Ultimamente mi torna in mente quello che Iosif Brodskij, il grande poeta russo, premio Nobel per la letteratura nel 1987, ha detto una volta al suo amico Sergej Dovlatov, grande scrittore russo che forse non ha vinto nessun premio.
«La vita è breve, e triste», gli ha detto. «Avete fatto caso», ha aggiunto «a come va a finire, di solito?».
Credo che Giuliano Della Casa avesse fatto caso, a come va a finire, di solito, credo che lo sapesse bene, ma sembrava uno che stava al mondo come se non lo sapesse.
La prima volta che ho visto Giuliano è stata alla presentazione di un mio libro, a Modena, 25 anni fa, credo, e c’era qualcuno che aveva fatto una domanda del tipo «Ma cosa si fa a scrivere in questo modo così sgrammaticato?d» e Giuliano, che io non conoscevo, s’è alzato ha detto «Ma te, ti rendi conto di quello che dici? Ma la capisci, te, la fatica che ci vuole a scrivere un romanzo?».
Era la prima volta che lo sentivo parlare, è stata l’unica volta che l’ho visto arrabbiato.
C’è una luce, nelle cose che ha toccato Giuliano, c’è una gioia di stare al mondo, c’è un incanto, nella carta, solo la carta, bianca, che usava, solo il tavolo del suo bellissimo studio, si circondava di cose, Giuliano, che ti veniva voglia di toccarle.
Io credo che noi, tutti noi, siamo come Angelo Maria Ripellino quand’era in sanatorio, in Repubblica Ceca, che si curava, era malato di petto, e chiamava sé stesso e gli altri ricoverati «i nonostante».
«L’avverbio – ha scritto Ripellino – si fa sostantivo, a indicare noi tutti che, contrassegnati da un numero, sbilenchi, gualciti, piegati da raffiche, opponiamo la nostra caparbietà all’insolenza del male».
Ecco, Giuliano, a pensarci, è stato il nonostante più nonostante di tutti, tra tutti quelli che ho conosciuto e che fortuna, che abbiamo avuto, noi che l’abbiamo conosciuto, a averlo conosciuto.
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