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Il Substack di SpecchioRiflesso · Aug 12, 2026

Le sanzioni contro la Russia, la BCE e la crisi tedesca stanno distruggendo l'industria italiana.

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SpecchioRiflesso · Il Substack di SpecchioRiflesso

I dati più recenti confermano una situazione di persistente fragilità dell’industria italiana: a giugno 2026 la produzione industriale italiana è diminuita dell’1% rispetto a maggio e dello 0,6% su base annua, nonostante nel secondo trimestre si sia registrato un modesto recupero dello 0,4%.

Negli ultimi quindici anni la produzione industriale italiana è diminuita del 25%.

L’industria italiana oggi produce circa un quarto, in meno rispetto ai livelli di quindici-venticinque anni fa. Il calo è quindi reale e strutturale. Ciò dimostra che il processo di deindustrializzazione non può essere attribuito esclusivamente all’attuale governo. È il risultato dell’intreccio fra shock energetico, politica monetaria restrittiva, dipendenza dalla manifattura tedesca e decenni di investimenti insufficienti in produttività, ricerca e salari.

Tra il 2008 e il 2013 la crisi finanziaria e quella dei debiti sovrani provocarono la perdita di una parte rilevante della capacità produttiva italiana. Nel 2020 la gestione sbagliata della pandemia determina un brusco arresto, seguito però da un forte rimbalzo nel 2021.

La ripresa viene bloccata nel 2022 dallo shock energetico. La riduzione delle forniture russe, causata dall’adesione alle sanzioni UE e Stati Uniti contro i nostri interessi nazionali e la successiva riconfigurazione dei mercati hanno spinto l’Italia a sostituire una parte significativa del gas via tubo russo a buon mercato con forniture più costose e meno flessibili.

Il gas naturale liquefatto statunitense deve essere raffreddato, trasportato via nave, rigassificato e immesso nella rete: una catena logistica più complessa rispetto al gas trasportato direttamente attraverso i gasdotti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno fornito il 56% del GNL importato dall’Europa, mentre l’Algeria ha rappresentato il 6,6%. Anche il gas algerino, divenuto più importante per l’Italia, non può essere considerato automaticamente equivalente al precedente gas russo per prezzo, contratti e costi infrastrutturali.

A questo si aggiunge la beffa: i piani di sostituire il gas russo sono falliti. Ufficialmente la quota di importazione attuale è del 5%. In realtà almeno il 40% del gas russo viene ancora importato tramite intermediari e triangolazioni che ne aumentano sensibilmente il prezzo. In Europa si è registrato un aumento delle importazioni dalla Russia. Pur negando la realtà di fatto stiamo contribuendo a finanziare lo sforzo bellico russo in Ucraina.

Per i settori energivori: acciaio, ceramica, vetro, carta, chimica e produzione di materiali, la conseguenza è stata immediata. Tra il secondo e il terzo trimestre del 2022 molte imprese italiane hanno ridotto i turni o programmato fermate degli impianti, trasferendo sui prezzi finali una parte dell’aumento dei costi.

L’energia è diventata così non solo una voce di bilancio, ma un fattore di perdita di competitività rispetto a Stati Uniti, Cina e, in alcuni casi, agli stessi concorrenti europei.

Al caro energia si è aggiunta la risposta della Banca centrale europea BCE all’inflazione. L’aumento dei tassi tra il 2022 e il 2024 ha reso più onerosi i finanziamenti per macchinari, scorte, capannoni e transizione tecnologica. Il credito più costoso colpisce soprattutto le piccole e medie imprese, che non dispongono della liquidità o dell’accesso ai mercati obbligazionari delle grandi multinazionali.

La stretta monetaria era finalizzata a contenere l’inflazione, ma ha avuto un effetto prociclico sull’industria: proprio quando le aziende avrebbero dovuto investire in efficienza energetica, automazione e nuovi prodotti, il capitale è diventato più caro e la domanda interna più debole.

La conseguenza è stata una compressione degli investimenti, consolidando un arretramento strutturale della capacità produttiva.

