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tregua · Sep 15, 2025

otto: Warfare

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tregua · tregua

Ciao, stai per leggere l’ottava puntata di tregua, una newsletter su pace e guerra e tutto ciò che di strano ne risulta scritta da me, Dario Bassani. Puoi leggerla senza problemi anche se hai saltato le prime sette, ma se le vuoi recuperare puoi trovarle qua.

Stavolta scrivo di Warfare, il nuovo film di guerra di Alex Garland e Ray Mendoza prodotto da A24, uscito un mese fa. È una testosteronica sceneggiata guerrafondaia oppure una pensosa meditazione sugli orrori del campo di battaglia? Vediamo.

Poco più di un anno fa passavo molto tempo a farmi spiegare la vita da un ex soldato. Avevo deciso di diventare pelato e iniziare un nuovo sport, il brazilian jiu-jitsu (BJJ), la cui pratica consiste nell’arrivare il più vicino possibile a strangolare il proprio avversario o spezzargli gli arti a mani nude. Se i miei capelli sono tuttora radi, con il BJJ invece non sono durato molto. Conservo però un ricordo preciso della mia dieta mediatica in quei mesi di grossi dolori articolari e ancor più grandi ematomi: trascorrevo le mie serate a guardare video per capire come diventare meno scarso. Uno dei canali YouTube più seguiti sul tema appartiene a Jocko Willink, 180 centimetri di nerboruto cinquantenne reduce della guerra in Iraq, oggi podcaster in proprio e ospite degli show di Joe Rogan e Jordan Peterson, autore di Extreme Ownership. How U.S. Navy SEALs Lead and Win e di altri best-seller motivazionali che promettono di trasferire le competenze di leadership dei corpi speciali dell’esercito americano nella vita lavorativa dei civili. Willink è uno degli esempi più famosi del militarysplaining: internet è pieno di gente sopravvissuta alla guerra che dispensa consigli su tutto, come se i soldati avessero in dotazione un sovrappiù di esperienza, una saggezza pratica più primale e piena che la vita in pace nega al gracile lavoratore d’ufficio. Con addosso un certo senso del ridicolo, guardavo il profilo chiaroscuro di Willink – è tutto girato in bianco e nero con una fotografia caravaggesca – e lo ascoltavo rispondere alle mie domande: come faccio a evitare di farmi male quando provo le tecniche? Quanto tempo ci vuole per diventare cintura blu? In che modo ascoltare nei dettagli lo svolgimento tattico della Battaglia di Ramadi (Iraq, 2006) può insegnarmi a tenere sotto controllo lo stress? La fine dei miei allenamenti ha comportato anche la conclusione del mio rapporto parasociale con lui. In effetti – a parte i tre peli che ci crescono sul capo – abbiamo davvero ben poco in comune, a parte una cosa: entrambi abbiamo visto Warfare, il nuovo film di Alex Garland e Ray Mendoza, e ci ha colpito abbastanza da volerne parlare.

Warfare riproduce poche densissime ore del 19 novembre 2006, tre anni dopo l’invasione statunitense dell’Iraq. Non ci viene offerto neppure un grammo di contesto: un gruppo di soldati americani prende possesso di una casa irachena, la trasforma in una base per coprire le operazioni di un gruppo di marines e confina la famiglia che ci abita in una stanza. Dopo una lunga e snervante attesa, i ribelli lanciano una granata a frammentazione dentro a una camera: esplode e le sue schegge feriscono l’avambraccio del cecchino Elliot Miller, unico medico del gruppo. I compagni decidono di allontanarlo dal campo, ma, al momento della sua estrazione, un IED (cioè un ordigno esplosivo improvvisato) uccide due scout iracheni e distrugge le gambe di Miller e del compagno Joe Hildebrand. Dopo aver subito il fuoco nemico e atteso l’arrivo dei soccorsi, entrambi sopravviveranno: un secondo tentativo di estrazione riporterà loro e i loro compagni a casa.

Warfare ha appassionato Willink e raccolto l’entusiasmo di molti altri veterani, che acclamano come un sol uomo l’incredibile realismo del film: il suono del velcro, il gergo in cui è scritta la sceneggiatura, la noia del campo di battaglia, la confusione, il sangue e il dolore sono stati portati sullo schermo alla perfezione. Ottenere l’approvazione di quel pubblico era l’obiettivo di uno dei due registi, Ray Mendoza, chiamato da Garland come consulente bellico per la sua penultima – e per me deludente – pellicola, Civil War. Mendoza e Willink hanno un trascorso molto simile: entrambi hanno combattuto in Iraq, sono stati insigniti della stella d’argento al valor militare e hanno marciato nelle linee dei Navy SEALs, le truppe d’élite statunitensi sottoposte a un leggendario, sovraumano processo di selezione e addestramento. Soprattutto, Mendoza è vicinissimo alla storia del film, perché lui c’era. Warfare racconta le vere disavventure del suo team: stando ai registi e ai sopravvissuti, non c’è un solo fotogramma che non sia basato sui ricordi dei testimoni. Willink ha intervistato i due feriti, cioè Miller – a cui il film è dedicato, perché non ha nessun ricordo di quel giorno – e Hildebrand. È soprattutto quest’ultimo a parlare, perché Miller, oltre alle gambe, ha perso anche l’uso delle corde vocali e può esprimersi solo attraverso un computer. Mendoza occupa quindi una doppia posizione sul set: è sia dietro sia davanti alla macchina da presa, interpretato da uno degli attori, D'Pharaoh Woon-A-Tai, ed è due volte garante dell’ambizione più grande del film: far vedere davvero che cos’è la guerra nel XXI secolo.

