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tregua · Nov 15, 2025

la guerra è dio

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Dario Bassani · tregua

Ciao, stai per leggere la decima puntata di tregua, una newsletter su pace e guerra e tutto ciò che di strano ne risulta scritta da me, Dario Bassani. Puoi leggerla senza problemi anche se hai saltato le prime nove, ma se le vuoi recuperare puoi trovarle qua.

Se poi ti vuoi anche iscrivere è bello:

Stavolta scrivo di un romanzo di Cormac McCarthy che parla di guerra, indiani e cowboy, e che mi ha scosso dal lungo scrolling dogmatico attraverso il lungo scrolling dogmatico.

Due cifre spiegano perché ho deciso di scrivere di Meridiano di sangue nonostante l’imbarazzo che mi attanaglia quando mi avvicino alla Grande Letteratura. Mentre ne parlo mi sembra di prendere in giro me e le altre persone, quasi mi scappa da ridere di fronte ai discorsi che seguono tutte quelle maiuscole solenni. Da anni ormai di fronte a un Importante Romanzo del Canone devo compiere sforzi sovrumani per risospingere la mia attenzione su per il piano inclinato che in assenza di una forza contraria farebbe rotolare i miei occhi fino allo schermo dello smartphone. La vergogna in questo caso è meno insopportabile perché l’ho letto proprio grazie al telefonino con cui navigo il web. L’eterogenesi dei fini mi ha portato dal doomscrolling al doomreading.

Un paio di numeri, dicevo: fino a Cavalli selvaggi, pubblicato in America nel 1992, nessun romanzo di Cormac McCarthy aveva venduto più di 5.000 copie.1 The Greatest, Terrible Book Ever Made – un video del canale YouTube Wendigoon che per 5 ore racconta la trama di Meridiano di sangue – al momento, novembre 2025, invece sfiora 10 milioni di visualizzazioni. Nei quarant’anni che separano la prima copia stampata dalla traduzione del libro in tante inquietanti thumb rossastre sono successe molte cose: McCarthy era stato canonizzato in vita dalla critica letteraria – in particolare Harold Bloom, l’autore di Il canone occidentale, aveva definito Meridiano di sangue come il romanzo americano più importante del dopoguerra –, la Trilogia della frontiera aveva trionfato in libreria, i fratelli Coen avevano portato al cinema Non è un paese per vecchi, altra apoteosi. È una lunga e impressionante lista di successi che però non mi sembra esaurire le ragioni per cui il libro è oggetto di così tanti esercizi di ammirazione online.

Secondo quel che dice in Blood Meridian and the reddit-ification of literature un altro youtuber, cioè Man Carrying Thing, il video di Wendigoon ha avvicinato un grosso numero di nuovi lettori. Sembra confermarlo un giro superficiale su Reddit nella sezione dedicata a McCarthy (il subreddit r/cormacmccarthy), in cui molti utenti dicono che hanno deciso di prenderlo in mano grazie al video di cui sopra.

È successo così anche per me. Ho iniziato a vedere il video, incuriosito dal contrasto tra altissime visualizzazioni e lunghezza estrema, ma l’ho abbandonato appena il faccione sullo schermo mi ha invitato a non proseguire se avevo intenzione di leggere il romanzo, che ho preso dalla libreria e divorato in una manciata di giorni.

Non voglio fare una recensione del libro, né oso provare a decifrare il senso del testo o interpretare la tetra filosofia della guerra che uno dei suoi personaggi più importanti propone. Invece vorrei capire perché una storia tanto violenta e cupa da circolare con titoli acchiappaclick sensazionalistici che la fanno sembrare un creepypasta (di nuovo, The Greatest, Terrible Book Ever Made, oppure The Most Terrifying Book Ever Written, o ancora The Book You’re Not Supposed to Read) sia diventata un oggetto di culto per un pezzo molto ampio di internet.

Per provare a rispondere a questa domanda devo fare un giro lungo come il Mississipi che si snoda tra il testo, le sue letture critiche e le sue condizioni di contorno, però giuro che alla fine ci arrivo.

