Quando ho iniziato a lavorare come Coach pensavo che il mio compito fosse aiutare le persone a raggiungere i loro obiettivi.
Con il tempo ho scoperto che gli obiettivi sono soltanto la superficie.
Arrivano persone che vogliono migliorare la gestione del tempo, diventare leader più efficaci, sentirsi meno stressate, trovare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata, affrontare un cambiamento professionale o prendere una decisione importante.
L’obiettivo dichiarato è quasi sempre chiaro, molto meno chiaro è ciò che si nasconde sotto.
Negli anni ho avuto il privilegio di accompagnare persone molto diverse tra loro. Manager, professionisti, imprenditori, venditori, genitori, studenti, persone all’inizio della propria carriera e persone che avevano già raggiunto traguardi importanti.
A prima vista le loro storie sembravano completamente diverse eppure, ascoltandole, ho iniziato a notare qualcosa.
I problemi cambiavano, le persone cambiavano, i contesti cambiavano ma i meccanismi profondi erano sorprendentemente simili.
Dietro la difficoltà di delegare c’era spesso il bisogno di controllo.
Dietro il perfezionismo c’era la paura di sbagliare.
Dietro la continua ricerca di risultati c’era il timore di non essere abbastanza.
Dietro molte difficoltà relazionali c’era la paura di non essere accettati.
Questa è probabilmente la prima grande lezione che il coaching mi ha insegnato: le persone raramente combattono contro il problema che raccontano.
Combattono contro qualcosa di molto più profondo, per questo motivo il coaching non consiste nel fornire soluzioni rapide.
Se fosse così, basterebbe leggere un libro o guardare un video, le informazioni oggi sono ovunque.
Quello che spesso manca non è sapere cosa fare ma capire perché continuiamo a fare qualcosa che non ci aiuta.
Una delle situazioni che incontro più frequentemente riguarda persone estremamente competenti che si sentono bloccate.
Quando le ascolti parlare, emerge quasi sempre una contraddizione interessante. Sanno esattamente cosa dovrebbero fare, conoscono le strategie e i passi necessari eppure, qualcosa le trattiene.
All’inizio anch’io trovavo questo fenomeno difficile da comprendere, poi ho capito che il cambiamento non è soltanto una questione di logica.
Se fosse una questione razionale, tutti faremmo attività fisica regolarmente, gestiremmo perfettamente il nostro tempo, comunicheremmo sempre in modo efficace e prenderemmo decisioni impeccabili.
La realtà è che gli esseri umani sono molto più complessi.
Le nostre decisioni sono influenzate da emozioni, convinzioni, esperienze passate, bisogni profondi e modelli che spesso non mettiamo nemmeno in discussione.
Ecco perché una persona può desiderare fortemente un cambiamento e allo stesso tempo opporre resistenza.
Non perché manchi la volontà ma perché una parte di sé percepisce quel cambiamento come una minaccia.
Un’altra lezione che ho imparato riguarda il concetto di forza.
Viviamo in una cultura che celebra le persone che resistono, che sopportano, che non si fermano mai.
Molti dei professionisti che incontro incarnano perfettamente questo modello.
Sono affidabili, risolvono problemi, portano risultati, si assumono responsabilità.
Sono le persone su cui tutti sanno di poter contare ma proprio queste persone sono spesso quelle che fanno più fatica a chiedere aiuto.
Nel tempo ho osservato una dinamica ricorrente: più una persona viene percepita come forte, meno gli altri si preoccupano di come sta davvero.
È come se la competenza e l’affidabilità diventassero una sorta di armatura che rende invisibili la fatica, i dubbi e il bisogno di supporto.
Per questo motivo considero il coaching uno spazio raro, uno dei pochi luoghi in cui non è necessario dimostrare nulla.
Un luogo in cui si può smettere temporaneamente di essere il manager, il professionista, il genitore, il punto di riferimento di tutti gli altri e tornare semplicemente a essere una persona che riflette sulla propria vita.
Dopo centinaia di ore di coaching credo di aver capito una cosa fondamentale: le persone non hanno bisogno di essere aggiustate, non sono rotte, hanno bisogno di fermarsi abbastanza a lungo da riuscire a vedere con chiarezza ciò che stanno vivendo.
Perché la consapevolezza non risolve automaticamente i problemi ma è quasi sempre il punto da cui inizia qualsiasi cambiamento autentico.
Se c’è una cosa che ho imparato lavorando con persone e organizzazioni è che il cambiamento raramente nasce da una risposta trovata all’improvviso, più spesso nasce da una domanda posta nel momento giusto.
A volte quella domanda emerge durante un percorso di coaching individuale, quando una persona decide di fermarsi e osservare con maggiore consapevolezza ciò che sta vivendo.
Altre volte nasce all’interno di un team o di un’azienda che sente il bisogno di sviluppare una leadership più efficace, migliorare la comunicazione o accompagnare le persone in una fase di cambiamento.
In entrambi i casi il punto di partenza è sempre lo stesso: creare uno spazio in cui sia possibile pensare, confrontarsi e guardare le cose da una prospettiva diversa.
Se stai attraversando una fase di cambiamento professionale o personale, oppure se nella tua organizzazione senti la necessità di lavorare su leadership, comunicazione, benessere organizzativo o sviluppo delle persone, puoi contattarmi per una prima conversazione conoscitiva.
A volte il valore più grande non è trovare subito una soluzione, ma iniziare a osservare il problema con occhi nuovi.
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