Seconda e ultima puntata
- Signore?
Sussultai e aprii gli occhi. Era una ragazza poco più che ventenne, bellissima.
- Mi dispiace che devo svegliarti - disse.
Era un’inserviente del resort. In un italiano stentato, mi spiegò che il party era finito, stavano rassettando e ora dovevano iniziare a pulire anche lì in spiaggia.
- Che ore sono? - le domandai in greco.
- Quasi le cinque - mi rispose in greco pure lei, sorpresa. - Pensavo che fosse italiano...
- Lo sono - dissi. - Ma ho vissuto parecchi anni ad Atene.
Si sorprese di nuovo: era ateniese. La madre era originaria dell’isola e d’estate lei ci tornava per pagarsi gli studi universitari, lavorando in quel resort.
- Sofia, ma che stai facendo? - l’apostrofò da lontano un’inserviente più anziana.
- Devo andare - mi disse.
- Quando stacchi? - le domandai.
- Fra un’ora.
- Hai voglia di bere un caffè, dopo?
Mi sorrise.
- D’accordo.
Parlare con un’inserviente, pensai, mi avrebbe permesso di conoscere meglio quella realtà, da un altro punto di vista, forse meno fasullo.
Alle sei Sofia tornò da me coi caffè.
- Grazie - le dissi.
Le spiegai perché mi trovavo nel resort.
- In effetti non avevi l’aria del tipico turista che alloggia qui - mi disse.
Le raccontai del mio passato con gli anarchici ateniesi.
- Strana parabola, dall’anarchia alla rivista d’alta moda.
Annuii. Aveva ragione.
- Quanto ti pagano, qui? - le domandai.
- Settecento euro al mese - disse.
- È molto poco, per un resort di lusso...
- Il lusso non c’entra. Pagano come gli altri, se non meno. Vengo qui solo perché la differenza la fanno le mance dei clienti. Ma ultimamente anche quelle sono calate... Forse perché mi rifiuto di fare certe cose...
La guardai negli occhi e il concetto mi fu molto chiaro.
- Venire qui però mi serve, altrimenti niente studi. Fino a una decina d’anni fa i miei stavano abbastanza bene, ad Atene. Poi è arrivata la crisi, e poi i diktat della troika e i tagli alla spesa pubblica. Mia madre ha perso il posto, mio padre invece l’ha mantenuto, ma lavora il doppio e prende la metà di prima.
Annuii. Conoscevo bene quella dinamica. All’epoca, quando ancora il mio mestiere aveva un senso, avevo fotografato le proteste di piazza ad Atene.
- Qui lavoro dieci ore al giorno - andò avanti Sofia. - Nei periodi di maggiore afflusso anche dodici o tredici, e spesso sono ore notturne. E nessun giorno di riposo, fino a fine stagione.
- Schiavismo… - dissi.
- Sì. Ma la cosa peggiore è subire la spocchia del padrone e dei suoi ospiti. Gente come lui, abituata a sfruttare e comandare. Gente vuota, soprattutto.
- Già - dissi. - Me ne sono fatto un’idea...
- Ma più di tanto non mi lamento, perché c’è chi sta peggio, molto peggio. Basta spostarsi a un chilometro da qui per vederlo...
- Che vuoi dire?
Mi lanciò una lunga occhiata.
- Hai voglia di venire a fare due passi? - mi chiese.
Camminammo sulla spiaggia del resort e arrivammo alla recinzione. La superammo, risalimmo un poco verso l’interno e ci ritrovammo ben presto nel mezzo della macchia mediterranea. Sofia mi guidò lungo un sentiero stretto e tortuoso che, dopo qualche centinaio di metri, sbucava in una radura.
Quel che vidi mi lasciò di sasso.
Sotto i miei occhi, decine e decine di tende formavano un accampamento sghembo e di fortuna.
- Chi sono? - domandai.
- Profughi - mi disse. - Quando sbarcano, li portano qui. E ce li lasciano per mesi, senza luce né fogne né acqua corrente.
- Chi?
- Il governo. Senza fare troppa pubblicità, ovviamente. Ferrai e i proprietari degli altri resort non vogliono far sapere che a un tiro di schioppo dalle loro suite e dalle loro piscine c’è gente che dorme in tenda e deve lavarsi in mare...
Mi passai una mano sulla fronte sudata. Il sole era spuntato da poco ma faceva già un caldo infernale.
Fu a quel punto che ci accorgemmo della colonna di fumo. Si levava dal bosco al centro dell’isola, a qualche decina di chilometri da lì.
- Un incendio - disse Sofia, preoccupata. - Quest’anno non ce n’erano ancora stati. Con questo caldo, potrebbe finire male...
Lasciai l’isola otto giorni dopo, ancora avvolta dalle fiamme, che non smettevano di divampare e rigenerarsi.
Non avevo fatto alcun reportage sui resort di lusso. Anche perché il fuoco aveva ridotto a un ammasso di cenere sia quello di Marco Ferrai che gli altri due.
Invece avevo fotografato prima lo squallore del campo profughi e poi la devastazione degli incendi.
La rivista d’alta moda rifiutò quelle foto, e fu la mia fortuna. Trovai altri interessati, e oggi, grazie a quegli scatti, sono tornato a dare un senso al lavoro che faccio.
Ogni tanto torno ad Atene e, oltre ai vecchi amici anarchici, incontro Sofia. Si è laureata, ma non trova lavoro. Sta pensando di emigrare.
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