Qualche tempo fa ho scritto un articolo sui musicisti che hanno abbandonato la propria identità per abbracciarne una nuova.
Questo fenomeno non esiste solo nella musica, e talvolta può assumere caratteristiche spettacolari e problematiche. È il caso di Iron Eyes Cody, per molti anni l’indiano più famoso e influente d’America, attore in decine di film, attivista per i diritti dei nativi americani e protagonista nel 71 di The Crying Indian, notissima campagna di Keep America Beautiful per la sensibilizzazione contro i rifiuti e l’inquinamento.
Iron Eyes Cody nasce nel 1904 con un altra identità: “Oscar Espera de Corti era il secondo figlio di Francesca Salpietra e Antonio de Corti, immigrati italiani del sud. Aveva due fratelli, Joseph e Frank, e una sorella, Victoria. I suoi genitori avevano un negozio di alimentari a Gueydan, in Louisiana, dove Oscar è cresciuto”. Da ragazzo, insieme al padre e ai fratelli, si sposta in Texas dove, pare, entra in contatto con la cultura dei nativi. Nel 24, alla morte del padre, i fratelli si trasferiscono in California per entrare nel cinema (allora muto) e cambiano nome in Cody. Ma lui va oltre e, i dettagli sono pochi, diventa indiano. Non solo avendo la faccia giusta inizia a recitare parti di nativo nei film, ma ne adotta l’abbigliamento, lo stile di vita e la biografia, sostenendo che suo padre era Cherokee e sua madre Cree.
Soltanto nel 66 un giornalista del New Orleans Times-Picayune va a Gueydan e intervista la sorellastra Mae che svela l’inganno: “Se n’è andato, poi abbiamo saputo che era diventato indiano”. C’è un passaggio forse illuminante in questo articolo:
“Secondo le liste dei passeggeri di New Orleans, la madre di Iron Eyes arrivò nel 1902, un decennio dopo il famigerato linciaggio del 1891 di 11 immigrati italiani che quasi scatenò una guerra tra gli Stati Uniti e l’Italia. Sono scoppiate tensioni tra i residenti di New Orleans italiani e quelli irlandesi. Mae ricorda che ‘Quando siamo arrivati ci chiamavano Dagos’. Spiega che la coppia lasciò presto la città per lavorare nei campi di canna da zucchero della Louisiana, dove gli immigrati siciliani comunemente sostituivano il lavoro degli schiavi neri. Inoltre racconta che nel 1909 Antonio (il padre di Cody) entrò in conflitto con la famigerata Società della Mano Nera, fuggì in Texas e non tornò mai più”.
Potrebbe darsi che il giovane Oscar, tra linciaggi, schiavitù e Mano Nera abbia pensato che forse gli conveniva essere Iron Eyes Cody, liberarsi dell’identità italiana (certamente allora ingombrante), smettere di essere Dago e diventare Injun (termine offensivo per definire i nativi americani)? Di sicuro a Hollywood funzionava: dagli anni 20 in poi Cody apparve in circa 200 film, infiniti programmi tv, interviste, e pubblicità: “Quando le principali case cinematografiche dovevano verificare l’autenticità delle danze e degli abiti tribali, Cody veniva chiamato come consulente” (dal sito priceonomics.com che racconta Cody a partire dalla campagna di Keep America Beautiful). Iron Eyes ha anche (inspiegabilmente) eseguito il (discutibile) ‘canto ancestrale’ di Lakota, dall’album di Joni Mitchell del 1988 Chalk Mark in a Rainstorm.
Ma il punto non sembravano essere i soldi. Una volta diventato Iron Eyes, Oscar non è mai più uscito dal personaggio, con o senza cinepresa: parlava, viveva, si vestiva e si comportava come un indiano. Talmente tanto che sposò una nativa americana vera, e che nativa.
Bertha Pallan Thurston Cody (1907 o forse 8/1978, nata Parker) è stata la prima archeologa nativa americana, di origini Abenaki e Seneca. Bertha ha una storia bellissima e si meriterebbe un articolo tutto suo, anche per riparare a un torto terribile: la sua lapide recita “Mrs Iron Eyes Cody”. Wikipedia inizia così: “Bertha (Yeawas) “Birdie” Parker è nata nel 1907. Sua madre Beulah Tahamont era un’attrice; da adolescente, lei e la madre si sarebbero esibite con i Ringling Bros. e Barnum e Bailey Circus come parte dello spettacolo Pocahontas. Suo padre Arthur C. Parker era un archeologo e il primo presidente della Society for American Archaeology. Suo nonno materno era l’attore Elijah ‘Chief Dark Cloud’ Tahamont”. Come archeologa è titolare di molti ritrovamenti e diversi saggi accademici. Si è sposata tre volte, l’ultima nel 36 proprio con Iron Eyes Cody.
