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Riflessioni su umani, lavoro e AI · Jul 4, 2026

Se ti assentassi due settimane, la tua azienda continuerebbe a decidere?

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Silvia Basiglio · Riflessioni su umani, lavoro e AI

C’è una domanda che pongo, in forme diverse, nel momento in cui mi viene chiesto un intervento organizzativo. Sia che si tratti di formazione, riorganizzazione di un processo o l’introduzione di nuove pratiche, emerge sempre un tema da porre a imprenditori, direttori HR e responsabili di funzione nelle aziende che seguo.

Se tu non ci fossi per due settimane, la tua organizzazione continuerebbe a prendere decisioni con responsabilità, o si fermerebbe ad aspettare il tuo rientro?

Quasi nessuno risponde subito, ma è necessario un momento di silenzio e riflessione: quel momento è già una risposta.

È da un po’ che non scrivo qui e condivido quello che vedo. È stato un primo semestre del 2026 piuttosto intenso e dentro realtà molto diverse tra loro: percorsi di assessment, sviluppo della leadership, formazione e team building, definizione di processi. Ogni progetto aveva un obiettivo diverso, ogni azienda una storia propria ed è proprio ciò che trovo stimolante del lavoro in consulenza.

Eppure, progetto dopo progetto, riflettendo ritrovo lo stesso nodo.

Le competenze tecniche non mancano, e anche le strutture e i processi sono ben disegnati. Allora dove sta l’intoppo? È un problema di stratificazione di pratiche che spesso sono fine a loro stesse: non si sa più perché vengono svolte in quel modo e hanno perso senso. Devo dire che oggi, con l’introduzione dell’AI, si ricomincia a guardare ai compiti di routine con occhio diverso, perlomeno immaginando come poterli svolgere diversamente per poterli delegare alla macchina o a un assistente virtuale. E poi c’è la cultura organizzativa, quella cosa che nessun organigramma riesce a descrivere davvero, ma che si vede nel modo in cui le persone si comportano quando nessuno le guarda.

La procedura perfetta non è sufficiente

Ho incontrato responsabili di produzione estremamente solidi sul piano tecnico, capaci di risolvere in autonomia qualsiasi criticità di linea e completamente soli, invece, di fronte a un colloquio di feedback o a un conflitto tra due collaboratori. Competenze che sembrano accessorie, spesso si pensa non facciano parte del loro mestiere o che poi vengano acquisite in modo naturale.

Ho lavorato con imprenditori che faticano a delegare non per sfiducia verso le persone, ma perché hanno costruito la loro azienda facendo tutto da soli, meglio e più in fretta degli altri. Un modello vincente per anni, oggi, un collo di bottiglia.

Ho incontrato collaboratori con un potenziale evidente, che aspettavano semplicemente tre cose: fiducia, obiettivi chiari, uno spazio reale in cui sbagliare senza essere giudicati.

La procedura, in tutti e tre i casi, era ineccepibile ma non bastava.

Una procedura perfetta, senza fiducia, non produce decisioni: produce richieste di autorizzazione. Senza chiarezza, non produce responsabilità: produce zone grigie in cui nessuno si espone. E senza confronto reale, gli stessi errori si ripresentano, con nomi diversi, ogni trimestre.

I numeri, su questo, sono più netti di quanto l’intuizione lasci immaginare. Una ricerca della International Personnel Management Association ha misurato un aumento della produttività fino all’88% nei team che lavorano con reale autonomia decisionale, rispetto a chi riceve solo formazione tradizionale. Zenger Folkman ha osservato una differenza ancora più marcata sul piano dell’impegno discrezionale, quella disponibilità in più che nessun contratto può pretendere: si passa dal 4% dei collaboratori disposti a dare di più in contesti a bassa autonomia, al 67% quando l’autonomia è alta. Il sempre citato Gallup, dal canto suo, stima che il disengagement possa arrivare a costare fino al 17% della retribuzione annua per persona, in produttività silenziosamente persa.

Sono numeri che chi lavora ogni giorno affiancando i team riconosce prima ancora di leggerli in una ricerca, ma la ricerca la cito: altrimenti sembrerebbe una mia percezione.

Qualcuno si ritrova?

