Io sono Silvia De Bernardin e questa è “Ci vuole un villaggio”, la newsletter che racconta il cantiere del nuovo villaggio, quello che ancora oggi serve per crescere bambine e bambini. Qui parliamo di genitorialità, ma anche di comunità, reti sociali, lavoro, servizi, stili di vita, territorio, cultura, narrazioni. Puoi iscriverti qui:
E così, siamo vicinissimi all’estate. Manca ancora un mesetto, lo so, ma quando sta per suonare l’ultima campanella ormai ci siamo, no? Io lo chiamo “effetto Festivalbar”: da ragazzina, quando in tv partiva la pubblicità del Festivalbar voleva dire che era fatta: un altro anno era volato via.
E allora in questo numero parliamo di un progetto che mette insieme la scuola che sta finendo con l’idea di viaggio, la comunità con l’incontro. Partiamo!
“Non c’è strada più maestra di quella che si percorre insieme”, scrive Marco Saverio Loperfido nelle prime righe del suo libro, che si intitola Strade maestre ed è dedicato al racconto del primo anno del progetto che porta lo stesso nome. Un’iniziativa all’apparenza un po’ folle e forse azzardata, ma molto interessante dal punto di vista educativo, e non solo: un intero anno di scuola in cammino attraverso l’Italia, zaino in spalla. In questi giorni sta per chiudersi il secondo anno scolastico di Strade Maestre e sono già aperte le iscrizioni per il prossimo, che partirà a settembre e che, come è stato finora, è pensato per studenti e studentesse degli ultimi anni della scuola superiore.
Marco Saverio Loperfido è uno degli ideatori del progetto, insieme a Marcello Paolocci, alla cooperativa CamminaMenti e a numerose altre realtà, dal CAI all’Aigae, l’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche, che lo rendono possibile. Ho avuto il piacere di intervistare Marco qualche giorno fa in occasione del Festival del Social Walking organizzato a Milano dal tour operator Viaggi&Miraggi. Con noi sul palco c’erano anche Lisa De Heer, una delle studentesse che ha partecipato al primo anno di Strade Maestre, e Filippo Di Donato, di CAI Scuola.
Marco e Lisa hanno raccontato che cosa significa stare nove mesi in cammino, percorrere 1.300 km attraverso 12 Regioni italiane, sempre insieme, 8 tra ragazze e ragazzi, insieme alle guide-insegnanti che li hanno accompagnati nella duplice veste di guide escursionistiche e docenti di materia. Cosa vuol dire spostarsi continuamente, dormire non troppo comodamente dopo aver macinato km a piedi, affrontare litigi e incomprensioni, imparare a fidarsi e affidarsi, ritrovare fiducia nella scuola e negli altri, studiare Sciascia ad Agrigento e leggere La ginestra davanti al Vesuvio. Sentirsi infine cresciuti e diversi, pronti ad affrontare l’esame di maturità, e tutto quello che verrà poi.
A caratterizzare Strade Maestre è la solida base pedagogica su cui si regge. Basta ascoltare per pochi minuti Marco Saverio Loperfido, che di formazione è un filosofo con un dottorato di ricerca in Pedagogia e Servizi Sociali, per capire che non c’è nulla di naïf in un progetto che si inserisce nell’ambito consolidato, anche a livello internazionale, delle esperienze di outdoor education e apprendimento esperienziale e basato sulla relazione tra pari e tra adulti e ragazzi. Con, però, un elemento di novità, anzi due. Il primo è la durata: Strade Maestre è il primo progetto che fa scuola fuori dalle mura per un tempo così lungo, pari all’intero anno scolastico. Il secondo è l’unione tra la pratica del cammino e la scuola, che si fa viaggio dentro e attraverso il territorio e le comunità.
“Il percorso educativo di Strade Maestre - spiega Loperfido nel suo libro - ha trasformato il cammino in un sistema didattico totale, che ha unito scienza, umanesimo e impegno civile. Ogni tappa è diventata un modulo formativo vivente - scrive ancora - in un continuo intreccio tra orientamento professionale, educazione alla cittadinanza e crescita umana”.
A fare da collante è la pratica del cammino, che nel corso dell’anno scolastico diventa un “dispositivo pedagogico che modifica la postura, smonta le gerarchie, favorisce l’ascolto”. È l’idea di un’educazione in cui il sapere non è calato dall’alto, ma si costruisce insieme, come auspicava il pedagogista Paulo Freire, e si fa visione del mondo. Una conoscenza che, proprio perché tocca e si intreccia con la vita, si imprime nel profondo, anche grazie al tempo lento imposto dal viaggio a piedi, che dà spazio al pensiero, favorisce le connessioni, esalta la dimensione immaginativa, ricorda ancora Loperfido.
