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The Networx · Jul 22, 2026

Quando la pubblicità si prende il campo

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The Vortex · The Networx

Nelle ultime settimane lo Sport ci ha mostrato cosa succede quando la pubblicità smette di accompagnare un evento e inizia a occuparlo per intero.

Ai mondiali, il trofeo è arrivato sul palco della finale dentro un baule Louis Vuitton (scelta di dubbio gusto). Ogni partita è stata spezzata da due pause obbligatorie da tre minuti ufficialmente per l’idratazione dei giocatori, di fatto finestre pubblicitarie da 7-9 milioni di dollari a spot, per un giro d’affari complessivo stimato attorno al miliardo di dollari. L’intervallo della finale è durato il doppio del regolamentare. Alla premiazione, Trump ha provato a restare nella foto ufficiale della Spagna campione, finché il capitano Rodri non lo ha allontanato. E in parallelo, nel tennis, Jannik Sinner da tempo porta in campo un borsone Gucci che non contiene una racchetta, mentre il suo nome è oggi associato a dieci sponsor diversi durante la stessa partita: un caso da manuale di come la moltiplicazione dei loghi diluisca, invece che rafforzare, il ricordo associato a ciascun brand. Il tutto quando imperversa la polemica se far scrivere o meno un post da con l’ausilio dell’AI!

Il punto non è se la pubblicità debba esserci: senza sponsor e diritti tv i grandi eventi come li conosciamo non esisterebbero. Il punto è la dose e la qualità. Lo stesso meccanismo che rende illeggibile un sito da mobile, tra banner e popup che si sovrappongono al contenuto, ha reso la premiazione più attesa del calcio mondiale un caso mediatico per i motivi sbagliati: l’obiettivo della comunicazione, restare impressi, è fallito anche se ogni target commerciale è stato centrato.

Ed è il campo stesso, alla fine, a scrivere la lezione migliore: poche ore dopo la cerimonia con il baule Louis Vuitton, Marc Cucurella è uscito dallo stadio con la Coppa del Mondo infilata in un sacchetto di plastica bianco, diventando il momento più virale del delle ultime ore, senza che nessun ufficio marketing lo avesse pianificato.

The Vortex ripete da anni in aula il concetto di esserci in modo efficace, visibile e misurabile. Un brand che appare tre volte nel punto giusto lavora meglio di un brand che appare trenta volte nel punto sbagliato. Vale per un banner mobile, vale per uno spot da nove milioni di dollari in un cooling break, vale per un testimonial con dieci loghi addosso. A volte, per restare impressi, basta un sacchetto della spesa.

Le aziende che guidano la corsa all’intelligenza artificiale non stanno investendo soltanto in nuovi modelli e data center. Stanno spendendo milioni di dollari per proteggere dirigenti e dipendenti.

Negli Stati Uniti, OpenAI e Anthropic hanno rafforzato le misure di sicurezza dopo intrusioni, minacce e persino un tentativo di attacco incendiario contro l’abitazione di Sam Altman. Tra la fine di febbraio e maggio, le minacce online rivolte ai manager e alle infrastrutture del settore sarebbero aumentate di sette volte.

La violenza non può essere giustificata. Ma il clima che la alimenta dovrebbe interrogare le stesse aziende tecnologiche. Per anni l’AI è stata raccontata come una corsa inevitabile, capace di sostituire lavori e trasformare interi settori, mentre alle persone veniva chiesto soprattutto di adattarsi. Innovare, invece, non significa soltanto accelerare: significa anche spiegare, assumersi responsabilità e dimostrare che i benefici del cambiamento non saranno riservati a pochi.

Durante l’ultima puntata del Vorcast, il videopodcast di The Vortex, abbiamo affrontato uno dei temi più delicati dell’adozione dell’intelligenza artificiale: il rapporto di fiducia con i chatbot. Quanto possiamo affidarci alle loro risposte? Quali informazioni è opportuno condividere? E come conciliare produttività, tutela dei dati e conformità alle normative?

Abbiamo partecipato a un evento organizzato da Humanitas Research Hospital con un intervento dedicato al tema della governance dell’Intelligenza Artificiale. In un momento in cui l’AI entra sempre più nei processi di lavoro, il rispetto delle regole non può essere considerato un adempimento formale, ma un elemento fondamentale per costruire fiducia e creare valore.

Durante l’incontro abbiamo approfondito i principali obblighi introdotti dall’AI Act, analizzando cosa cambia concretamente per le organizzazioni e quali buone pratiche adottare per utilizzare l’intelligenza artificiale in modo conforme, sicuro e responsabile. Un’occasione di confronto con professionisti e manager su un tema che accompagnerà sempre più le strategie di innovazione delle imprese.

L’AI continua a migliorare anche in matematica

I nuovi modelli di intelligenza artificiale stanno compiendo progressi significativi nella risoluzione di problemi matematici complessi, un ambito considerato uno dei migliori indicatori delle capacità di ragionamento. Un’evoluzione che potrebbe avere ricadute importanti anche nella ricerca scientifica.

Quanto contano davvero le newsletter?

Un’analisi mette a confronto il numero di iscritti alle principali newsletter italiane, offrendo uno spaccato dell’economia dell’attenzione e del peso crescente dei canali proprietari. Un dato utile per chi investe in contenuti, community e relazioni dirette con il proprio pubblico.

La Cina valuta nuovi limiti all’export dei modelli AI

Pechino sta considerando controlli più severi sull’esportazione dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Un segnale di come l’AI sia ormai considerata un asset strategico, al pari di semiconduttori e tecnologie critiche, con implicazioni sempre più geopolitiche.

E se potessi dimostrare che un contenuto è autentico?

Brave Origin permette di certificare l’origine di immagini e altri contenuti digitali, rendendo più semplice verificarne provenienza e integrità. Uno strumento utile per creator, aziende e professionisti che vogliono aumentare trasparenza e fiducia nell’era dell’AI generativa.

Read the original on thevortexit.substack.com

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