Un giorno, anni fa, ho litigato con Giorgio Albertazzi mentre mangiavamo un gelato alla Cremeria di via Dante a Milano e io lo stavo intervistando. Ero a una delle mie prime esperienze giornalistiche, molto giovane, avevo una mia rubrica teatrale su un settimanale femminile che si chiamava Alba. Mentre mi parlava del suo modo di vedere la vita, il grande attore- allora poco più che cinquantenne (rabbrividisco rendendomi conto di come allora mi sembrasse vecchissimo!)- mi disse che la miglior forma di educazione di un bambino è quella di crescere non con la sua mamma e il suo papà ma di essere allevato insieme agli altri bambini da una comunità intera. Non so perché allora me la presi così tanto e non so in nome di quale diritto antigiornalistico trasformai una intervista in una discussione. E non so perché io, sempre aperta alle visioni altrui, me la fossi presa così tanto. Giorgio Albertazzi comunque era divertito da questa mia presa di posizione e, quando una ventina di anni dopo ci rivedemmo, ancora se lo ricordava.
Ma perché io allora mi sono sentita così “scandalizzata” da quella sua visione di vita, quando poi nel tempo più volte mi sono resa conto di quanta verità ci potesse essere in quelle parole.? L’ho pensato quando ho realizzato che tutti i genitori sono impreparati a questo ruolo e che una sana comunità di menti e cuori in armonia tra loro, portando attraverso le singole sfumature una visione più completa dell’esistenza, potrebbe far crescere un bimbo con una visione più a trecentosessanta gradi della vita. Ora so che il movimento interrotto, la separazione anche solo temporanea dalla madre provoca danni nel bambino, so che se abbiamo scelto quei genitori sono quelli giusti per noi, so che per crescere bene dobbiamo “prendere” nostra madre e nostro padre così come sono, onorando il loro e il nostro sacro destino eccetera eccetera. Ora lo so, cinquanta anni dopo.
Ma allora, mi chiedo, quando la mia sofferenza primaria era quella di essere figlia unica, quando invidiavo le madri degli altri, quando mi sentivo sola anelando a vite di comunità, perché mai io abbia bocciato con così tanta tenacia e poca professionalità la visione di una persone che stavo intervistando. Chissà, forse mi sentivo in dovere, visto che stavo scrivendo per un giornale cattolico, di difendere a tutti i costi l’istituzione della famiglia. Quell’intervista, infatti, scandalizzò la allora direttrice Angela Sorgato e quel pezzo credo non sia stato nemmeno pubblicato. Eppure era bellissimo, perché il grande nome dello spettacolo si stava mettendo a nudo, non fornendo inutili gossip ma aprendo la sua mente e il suo cuore a una giovanissima alle sue prime armi.
Ma perché io avevo preso le parti del giornale e non del personaggio che stavo intervistando e di fronte al quale avrei dovuto essere neutra? Parliamo di cinquanta anni fa, non di oggi: allora non era diffusa la polemica da social vari. e io non stavo giocando a fare la Lucarelli. E poi non sarebbe stato nel mio carattere, non lo è mai stato. Anzi, ricordo che Albertazzi, quando ci salutammo, mi invitò ad andarlo a trovare dalla Proclemer, quando fosse tornato a Milano.
Probabilmente proiettavo sul personaggio la mia parte da “brava bambina” e non volevo che il mondo vedesse in lui quello che avrei voluto tanto fare io? Vivere in una comunità era allora il mio sogno e invidiavo tanto chi andava in collegio. Non per fuggire da genitori incapaci-lo erano come lo sono tutti i genitori- ma per il bisogno che avevo di sorelle e fratelli. E che ancora oggi ho.
Lo stesso feci con Carmelo Bene, quando ebbe con me un pesantissimo approccio alla Me Too in ascensore, mentre stavamo salendo al primo piano del Teatro Manzoni a Milano, mi pare, o non so più dove, anche lì per una intervista. Sempre in quegli anni, ne avevo ventidue. Quel suo atteggiamento molto aperto- bloccò l’ascensore a metà corsa, mi saltò addosso e io mi sottrassi goffamente ma riuscii a farla riprendere a salire-continuò in altro modo quando scesi al primo piano. Iniziò a comportarsi in modo violento non contro di me ma, fisicamente e verbalmente, contro chi incontrava- licenziò a voce alta un macchinista, prese per il collo una collega, sbatté la sua stessa testa contro al muro, tutto questo perché lo avevo rifiutato ed ero lì per lui. Per restare, insomma, nel suo personaggio : erano gli anni in cui aveva fatto pipì dal palcoscenico sul critico teatrale di Repubblica in prima fila, perché in una sua recensione non era stato benevolo con lui.