Il terzo elemento è la forte integrazione con la Germania. Per anni una parte rilevante dell’apparato industriale italiano: in particolare nel Nord-Est e in Lombardia, si è specializzata nella subfornitura per l’automotive, la meccanica e la meccatronica tedesca. Questa integrazione ha prodotto esportazioni e occupazione, ma ha anche reso molte imprese dipendenti dalle decisioni industriali di pochi grandi committenti stranieri.

La crisi tedesca, concentrata soprattutto sull’automobile e sulla meccanica, ha quindi avuto effetti diretti sulle fabbriche italiane. La Germania è il primo partner commerciale dell’Italia per la componentistica, vulnerabile ai processi economici tedeschi.

Il declino tedesco non è soltanto ciclico. Il modello fondato su automobili endotermiche di fascia alta, energia relativamente economica grazie alla Russia, export verso la Cina e leadership nella meccanica è stato messo in discussione dalla transizione elettrica e dalla concorrenza asiatica.

Quando i grandi gruppi tedeschi riducono produzione, ordini o investimenti, migliaia di fornitori italiani subiscono il contraccolpo con ritardi, margini più bassi e maggiore precarietà. In vista ci sono numerose chiusure e fallimenti.

Alcune piccole e medie industrie di stanno convertendo alla produzione di componentistica militare, per esempio motori per droni da regalare all’Ucraina. Tuttavia sono poche ed espongono il Paese a rischi di attacchi diretti. Fino ad ora l’Italia e l’Europa ha potuto contare sul sangue freddo di Mosca che ha portato a tollerare la guerra per procura in Ucraina. Ma la benevolenza russa che impedisce di scatenare una guerra continentale non è infinita.

La crisi attuale rende visibili responsabilità accumulate in decenni dalla classe politica e dagli imprenditori italiani. L’Italia ha investito troppo poco in ricerca, innovazione, formazione tecnica e crescita dimensionale delle imprese. Nel 2023 la spesa complessiva in ricerca e sviluppo era pari all’1,3% del PIL, un livello ancora insufficiente per sostenere una trasformazione industriale autonoma.

La competitività è stata spesso cercata attraverso la compressione del costo del lavoro anziché mediante l’aumento della produttività. Secondo rielaborazioni su dati OCSE, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni reali italiane sono diminuite dell’1,6%, mentre nei Paesi OCSE sono aumentate del 35%.

Salari fermi da oltre trent’anni hanno sostenuto solo apparentemente le imprese: hanno indebolito i consumi, ridotto l’attrattività dei lavori qualificati e limitato la formazione di capitale umano.

Altri fattori sono stati la delocalizzazione della produzione in paesi extraeuropei e il continuo ricorso delle principali aziende italiane a fondi statali usati non per migliorare la produzione ma per attività puramente speculative e finanziarie.

A ciò si è aggiunta la tolleranza verso l’evasione fiscale, che altera la concorrenza fra aziende. Le imprese che rispettano pienamente imposte e contributi competono con operatori che possono offrire prezzi più bassi grazie all’elusione degli obblighi. Il tax gap IVA italiano, pur in miglioramento nel lungo periodo, rimane superiore alla media europea: nel 2023 era stimato al 15%, contro il 9,5% medio dell’Unione.

Il governo Meloni, insediatosi nel settembre 2022, ha governato la fase più acuta dello shock energetico e della stretta monetaria, ma il deterioramento industriale non può essere spiegato soltanto dalle sue scelte. La riduzione degli incentivi edilizi ha aggravato dal 2023 la crisi dei materiali da costruzione, mentre sono mancati un piano industriale organico, una politica energetica stabile e interventi sufficienti su ricerca e innovazione.

La deindustrializzazione è però il prodotto di una strategia più lunga e miope, sviluppatasi da Berlusconi in poi attraverso governi di diverso orientamento. Per decenni si è privilegiato il massimo profitto immediato, la rendita e la speculazione finanziaria rispetto alla costruzione di filiere tecnologiche, salari qualificati e investimenti pubblici. Le sanzioni contro la Russia, la BCE e la crisi tedesca hanno accelerato il processo; non lo hanno creato da sole.

Read the original on specchioriflesso.substack.com

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