Escluderei dal novero delle ragioni della sua fortuna la trama, che non è travolgente. Eccola, senza grandi spoiler: a metà Ottocento, un ragazzo senza nome di quattordici anni – che “non sa leggere né scrivere, e già gli cova dentro un gusto per la violenza insensata” – viaggia dal Tennessee fino al sud degli Stati Uniti. Da New Orleans si inoltra nella frontiera, nel West, in compagnia di cacciatori di scalpi dediti all’uccisione degli indiani d’America in cambio di denaro.

In quegli anni gli Stati Uniti aggiungono enormi pezzi di terra alla propria mappa e somministrano morte a livelli sconcertanti proprio dove avanza il ragazzo. Oltre alle cosiddette Guerre indiane, in cui le popolazioni indigene vengono massacrate e scacciate a ovest a suon di polvere da sparo, l’Ottocento è il laboratorio di un altro sterminio fuori scala. Se all’inizio del secolo in quei paesaggi pascolavano tra i 20 e i 40 milioni di bisonti, nei primi anni del Novecento erano già stati tutti fucilati e ne restavano solo le carcasse candeggiate dal sole. Lo storico dell’ambiente William Cronon descrive la ferrovia americana come “un coltello piantato nel cuore del paese dei bisonti”. Mentre sfrecciavano sulle rotaie, i viaggiatori e le loro armi facevano capolino dai vagoni e aprivano il fuoco su tutti gli esseri viventi che potevano colpire.2

Per la gran parte del romanzo il ragazzo viaggia in compagnia della Glanton Gang, una compagnia paramilitare esistita davvero capitanata da John Joel Glanton, colono americano, ranger del Texas, soldato nella guerra tra Messico e Stati Uniti. McCarthy estrae dagli archivi anche un altro personaggio, ma a differenza di Glanton lo trasfigura tanto da renderlo uno degli antagonisti più memorabili della storia della letteratura americana, oggi motore immobile di meme, lore, edit e altre parole che nell’Ottocento volevano dire altre cose, se circolavano.

Il giudice Holden è menzionato nelle memorie di Samuel Chamberlain, un furfante diventato soldato durante l’invasione americana del Messico, membro della Glanton Gang.3 Chamberlain descrive il giudice, secondo in comando della Gang, come un uomo altissimo, inespressivo, senza barba, desideroso di donne e sangue. Prima di lasciare Fronteras, la Gang aveva trovato il cadavere violentato di una bambina messicana di dieci anni con il collo marchiato dall’impronta di una mano enorme che poteva aver lasciato solo il giudice. Holden è descritto come abile suonatore e coltissimo pedofilo, capace di parlare innumerevoli lingue, esperto di scienze naturali. McCarthy lo tramuta in una creatura demoniaca, la cui violenza e perversione spiccano persino in un romanzo apocalittico in cui nessun personaggio può dirsi innocente. Harold Bloom fa risalire la genealogia del giudice al capitano Ahab di Moby Dick, o addirittura alla balena stessa, enigmatica, bianca e distruttiva come lui.4 Nel suo corso sul romanzo americano a Yale, Amy Hungerford traccia un parallelo tra il Satana di Paradiso perduto di John Milton e il giudice: entrambi sono uomini di scienza che mettono il proprio sapere al servizio dell’arte della guerra per mezzo della polvere da sparo.5 A muoverlo sono una filosofia militare e una teologia bellica, come argomenta in uno dei sermoni più citati e memati di tutto Meridiano di sangue:

Gli uomini sono nati per giocare. Nient’altro. Tutti i bambini sanno che il gioco è più nobile del lavoro. Sanno anche che il valore o merito di un gioco non sta nel gioco stesso, ma piuttosto nel valore di ciò che è messo in gioco. I giochi d’azzardo richiedono una posta per avere senso. I giochi sportivi coinvolgono l’abilità e la forza dei contendenti, e l’umiliazione della sconfitta e l’orgoglio della vittoria sono di per sé una posta sufficiente poiché pertengono al valore degli antagonisti e li definiscono. Ma, sia questione d’azzardo o di valore, tutti i giochi aspirano alla condizione di guerra, perché in essa la posta inghiotte gioco, giocatore, tutto quanto. […] Tale è la natura della guerra, in cui la posta in gioco è a un tempo il gioco stesso e l’autorità e la giustificazione. Vista in questi termini, la guerra è la forma più attendibile di divinazione. È la verifica della propria volontà e della volontà di un altro, all’interno di quella più ampia volontà che è costretta a compiere una selezione proprio perché li lega insieme. La guerra è il gioco per eccellenza perché la guerra è in ultima analisi un’effrazione dell’unità dell’esistenza. La guerra è dio.6

