. In altre parole, non è con un uso “alternativo”, “ribelle” della tecnica che si può cambiare la tecnica.

Per farlo bisogna ripartire dalle basi: “è necessario cambiare la politica e l’economia, che della tecnica sono l’anima”. Se vi sembra un discorso vecchio, veteromarxista, io dico vivaddio, dato che tutti i discorsi nuovi e rampanti sul tema – sui quali ammetto di aver trascorso gli anni migliori della mia formazione – mi sembrano essersi dissolti in una inoffensiva nuvoletta di zolfo, tra meme e cataloghi d’arte contemporanea. La montagna oscura e incantata della theory sembra aver partorito un topino sdentato, che non porta la peste ma al massimo un raffreddore.

I criteri proposti da Galli mi sembrano gli unici corretti per esaminare seriamente il caso Pentagono-Anthropic: invece di baloccarci sugli standard etici di una società quotata in borsa, dovremmo forse chiederci perché e a quale fine quelle linee guida sono state elaborate. Un’azienda persegue la massimizzazione dei propri profitti proprio in quanto azienda. Se siamo arrivati a credere che invece cerchi il bene dell’umanità, forse dovremmo riprendere in mano proprio quei concetti critici che snobisticamente ci sono sembrati impolverati e fuori moda.

Alla critica si accompagna la politica, che ha molto a che fare con la tecnica ma non ne è esaurita. Anche la dimensione politica è rivolta all’utile, per esempio all’aumento di potenza nella guerra, di efficacia nell’amministrazione, ma l’utilità non la prosciuga perché è “animata, percorsa, dialettizzata da instabilità, contraddizioni che possono dar vita ad azione critica e di emancipazione attraverso conflitto in vista di fini oltre che mezzi”. Va poi capito come si fa a fare tutto questo, ma prenderne coscienza mi sembra già un buon punto di partenza. Quel che è certo è che, per quanto sembri imbattibile, Talos ha ancora un punto debole, ed è lì che bisogna attaccare.

  • Ma davvero è solo colpa dell’IA se una scuola media iraniana è stata polverizzata dall’esercito americano? Sul Guardian lo storico della tecnologia Kevin T. Baker racconta una storia diversa e più inquietante

  • Un pezzo tanto clamoroso quanto doloroso di Eyal Weizman su quel che è rimasto di Gaza sulla London Review of Books

  • Jürgen Habermas è morto poco più di un mese fa. Questo pezzo di Thomas Meaney sulla New Left Review è tra i migliori che io abbia letto sulla sua eredità, di certo quello con il titolo più intelligente

Read the original on treguanewsletter.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.