E poi c’è lo stare insieme, del gruppo che cammina e incontra le comunità locali, come ha sottolineato Filippo Di Donato del CAI ricordando quanto l’Italia possa offrire in termini di varietà e di ricchezza paesaggistica, umana e culturale da questo punto di vista. Non a caso “insieme” è una delle parole che torna più spesso nel racconto di chi ha vissuto Strade Maestre. Camminare insieme, dunque, come “pratica di riconnessione tra individui e strumento di riattivazione della dimensione comunitaria”, in un’epoca nella quale essa si smarrisce continuamente, nella fretta e nella ricerca di risultati individuali. La comunità è anche quella che rende possibile Strade Maestre: l’iscrizione prevede una retta per le famiglie modulata sull’Isee, che però non copre tutti i costi. La parte restante la mettono partner pubblici e privati, realtà del terzo settore, donazioni: sono gli “zaini-studio” che, sulla falsa riga delle borse di studio, permettono a ragazzi e accompagnatori di camminare, studiare, fermarsi a dormire, mangiare, visitare i territori.
Tutto meraviglioso, dunque? A mio parere sì, ma chi ha percorso quei 1.300 km li racconta con grande onestà, senza nascondere le difficoltà, che pure non mancano, la fatica fisica e quella relazionale, che per nove mesi si incrocia su piani diversi, nel rapporto tra i ragazzi, tra i ragazzi e gli adulti e tra gli adulti stessi. Insieme agli studenti, infatti, i protagonisti di Strade Maestre sono le guide-insegnanti: un po’ professori, un po’ guide escursionistiche, un po’ zii e, all’occorrenza, infermieri, pacieri, risolutori dei problemi più diversi, a loro spetta maneggiare una materia umana delicatissima, qual è la vita degli adolescenti, e avere grande capacità di affidamento. “Serve avere fiducia in un processo che è in atto sottotraccia, lentamente, che darà risultati anche a distanza di molto tempo. Accantonare l’idea che si possa controllare tutto e mettere in conto anche l’ipotesi del fallimento”, ha detto Loperfido.
Intanto, però, Lisa ha passato l’esame di maturità e, soprattutto, ha fatto pace con la scuola dalla quale, ha raccontato, nei tredici anni precedenti non aveva fatto altro che cercare di scappare. Come lei, anche le altre ragazze e ragazzi hanno superato l’anno - la frequenza a Strade Maestre avviene in regime parentale e richiede quindi un esame per l’ammissione all’anno successivo. In generale, l’iniziativa sta riscuotendo una grande attenzione, che i promotori si spiegano con l’urgenza avvertita da molti ragazzi, genitori e insegnanti di “altri modi di fare scuola, capaci di mettere al centro il senso, la relazione, il corpo, la lentezza, la meraviglia”, come scrive Marco Saverio Loperfido nel suo libro.
Strade Maestre non intende, però, rappresentare una sfida alla scuola cosiddetta “tradizionale”, si presenta piuttosto come una possibilità, una porta spalancata su “altri modi di fare scuola”, appunto, dalla quale magari lasciarsi ispirare anche solo per qualche passo. Un invito, scrive ancora Loperfido, “a vivere la strada non come pericolo da evitare, ma come maestra che insegna tramite lo stupore e la meraviglia”.
Per chiudere questo numero ti consiglio due libri che ho letto recentemente e che mi sono venuti in mente scrivendo di Strade Maestre:
il primo non è esattamente un libro, ma uno di quei libri-rivista che vanno di moda ora e che a noi fissati di editoria piacciono tanto. Si intitola Lo stato della provincia ed è il numero 7 della serie Map del Touring Club. È un viaggio nella provincia italiana - come quella che, in gran parte, hanno attraversato i ragazzi di Strade Maestre - e racconta come all’orizzonte italiano si stiano delineando un rapporto diverso tra centro e periferia, nuovi modi di abitare e di intendere i concetti di sviluppo e benessere;
l’altro è I battiti della montagna, nel quale il giornalista Alessandro Carlini racconta di come ha ricominciato a camminare in quota dopo un doppio trapianto di cuore e rene. In qualche modo, anche per lui la strada è diventata maestra: lungo i sentieri delle Alpi e degli Appennini sui quali si sono combattute la Prima guerra mondiale e la Resistenza Carlini ha ritrovato il proprio passo, rileggendo la sua esperienza di vita attraverso quella di altri uomini e donne che hanno camminato negli stessi luoghi prima di lui.
Se leggi questa newsletter da un po’, forse hai capito che le storie come quella di Strade Maestre mi piacciono perché raccontano di chi prova a fare le cose in modo diverso, rimettendo al centro la comunità e inseguendo nuove modalità di abitare il tempo e lo spazio. E sai anche che, se ne conosci altre, io le ascolto volentieri: per parlarne qui e rimetterle in circolo. Scrivimi!
Intanto, grazie come sempre per aver letto fino a qui… a presto! 🧡
“Ci vuole un villaggio” è la newsletter che prende spunto da ciò di cui parlano i genitori la mattina fuori da scuola per provare ad allargare lo sguardo. Perché ho scelto questo titolo e il senso di questa newsletter, lo trovi spiegato meglio qui, nel primo numero.
Io sono Silvia De Bernardin, giornalista freelance e mamma. Da anni scrivo di genitorialità, ma anche di lavoro, salute, alimentazione, sostenibilità, turismo, libri. Mi trovi anche su Instagram e Linkedin.
Le immagini che danno forma visiva al villaggio di questa newsletter sono frutto della mano e della creatività magica di Alice Fadda.
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