È un passo che viene subito contraddetto (“Voi siete pazzo, Holden” dice Brown, un personaggio che non è proprio uno stinco di santo, dato che il suo tratto distintivo è la collana di orecchie umane che porta attorno al collo: da che pulpito, verrebbe da dirgli). Questo non ha impedito ad alcuni giovani uomini a cui gioverebbe passare del tempo all’aria aperta a toccare l’erba di farne la loro intera personalità su internet. In Italia è una tendenza ben rappresentata da questo articolo del Blocco Studentesco, emanazione di Casa Pound presso le scuole: “Meridiano di sangue è soprattutto un romanzo di guerra, anzi un’iniziazione alla guerra, che è come dire all’essere autenticamente uomini”. Uomini che seguiranno l’esempio di un enorme albino pelato infanticida e violentatore pur di non andare in terapia.

Quindi è per questa brutale ma sincera iniziazione ai mali del mondo che va forte online? No. Non voglio dire che Meridiano di sangue sia un romanzo di destra. Solo con grande fantasia si potrebbe fare della sua estetica epica, biblica della violenza una giustificazione per la violenza atroce con cui gli Stati Uniti hanno costruito la propria espansione imperiale. Secondo il filosofo Steven Shaviro, Meridiano di sangue rievoca il traumatico rito di fondazione degli Stati Uniti e ne mostra l’inutilità, lo sperpero, il vuoto di senso che nessuna accumulazione economica o territoriale può giustificare, e svela le fondamenta da incubo su cui si regge il sogno americano.7 Addirittura il professore di letteratura inglese Steven Frye suggerisce che McCarthy abbia inconsciamente elaborato le cronache delle atrocità commesse dall’esercito statunitense in Vietnam, contemporanee alla stesura del romanzo.8

D’altra parte però si tratta di un testo che dice chiaro e tondo di voler combattere una guerra di trincea contro tutti i tentativi ermeneutici, un atteggiamento ben riflesso in una descrizione del giudice: “di qualunque natura fossero i suoi antenati, lui era qualcosa di totalmente diverso dalla loro somma, né c’era modo di dividerlo così da ridurlo ai suoi elementi originari, perché non lo permetteva..”. È una riluttanza fata propria pure dall’autore: McCarthy aveva rifiutato cocciuto interventi pagati in università prestigiose anche quando era poverissimo perché sosteneva che tutto ciò che aveva da dire si trovava nelle pagine dei suoi romanzi. Non sopportava di discutere il proprio metodo di scrittura, tanto che odiava rilasciare interviste. Era più a suo agio a parlare di storia della scienza, biologia, fisica ed evoluzione del linguaggio al Santa Fe Institute, avveniristico centro di ricerca texano sulle scienze della complessità in cui McCarthy era l’unico scrittore ammesso e dove aveva fatto amicizia con il premio Nobel per la fisica Murray Gell-Mann, lo scopritore dei quark.

Credo che il successo di McCarthy potrebbe avere a che fare con una ragione più semplice. In una delle pochissime video interviste che aveva rilasciato, proprio al Santa Fe Institute, McCarthy colpisce per una ragione ben messa a fuoco da questo commento su YouTube:

In quella conversazione, uno scrittore di eccezionale talento e sopraffina cultura si presenta davvero come un tizio normalissimo, non uno che a vent’anni aveva deciso di lasciare la comodità delle aule universitarie per trascorrere due dei quattro anni del suo servizio militare nella desolazione di una caserma in Alaska, probabilmente a leggere Faulkner e Melville. Mi pare che questo passaggio della sua intervista del 1992 al New York Times illustri bene la sostanza di questa strana normalità:

Credo che l’idea che la specie umana possa essere migliorata in qualche modo, che tutti potrebbero vivere in armonia, sia davvero pericolosa. Quelli afflitti da questa convinzione sono i primi a rinunciare alle proprie anime, alla propria libertà. Il tuo desiderio che sia così ti renderà schiavo e svuoterà la tua vita.9

Dicevo prima che Meridiano di sangue non è un romanzo di destra, ma certamente non è neppure un romanzo progressista: non c’è nessuna possibilità di raddrizzare il legno storto dell’umanità, perché ogni relazione, anche i rari gesti di cura, si affaccia su un baratro di assurda violenza, mentre sullo sfondo si staglia una guerra cosmica che prima del tempo attendeva l’uomo, il suo professionista per eccellenza, null’altro che “argilla antica” se i massacri non lo nobilitassero.