Ma io, ricordo, smisi di seguirlo (stavamo andando da qualche parte per l’intervista o forse solo per prendere una foto da pubblicare) , tirai fuori dalla mia borsa un testo sulla Rivoluzione Francese, il Gaxotte, ricordo, (stavo preparando un esame per la Università) mi sedetti a terra e iniziai a leggerlo, non degnandolo nemmeno di uno sguardo. Così lui si calmò e proseguimmo insieme verso il nostro obiettivo giornalistico.
Perché scrivo che mi comportai come mi ero comportata con Albertazzi, anche se nel primo caso avevo cercato il conflitto e nel secondo, con Carmelo Bene, avevo trovato il modo di annientarlo con il silenzio e la indifferenza?
Perché anche in questo caso, molto succulento per qualunque giornalista, io non scrissi nulla di questo sul giornale. Mi limitai ad una recensione dello spettacolo. Non volevo “scandalizzare”, visto che il giornale era sempre quello per bene, nel quale tutti sono buoni e timorati di Dio?
Per molti anni ho pensato che quei due episodi raccontassero soprattutto Giorgio Albertazzi e Carmelo Bene. Due uomini straordinari, intelligenti, fuori dalle righe, provocatori, capaci di mettere in crisi chi avevano di fronte.
Oggi mi accorgo che raccontavano soprattutto me.
A prima vista sembrano due situazioni opposte. Con Albertazzi parlai troppo. Dimenticai di essere una giornalista e iniziai a discutere con lui perché alcune sue affermazioni mi sembravano inaccettabili. O, più precisamente, mi sembravano inaccettabili per il giornale che rappresentavo. Con Carmelo Bene, invece, feci l’esatto contrario. Tacqui. Scelsi di non raccontare alcuni suoi atteggiamenti perché immaginavo lo scandalo che avrebbero provocato in redazione.
Due reazioni diverse. Eppure nascevano dalla stessa radice.
Nessuno mi aveva chiesto di difendere il giornale. Nessuno mi aveva detto di discutere con Albertazzi o di proteggere Carmelo Bene con il silenzio. Eppure, senza accorgermene, ero già diventata la voce di un’istituzione che, in quel momento, non era nemmeno presente.
È una scoperta che mi ha colpita.
Da giovani pensiamo che siano gli altri a imporci limiti, regole, confini. Poi, con il passare degli anni, comprendiamo qualcosa di molto più sottile: a un certo punto quelle regole smettono di vivere fuori di noi e si trasferiscono dentro di noi. Le interiorizziamo. Le facciamo nostre. E così continuiamo a rispettarle anche quando nessuno ce lo chiede.
Le istituzioni, in fondo, non sono soltanto il giornale per cui lavoriamo, la famiglia in cui siamo cresciuti o la cultura in cui viviamo. Sono tutte quelle appartenenze che, lentamente, hanno preso dimora dentro di noi. A volte ci proteggono. Ci danno un’identità, una casa, un linguaggio comune. Ma altre volte parlano al nostro posto.
E noi finiamo per difendere idee che non abbiamo davvero scelto. O per tacere parole che sentiamo profondamente vere.
Ripensandoci oggi, credo che allora non stessi difendendo soltanto una redazione. Stavo difendendo qualcosa di ancora più antico: il bisogno di appartenere.
L’essere umano ha sempre saputo, molto prima che nascesse la psicologia, che essere escluso dal gruppo poteva significare non sopravvivere. Forse è per questo che, ancora oggi, il desiderio di essere accolti è spesso più forte del desiderio di essere autentici. Così, senza rendercene conto, impariamo a sorvegliare noi stessi. Diventiamo i custodi di un ordine che ormai vive dentro di noi.
Forse la libertà non consiste nel ribellarsi a ogni regola. Sarebbe un’altra forma di dipendenza. La vera libertà nasce quando ci fermiamo ad ascoltare le voci che parlano dentro di noi e impariamo a riconoscere quali sono davvero nostre e quali, invece, appartengono ancora a un vecchio copione, a un’antica fedeltà, a un bisogno di approvazione che continua a guidarci nell’ombra.
Mi chiedo quante volte, ancora oggi, mi accada di prestare la mia voce a qualcosa che non coincide più con la mia verità. E mi chiedo se non sia proprio questo uno dei lavori più delicati della maturità: distinguere ciò che abbiamo scelto da ciò che abbiamo semplicemente ereditato.
Forse crescere non significa imparare a dire sempre quello che pensiamo. Significa accorgerci di chi sta pensando dentro di noi. Perché esistono pensieri che abbiamo ereditato, silenzi che abbiamo imparato, fedeltà che non ricordiamo nemmeno di avere scelto, posizioni di fronte alla vita che non ci assomigliano.
E poi arriva un giorno — spesso senza clamore — in cui la vita ci invita a un gesto quasi invisibile: spostare la nostra fedeltà. Non contro qualcuno, non contro le istituzioni. Ma verso quella voce che, da sempre, aspettava semplicemente di essere ascoltata.

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