Il 28 settembre sarà emessa la sentenza del processo per l’omicidio di Giulio Regeni.
Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto per i quattro imputati un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo. I quattro, tutti membri della National Security, il servizio segreto interno egiziano, sono Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Usham Helmi e Magdi Ibrahim Abdel Al Sharif, l’imputato per cui è stato chiesto l’ergastolo. Sono accusati di lesioni personali aggravate, omicidio aggravato e sequestro di persona aggravato. Non si sono mai presentati in aula, anzi le autorità egiziane non hanno mai fornito alla magistratura italiana indicazioni per poter notificare gli atti del procedimento, e questa è una delle difficoltà che ha dovuto affrontare la procura di Roma durante le indagini e poi al processo.
Il 25 gennaio di quest’anno sono trascorsi dieci anni dal giorno della scomparsa di Giulio Regeni, ricercatore italiano di 28 anni scomparso nel 2016 mentre stava lavorando alla sua tesi di dottorato al Cairo, in Egitto.
Regeni fu sequestrato, torturato e ucciso. Il suo corpo venne poi ritrovato il 3 febbraio sull’autostrada tra il Cairo e Alessandria.
In questo decennio si sono accumulate testimonianze, indizi e responsabilità, fino ad arrivare a individuare quattro agenti dei servizi segreti egiziani come principali imputati.
Ciò che è apparso più evidente, fin dall’inizio, è stata la sistematica mancanza di collaborazione delle autorità egiziane, che ha di fatto reso impossibile un processo regolare.
Il caso Regeni, in ordine cronologico
Settembre 2015: Giulio Regeni, dottorando dell’università di Cambridge, arriva per la prima volta in Egitto per una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti. Al Cairo entra in contatto con una ricercatrice dell’università americana del Cairo, Rabab Al Mahdi, che lo fa incontrare con Hoda Kamel, responsabile dell’Egyptian center for economic and social rights che a sua volta lo mette in contatto con Mohammed Abdallah, leader del sindacato dei venditori ambulanti.
Secondo quanto ricostruito, è Abdallah a denunciare le attività di Regeni all’Agenzia nazionale di sicurezza, i servizi segreti interni egiziani, o alla polizia egiziana. Abdallah aveva tentato di estorcere denaro a Regeni.
25 gennaio 2016: la sera Giulio Regeni esce di casa per andare alla festa di compleanno di un amico, Gennaro Gervasio. Non vedendolo arrivare, Gervasio prova a chiamarlo. Il cellulare risulta spento e Gervasio avvisa le autorità italiane.
Secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori italiani, Regeni sarebbe stato visto nella stazione della polizia di Dokki, poi sarebbe stato fatto salire su un’auto e portato in un posto chiamato Lozoughly, un edificio del ministero dell’Interno noto per le torture.
31 gennaio 2016: si viene a sapere della scomparsa di Regeni. Per giorni l’Egitto continua a sostenere di non avere informazioni.
3 febbraio 2016: Giulio Regeni viene trovato morto lungo la strada che porta ad Alessandria, sul cavalcavia Hazem Hassan. È stato torturato per giorni, e poi ucciso.
Settembre 2016: l’Egitto ammette che la polizia del Cairo aveva indagato su Regeni per tre giorni, su segnalazione di Abdallah. Per la procura di Roma, Abdallah iniziò invece a dare informazioni su Regeni ai servizi nell’ottobre del 2015.
Aprile 2016: in risposta all’omicidio e ai depistaggi compiuti dalle autorità egiziane, il governo italiano di Matteo Renzi ritira l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari.
Agosto 2017: il governo Gentiloni nomina un nuovo ambasciatore in Egitto, Giampaolo Cantini.
Gennaio 2021: i genitori di Giulio Regeni denunciano il governo italiano per aver violato la legge che vieta di vendere armi ai paesi che hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, dopo che nel 2020 l’Italia aveva autorizzato la vendita all’Egitto di due navi da guerra.
Il processo per la morte di Giulio Regeni, fino a qui
Nel 2021 la procura di Roma chiede il rinvio a giudizio del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, e del maggiore Magdi Sharif. Vengono accusati di sequestro di persona pluriaggravato. Sharif anche di lesioni personali aggravate e di omicidio aggravato.
Gli atti processuali non sono mai stati notificati agli imputati perché l’Egitto non ha mai fornito all’Italia le informazioni necessarie per rintracciarli.
Il 14 ottobre 2021 sarebbe dovuto iniziare il processo, ma si bloccò subito perché gli imputati non si presentarono
Il 20 febbraio 2024, dopo che una sentenza della Corte costituzionale stabilì che il processo poteva continuare anche senza gli imputati, le udienze ripresero
Il processo prosegue fino al 23 ottobre scorso, quando la Corte d’Assise di Roma ha deciso di chiedere alla Corte costituzionale se la difesa può commissionare consulenze a spese dello Stato nel caso in cui gli imputati siano irreperibili e quindi incapaci di pagare, garantendo loro il diritto costituzionale a un giusto processo.
Cos’è il processo in absentia
Il processo in absentia permette di processare un imputato anche se non si presenta in aula, ma solo se è certo che sapesse del procedimento a suo carico, non basta più presumerlo dal fatto che la notifica sia stata regolare. Le regole, previste dall’art. 420-bis c.p.p. e dagli articoli successivi, lasciano all’imputato la libertà di partecipare o meno, ma per procedere in sua assenza serve una prova concreta che fosse consapevole del processo.
Il caso Regeni ha mostrato quanto sia delicato questo punto: nel 2021 la Corte d’Assise di Roma ha annullato la dichiarazione di assenza dei quattro imputati egiziani, perché la sola notorietà internazionale del caso non dimostrava che sapessero davvero del procedimento in corso, mancando notifiche dirette e certezze sulle fasi successive alle indagini.
Da questa vicenda è nata un’evoluzione della legge: nel 2023 la Corte Costituzionale ha stabilito che si può procedere in absentia anche nei casi di tortura di Stato, quando è impossibile provare che l’imputato conosca la pendenza del processo, garantendo però sempre il diritto a un nuovo processo, come previsto dalla normativa europea.
Questa settimana davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Roma si è tenuta una nuova udienza del processo per il sequestro, le torture e l’omicidio Giulio Regeni: i legali dei quattro membri del servizio segreto interno egiziano imputati hanno sostenuto che il Regeni sarebbe stato sequestrato da un gruppo terroristico e che l’Egitto avrebbe collaborato con la magistratura italiana durante le indagini.
Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione.
Il prossimo 28 settembre è stata fissata la sentenza.
Ho raccontato il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni in una puntata di Altre Indagini, il podcast per le persone abbonate al Post in cui ogni due mesi racconto una grande vicenda della storia italiana, con lo stesso approccio applicato ogni mese nel podcast Indagini.
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