A costo di rendermi ridicolo con la messa a terra storica di una materia che gli resiste in ogni modo e vorrebbe galleggiare più in alto dell’atmosfera respirabile, credo che questo pessimismo cosmico unito a una ricerca della libertà a tutti i costi dia forma a una solitudine che somiglia a quella di tanti dei lettori che grazie all’algoritmo, di fronte a uno schermo, negli ultimi anni si sono imbattuti in Meridiano di sangue. McCarthy lo ha scritto negli anni in cui gli americani hanno cominciato a giocare a bowling da soli, come scriveva il sociologo Robert Putnam nel suo bestseller Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community.10 Tra gli anni Ottanta e Novanta, il tessuto sociale degli Stati Uniti si sfibra: crollano le associazioni volontarie come club e chiese, e le famiglie si rifugiano nelle proprie villette a schiera suburbane, i bunker dalle cui feritoie televisive passa la fine della storia. Anche in Italia ne sappiamo qualcosa: il riflusso nel privato è la nostra traduzione di questo fenomeno.

L’isolamento che McCarthy ha scelto e cercato per tutta la vita oggi non sembra più una scelta eccentrica, ma una condizione, appunto, normale. Nel 2021, il Survey Center on American Life ha pubblicato uno studio che ha registrato una “recessione dell’amicizia”.11 Il 12% degli intervistati ha dichiarato di non avere amici stretti (nel 1990 era il 3%) e il 50% aveva perso i contatti con i propri affetti durante la pandemia. Anche in Meridiano di sangue qualsiasi contatto con gli altri espone a un pericolo mortale, ma è un rischio che lega, che genera rapporti. Il giudice dice:

Quella sensazione al livello del petto, che evoca un ricordo infantile di solitudine, come quando gli altri se ne sono andati ed è rimasto soltanto il gioco con il suo solitario partecipante. Un gioco solitario, senza avversari. In cui solo le regole sono casuali. Non distogliere lo sguardo. Non stiamo parlando di misteri. Tu non sei più estraneo di qualunque altro uomo a quella sensazione, il vuoto e la disperazione. È contro questa che prendiamo le armi, non è vero? Non è il sangue l’elemento temprante nella malta che ci lega?

  • Quando Adolf Hitler era bambino gli piacevano moltissimo i romanzi western. Il suo autore preferito era Karl Friedrich May, un avventuriero che ha venduto milioni di copie in Germania e che amava travestirsi come i suoi personaggi, Old Shatterhand (un bravissimo pistolero nel West) e Kara Ben Nemsi (lo stesso personaggio, ma in Oriente). A onor del vero piaceva molto anche ad Albert Einstein

  • Una mappa dei viaggi del ragazzo in Meridiano di sangue

  • Un bozzetto di canna di fucile disegnato da McCarthy (per costruirne una? per scriverne con più coscienza? per suo diletto? boh). Lo Smithsonian Magazine ha fatto delle foto notevoli ad altri suoi cimeli

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Sunil Amrith, La Terra in fiamme. Una storia lunga 500 anni (2024), Laterza, Roma 2025.

6

Cormac McCarthy, Meridiano di sangue, o Rosso di sera nel West (1985), traduzione di Raul Montanari, Einaudi, Torino 2014. In una nota a margine nelle bozze del manoscritto, McCarthy cita il frammento 53 di Eraclito, “La guerra è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi”, e poi scrive, come nota a se stesso: “Lascia che il giudice lo citi in parte senza citare la fonte”.

7

Steven Shaviro, “The Very Life of the Darkness”: A Reading of Blood Meridian, in Cormac McCarthy, a cura di Harold Bloom, Bloom’s modern critical views, New York 2009.

8

Steven Frye, Blood Meridian and the poetics of violence, in The Cambridge Companion to Cormac McCarthy, a cura di Steven Frye, Cambridge University Press, New York 2013.

11

Lo cita Anton Jäger in Iperpolitica, NERO, Roma 2024.

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