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Stefania Caria · Mar 23, 2026

Non è stato un problema, è stato solo scomodo.

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Stefania Caria · Stefania Caria

Il lunedì mattina, ho un vizio, se riesco faccio colazione al bar. Non lo faccio spesso ma mi capita di pensarci mentre vado al lavoro ad inizio settimana.

Oggi mi sono fermata, volevo passare uno di quei momenti piccoli ma necessari che segnano l’inizio della giornata. Ordino, mi siedo, faccio quello che faccio sempre. Tutto normale, fino a quando arriva il momento di pagare.

E lì, in quell’istante, mi accorgo che il portafoglio non è con me.

L’ho lasciato a casa e con lui tutto il resto: soldi, carte, documenti.

La reazione è immediata, quasi automatica. Una stretta, un leggero panico, la mente che accelera e prova a trovare una soluzione nel minor tempo possibile. “E adesso cosa faccio?” È una domanda che arriva senza chiedere permesso.

Sono da sola, l’ordine è già fatto, e per un attimo mi trovo in quella sensazione scomoda in cui vorresti semplicemente non essere lì.

Scelgo di essere sincera. Spiego la situazione, prometto che tornerò a pagare di lì a poco. Nel frattempo mi passa anche un pensiero molto concreto: nel 2026, probabilmente, dovrei usare meglio la tecnologia. Si, non ho le carte sul telefono, lo so non ditemi nulla, prometto che stasera al mio rientro a casa rimedierò anche a questo.

Nel giro di dieci minuti la situazione si risolve. Un collega mi presta 5 euro, che ovviamente restituirò, torno al bar, pago e lascio anche il resto come mancia, quasi a voler chiudere quel momento con gratitudine.

Potrebbe finire qui e invece no, perché quando arrivo in ufficio mi accorgo che il fatto è chiuso, ma la sensazione no. C’è ancora un po’ di fastidio addosso, una traccia di ansia, il pensiero di essere in giro senza documenti, senza patente. Nulla di oggettivamente grave, eppure abbastanza da occupare spazio.

È lì che mi fermo davvero, non per risolvere qualcosa, ma per rimettere ordine.

Respiro, rallento e mi faccio una domanda che nel mio lavoro ritorna spesso:

“Quanto è davvero impattante questo imprevisto nella mia giornata?”

La risposta arriva semplice, senza bisogno di pensarci troppo: poco, è solo scomodo.

E questa parola cambia tutto perché in quel momento smetto di trattarlo come un problema e inizio a vederlo per quello che è: una situazione gestibile, circoscritta, temporanea.

Faccio un altro passaggio, lo stesso che propongo spesso a chi accompagno nelle sessioni di coaching: mi chiedo se è qualcosa che posso gestire o controllare, qui e ora.

Quando la risposta è no, non insisto, non resto lì e sposto il pensiero.

Non sto evitando di pensarci, sto scegliendo di non farmi condizionare da questa dimenticanza, sto decidendo consapevolmente di non restare agganciata a qualcosa che, in quel momento, non richiede più energia.

Torno allora su ciò che è sotto il mio controllo: non devo usare la macchina fino a stasera, il portafoglio è a casa quindi è recuperabile e appena qualcuno rientra posso farmi mandare la foto della patente, è sufficiente.

E da lì, la giornata riprende.

Avevo il pranzo portato da casa e così mi ritrovo al parco, in una pausa semplice, con persone speciali che mi hanno invitata. In quel momento c’è presenza, quella non perfetta, non costruita, semplicemente reale.

Ed è proprio lì che diventa chiaro il punto.

Gli imprevisti succedono sempre ma non tutto ciò che crea disagio è un problema, a volte è solo scomodo.

La verità, un po’ scomoda, è che spesso non sono gli imprevisti a sopraffarci.

Siamo noi che gli permettiamo di farlo. Prendiamo qualcosa di gestibile e iniziamo a costruirci sopra una narrazione che lo amplifica: sale l’ansia, la frustrazione, a volte anche la rabbia e senza accorgercene, quella cosa piccola inizia a occupare molto più spazio di quanto meriti.

Per questo, se c’è una cosa che vale la pena portarsi via da queste mie parole, è una sola: fermarsi e chiedersi che impatto ha davvero quell’imprevisto.

E poi andare ancora un passo più in profondità:
È così importante?
Posso fare qualcosa, adesso, per porre rimedio?

Spesso la risposta ridimensiona tutto e restituisce spazio.

Se questa riflessione ti ha toccato in qualche modo, scrivimi oppure portala con te oggi, nelle piccole cose.

È lì che si gioca davvero il focus.

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Read the original on stefaniacaria.substack.com

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