C’è un equivoco, in particolare, che ho visto ripetersi in aziende molto diverse tra loro: si confonde l’autonomia con l’abbandono. Un responsabile che smette di verificare l’operato delle sue persone pensa di aver delegato. Non è così: delegare non significa togliere le mani da un progetto e sparire: significa spostare gradualmente il tipo di presenza. All’inizio il responsabile può continuare a decidere, ma chiedendo prima un parere al team. Con una leadership partecipativa si può iniziare a condividere la decisione. Solo alla fine, quando la fiducia si è costruita su casi concreti, non per dichiarazione, il team diventa davvero autonomo sull’obiettivo.

Saltare questi passaggi è il motivo per cui molte deleghe falliscono e vengono poi lette come una prova che “le persone non sono pronte”, quando in realtà non era pronto il percorso e non era stata creata una rete di sostegno.

C’è un secondo equivoco, complementare al primo: pensare che più autonomia significhi meno struttura. È il contrario: le organizzazioni in cui la delega funziona sono quelle che hanno reso più chiaro chi decide cosa. Un semplice esercizio che uso spesso nei tavoli di lavoro con i responsabili è chiedere loro di scrivere, per un processo critico, chi è realmente responsabile della decisione, chi va solo consultato, chi va semplicemente informato. Il risultato, quasi sempre, è che tre o quattro persone si scoprono a “dover approvare” qualcosa che, in teoria, non è più di loro competenza da tempo. Ecco dove si nasconde buona parte del rallentamento decisionale che poi si attribuisce, genericamente, alla “burocrazia”.

Il benessere organizzativo non è un evento aziendale con benefit SPA

Si è ripreso a parlarne ultimamente ed è il motivo per cui trent’anni fa decisi di iscrivermi a Psicologia del lavoro: contribuire a un maggior benessere per le persone al lavoro. Concetto un po’ dimenticato tra le crisi degli anni 10 e tornato fortemente menzionato dopo il 2020 targato Covid. Tuttavia, credo che il tema venga spesso semplificato fino a diventare uno slogan, o peggio un evento aziendale isolato: la survey annuale, il pomeriggio di team building, il webinar sul work-life balance.

No, per favore, non chiamatelo benessere, è intrattenimento!

Il benessere organizzativo non è l’evento aziendale con benefit SPA, o almeno non solo questo.

Nasce quando le persone sanno con precisione cosa ci si aspetta da loro. Quando ricevono feedback che le fa crescere, non che le giudica. Quando hanno margini reali di autonomia. Quando capiscono il senso del proprio contributo dentro il disegno più ampio dell’azienda. Quando la fiducia è una pratica quotidiana, non una dichiarazione nel bilancio sociale.

Un dettaglio che spesso sfugge: il feedback che genera crescita non è quello della valutazione annuale, formalizzata e temuta. È quello che accade nelle conversazioni brevi e frequenti, distribuite lungo l’anno, orientate al miglioramento e mai al giudizio. Le organizzazioni che lo hanno capito prima delle altre hanno anche notato un tratto ricorrente: i responsabili più efficaci fanno più domande di quante ne facciano gli altri, e impartiscono meno ordini. Non è un caso che siano anche quelli con i team più stabili.

È a questo punto che leadership, empowerment, sviluppo delle competenze, sicurezza psicologica e comunicazione interna smettono di essere capitoli separati di un piano formativo. Diventano un unico sistema, che si muove o si blocca insieme.

Dove guarda il secondo semestre

Le direzioni su cui continuerò a lavorare nei prossimi mesi nascono direttamente da qui: lo sviluppo del middle management come snodo critico tra strategia e operatività, la costruzione di culture organizzative orientate alla responsabilità più che al controllo, l’antifragilità manageriale come capacità di attraversare il cambiamento senza subirlo, i percorsi di orientamento e valorizzazione delle figure chiave.

Il vantaggio competitivo di un’organizzazione, sempre più spesso, si gioca sui processi che disegna e poi certamente anche sull’adozione della tecnologia, ma poi.

Prima, si gioca sulla capacità delle persone di crescere insieme, non isolatamente: non nonostante l’organizzazione, ma grazie ad essa.

Chiudo questo semestre con una domanda, la stessa con cui ho aperto, rivolta a te che stai leggendo, imprenditore o manager, persona che lavora in una azienda.

Se domani dovessi assentarti per due settimane, la tua organizzazione continuerebbe a decidere con responsabilità, o si fermerebbe ad aspettarti?

Non è una domanda retorica è spesso il punto più preciso da cui iniziare un ragionamento serio sulla propria organizzazione.

Se ti va di confrontarti su dove si colloca la tua azienda rispetto a questa domanda, scrivimi. Mi interessa il tuo punto di vista, non solo la risposta.

Read the original on silviabasiglio.substack.com

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