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E’ difficile trovare qualcuno che non desiderebbe restare giovane.
Ci sentiamo spesso dire che la nostra è una cultura ossessionata dalla giovinezza, e certamente c’è del vero. Credo tuttavia che esista un altro modo, più interessante, di interpretare il nostro desiderio di restare giovani. Per me, non si tratta necessariamente di rifiutare di invecchiare o di essere ossessionati dal proprio aspetto fisico: si tratta invece del desiderio di rimanere sani, attivi e pienamente presenti nella nostra vita il più a lungo possibile.
Per me questo ha un significato molto concreto. Ho tre figli e il più piccolo ha quattro anni (l’ho avuto quando ne avevo quarantasei). Voglio esserci per lui, e per tutti i miei figli, non semplicemente nel senso di essere presente, ma di avere l’energia fisica e mentale per partecipare davvero alle loro vite.
Quindi sì, restare giovani significa anche prendersi cura del proprio corpo: significa salute, forza, movimento, energia. Non trovo nulla di superficiale nel desiderio di preservare questi elementi che ritengo fondamentali per una vita piena.
Oltre a questo, penso anche che la parte più difficile del restare giovani riguardi la flessibilità mentale.
Ho notato quanto sia facile, con il passare degli anni, restringere progressivamente il territorio delle nostre vite. Ascoltiamo la musica che già conosciamo. Torniamo nei luoghi che già amiamo. Ci circondiamo di persone che la pensano più o meno come noi. Sappiamo cosa ci piace, cosa non ci piace, cosa funziona per noi. L’esperienza ci dà conoscenza, ma la conoscenza può anche trasformarsi in un recinto straordinariamente confortevole.
Mantenere freschezza, giovinezza mentale consiste anche nel resistere alla chiusura di quel recinto.
Questa capacità di rimanere flessibili potrebbe diventare sempre più importante per ragioni che vanno ben oltre il nostro benessere personale. Come sostiene Yuval Noah Harari in 21 Lessons for the 21st Century (un libro del 2018, ancora oggi estremamente attuale e articolato con lucidità di pensiero e parole) il futuro potrebbe richiederci di reinventarci più volte nel corso della vita. Il cambiamento tecnologico non trasformerà il mercato del lavoro una volta per tutte, permettendoci poi di assestarci comodamente in una nuova realtà. È più probabile che produca successive ondate di trasformazione, rendendo sempre più obsoleta la vecchia idea di “una professione per tutta la vita”. La vera sfida, suggerisce Harari, potrebbe quindi essere soprattutto psicologica: riuscire a sviluppare la resilienza emotiva necessaria per affrontare un cambiamento continuo, continuando a imparare, ad adattarci e a ricominciare nel corso di tutta la nostra vita.
Significa rimanere abbastanza flessibili da cambiare idea. Abbastanza curiosi da ascoltare musica nuova. Abbastanza interessati da scoprire cosa fanno le generazioni più giovani senza decidere immediatamente che ciò che veniva prima fosse migliore. Essere disposti a provare qualcosa che non abbiamo mai fatto, a incontrare persone le cui vite sono molto diverse dalle nostre, a entrare in situazioni nelle quali non sappiamo già esattamente come funziona tutto.
È un tema che esploro anche nel mio libro I mattoni della nuova Babele: Identità, linguaggio ed etica della cittadinanza digitale. Di fronte al cambiamento tecnologico, non credo che la risposta possa essere il rifiuto o la nostalgia per un mondo che non esiste più. Rimanere pienamente presenti nella società richiede la capacità di comprendere nuovi linguaggi, nuove forme di comunicazione e nuovi modi di costruire l’identità, senza per questo rinunciare al nostro giudizio critico. In questo senso, la capacità di adattarsi non è soltanto una necessità professionale. È parte della nostra capacità di continuare a partecipare al mondo mentre cambia.
E forse è anche per questo che continuo ad amare tanto viaggiare.
In questo momento sto attraversando l’Europa orientale con la mia famiglia, in un vero viaggio on the road, e il viaggio mi sta ricordando che essere aperti non significa soltanto aprirsi alla meraviglia.
Di meraviglia, certamente, ce n’è stata molta. Il lago di Bled, in Slovenia, con le sue acque di un turchese brillante quasi impossibile, mi ha sorpresa proprio perché pensavo di aver viaggiato così tanto da avere perso la capacità di essere sorpresa.
Sarajevo mi ha sorpresa in un modo completamente diverso: una città in cui culture e religioni diverse, est e ovest convivono nei diversi strati e quartieri della città.
Ma viaggiare significa anche disagio.
Significa programmi che saltano, strade che non capisci, momenti di paura, lingue che non parli, caldo, attese, perdersi, non riuscire a trovare per alcuni giorni qualcosa di buono o sano da mangiare.
A volte significa ritrovarsi sotto il sole cocente di mezzogiorno accanto a un’auto con una gomma scoppiata, avere paura e dover ricorrere a tutte le proprie risorse mentali, fisiche ed economiche per risolvere il problema e togliere la propria famiglia da una situazione di disagio e di pericolo (sotto il sole, una gomma scoppiata non è solo un problema logistico). E rendersi conto, nel frattempo, che qualunque fosse il programma per quella giornata o il problema cui stavi pensando non ha più alcuna importanza.
Anche accettare e saper affrontare questi imprevisti fa parte del restare giovani.
Quando siamo giovani, gran parte della vita ci è sconosciuta. Non abbiamo altra scelta che improvvisare. Da adulti, invece, diventiamo molto bravi a organizzare le nostre vite in modo efficiente e da sapere cosa accadrà. Costruiamo routine, preferenze, abitudini e modi sempre più sofisticati per evitare gli inconvenienti.
Il viaggio smonta una parte di questa competenza. Ci costringe a essere di nuovo principianti.
Dopo la disavventura dell’auto, e molte altre ore di viaggio, siamo arrivati a Kotor, Montenegro - stanchi e un po’ demoralizzati. Abbiamo trovato un luogo di immensa bellezza, dove sembra esserci qualcosa di magico nell’incontro tra l’acqua, il cielo e le montagne che scendono nei fiordi. Per la prima volta dall’inizio del viaggio ci siamo davvero rilassati. E, vista da lì, anche la disavventura dell’auto ha assunto una dimensione quasi mitologica: una delle prove incontrate lungo il nostro personale sentiero eroico, qualcosa che bisognava attraversare per arrivare dall’altra parte. Forse è stato proprio ciò che l’aveva preceduto a rendere quel momento di quiete ancora più meraviglioso. Dopo la tensione, la paura e l’imprevisto, la bellezza di Kotor ha assunto un’intensità diversa, un sapore più pieno e felice.
Non penso che restare giovani significhi fingere che il tempo non sia passato. Non vorrei cancellare ciò che gli anni mi hanno dato: esperienza, conoscenza, relazioni, ricordi, la persona che sono diventata.
Quello a cui voglio resistere è qualcosa di diverso: il momento in cui l’esperienza diventa rigidità, in cui sapere ciò che ci piace significa rifiutare ciò che ancora non conosciamo, in cui la comodità diventa più importante della curiosità.
Per me, allora, restare giovani significa semplicemente continuare a lasciare nella nostra vita abbastanza spazio per sorprenderci.
Di una città. Di una canzone. Di un’altra persona. Di un paesaggio che non ci aspettavamo.
E, ogni tanto, persino di una gomma scoppiata sotto il sole.
Mancano ancora due tappe per terminare il nostro viaggio prima di rientrare: Albania e Grecia. Quali altre sorprese ci riserverà lo sapremo più avanti.

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