Warfare, in altre parole, è una rievocazione storica. Ma se la ricostruzione è rigorosa e impressionante da un punto di vista estetico e narrativo – ho una soglia d’attenzione piuttosto bassa e mi ha tenuto in punta di poltroncina per tutti e 93 i minuti –, è proprio il passato invece a risultare monco. Il giornalista premio Pulitzer Thomas Ricks definisce la decisione del presidente americano Bush di invadere l’Iraq come una delle azioni più immorali e inutili nella storia della politica estera americana1. Dopo gli attentati sul suolo americano dell’11 settembre 2001, i falchi del Pentagono spinsero per vendicarsi contro tre obiettivi: i talebani in Afghanistan, Al-Qaeda e l’Iraq di Saddam Hussein – che non c’entrava nulla con gli attacchi e che, dagli anni Novanta, dopo la Guerra del golfo, era sottoposto al contenimento statunitense. Pochi mesi dopo lo schianto delle Torri Gemelle, il «New York Times» pubblicò uno scoop di un altro premio Pulitzer, Judith Miller, che sosteneva di aver intervistato un disertore iracheno, un ingegnere civile di nome Adnan Ihsan Saeed al-Haideri, testimone oculare di almeno 20 siti dedicati alla produzione di armi biologiche, chimiche e nucleari. Nello Stato dell’Unione del 29 gennaio 2002, Bush disse di essere in possesso delle loro piantine. Fino a oggi nessuno è mai riuscito a verificare la posizione o l’esistenza di queste fabbriche. Oltre 4.000 morti e 31.000 feriti tra i soldati americani e circa 200.000 civili e 100.000 combattenti iracheni hanno sofferto o perso la vita sulla base di premesse false.

Questa futilità traspare solo in parte in Warfare. Vediamo giovani uomini affratellati in una terra straniera e ostile di cui non sanno quasi nulla, impegnati più a salvare la propria pelle che a esportare la libertà e la democrazia. La guerra in Warfare è orribile, ma c’è qualcosa di nobile, spavaldo e sovraumano nell’esserle sopravvissuti. Il film si chiude con una foto di gruppo alla fine di una visita al set di alcuni testimoni, tra cui Miller, che, in sedia a rotelle, sfoggia un dito medio insieme a cast, troupe e ai suoi commilitoni. Non è chiaro chi vogliono sfanculare: l’idea platonica della guerra che dà il nome al lungometraggio? L’amministrazione Bush che li ha spediti a morire lontani da casa? I ribelli iracheni, che Willink non perde l’occasione di descrivere come barbari capaci delle peggiori nefandezze, odiati anche dalla popolazione irachena che invece – dice – accoglieva i soldati americani come liberatori? Forse quest’ultima opzione ha convinto anche Miller, il sopravvissuto: Willink legge una sua lettera in cui dichiara di essere contento che quel trauma sia toccato a lui e non agli altri, perché solo lui aveva la forza di affrontare tutto quello che ne è seguito, tra cui “l’ansia da separazione dai suoi compagni d’arme, che hanno continuato a combattere il nemico e che continuano a farlo ancora oggi”. Non tutti i veterani dell'Iraq condividono la sostanza di questo martiriologio. Dalle loro file si sono levate molte voci critiche nei confronti del complesso militare-industriale e della politica estera statunitensi: è una tendenza inaugurata dalla guerra in Vietnam (a tal proposito, ti consiglio di leggere fino in fondo, c’è uno dei miei video preferiti di sempre).

Il trauma collettivo di chi combatte per lavoro è l’architrave di Warfare e del suo realismo: lo scopo del film è cogliere il momento in cui il soggetto si slabbra, in cui l’armatura costruita dall’addestramento non basta più a proteggere chi la indossa. È un paradosso efficace: la memoria di guerra è una memoria bucata, quindi un racconto individuale sarebbe stato impossibile. I testimoni hanno partecipato insieme alla stesura della sceneggiatura perché nessuno poteva vantare un ricordo chiaro e distinto dell’evento. Mendoza dice che dopo l’esplosione è come calato un filtro su tutta la sua esperienza, e che il film è diventato un modo per rendere meno appannato il mondo, e anche Hildebrand insiste sul carattere curativo della pellicola. Forse il film è da interpretare anche come uno psicodramma collettivo con un altissimo valore d’intrattenimento. Però a questa storia manca un’altra collettività: l’intreccio è bucato dall’assenza delle vittime irachene. Mendoza dice che il suo è un film che cerca di avvicinarsi al “che cosa” e non al “perché” di quell’evento. Per un’elaborazione piena di quanto è successo in Iraq più di vent’anni dopo, sarebbe ora di prendere il toro anche per il secondo corno.

  • Nella top 3 dei miei video preferiti di sempre, il veterano del Vietnam Joe Bangert canta “The Ballad of Ho Chi Minh” con un cagnino

  • Il Department of War (dal 5 settembre), già Department of Defense (prima del 5 settembre 2025), già Department of War (dal 1789 al 1947) ha pubblicato un trailer su Instagram?

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Thomas E. Ricks, Fiasco. The American Military Adventure in Iraq, Penguin 2006.

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