Non sappiamo se lei fosse a conoscenza dell’inganno, probabilmente sì, forse perfino complice. E secondo la sensibilità contemporanea questo sarebbe sbagliato: lui si è appropriato della cultura di lei costruendone una versione fittizia, hollywoodiana, falsa. Chissà. Potrebbe essere che lui fosse tanto intensamente indiano da esserlo diventato? Potrebbe darsi, come sostengo da tempo, che si può diventare qualcosa di diverso e esserlo meglio degli originali? Io per esempio sono un pessimo italiano, e conosco dei tedeschi che sono italiani molto migliori di me.
Ovviamente non riesco a non pensare a Rachel Dolezal, il cui caso è molto simile e insieme profondamente diverso: “Rachel Anne Dolezal (che ora si chiama Nkechi Amare Diallo) è un’attivista, autrice ed ex insegnante universitaria americana nota per presentarsi come una donna nera nonostante sia nata da genitori bianchi”. Per anni ha vissuto come afroamericana, diventando pure attivista per i diritti, per poi essere smascherata e dichiarare di “identificarsi come nera”. Anche Dolezal, come Cody, nega la propria identità e ne abbraccia una altrui. Però lei lo fa in un’epoca nella quale essere neri è molto cool (e in certi ambienti vantaggioso). Certo, si può essere oggetto di razzimo (cosa che lei ha ripetutamente denunciato): non solo esiste un narcisismo dell’essere vittima di discriminazioni, ma Dolezal (che si è solo scurita la pelle e fatta una permanente) all’occorrenza poteva sempre affermare che i suoi genitori in realtà erano bianchi, “di origine tedesca, ceca e svedese”. La storia di Cody mi pare ben diversa. Anche lui è folgorato da una cultura distante dalla propria (negli anni 20 del 900, ben prima dell’orgoglio nativo e l’attenzione alle minoranze di oggi) ma ci si cala completamente, non “si identifica” bensì “lo diventa”. Incalzato dalla stampa sulle sue origini italiane rispose: “Non puoi provarlo. Tutto quello che so è che sono solo un altro indiano” - e per la società, sua moglie, i suoi vicini, amici, conoscenti e fan, era certamente vero.
C’è un altro falso indiano famoso, Edgar Laplante, Chief White Elk, Cervo Bianco. Anche lui ha una storia strepitosa (in parte ambientata in Italia), raccontata in un breve documentario di Rai Storia. A differenza di Cody però, Laplante era un ladro di identità e un truffatore (molto creativo e audace).
Chiudo con un’altra delle mie teorie strampalate. Noi italiani possiamo essere tutto: schiavi, minatori, geniali inventori, criminali organizzati, guru, truffatori spericolati (il più famoso è Ponzi, contemporaneo di Cody), aviatori intrepidi, architetti stellari, pittori illustri, pionieri del Jazz, top manager e forse anche indiani. Come dite? È appropriazione culturale? Avete ragione. Quello che mi fa pensare è che nessun indiano autentico all’epoca sembrava pensarla così a partire da Bertha, il cui nonno (anche lui attore) era un vero capo Abenaki, e i molti parenti di Cody effettivamente nativi. Ovviamente oggi questo cambio d’identità sarebbe inaccettabile, vedi il caso Dolezal. All’epoca però questa sensibilità non c’era. Inoltre ancora recentemente un certo cinema progressista americano ha celebrato dei bianchi Going Native, che diventano nativi e vengono accettati come tali.
Un Uono Chiamato Cavallo (Elliot Silverstein, 70)
L’aristocratico inglese John Morgan viene catturato, ridotto in schiavitù e trattato come un animale da una tribù di nativi americani. Capisce che la sua unica possibilità di libertà è ottenere il rispetto della tribù, supera la sua ripugnanza e uccide due guerrieri della vicina tribù nemica Shoshone, cosa che gli consente di rivendicare lo status di guerriero…
Il Piccolo Grande Uomo (Arthur Penn, 70)
La vita di un bambino bianco cresciuto tra i Cheyenne che cerca di reintegrarsi nella società bianca ma resta irreparabilmente preso tra i due mondi. Tra i primi esempi di Western revisionista pro-indiani e anti “conquista del West”, ha molto contribuito alla diffusione di una certa immagine della cultura nativo-americana che però, essendo Hollywood, è magari simpatetica ma non priva di stereotipi.
Balla Coi Lupi (Kevin Costner, 90)
Esempio di Western revisionista Pop con soldato che si converte, i Sioux che lo accettano, finale amaro, morale oggi ovvia. Forse non ai tempi di Cody.
Vi risparmio la successiva (e forse conseguente) fascinazione di noi occidentali per le culture dei nativi americani, dai Dreamcatcher all’autogrill (poi appesi al retrovisore) fino al nostro presidente del Senato, i cui figli si chiamano Antonino Geronimo, Lorenzo Kocis e Leonardo Apache. Chiudo con la frase finale di Iron Eyes, che mi pare perfettamente in equilibrio tra i due mondi:
“Cody morì all’età di 94 anni il 4 gennaio 1999. Prima della morte aveva scritto quesa nota: ‘Rendimi pronto a stare davanti a te con occhi puliti e diritti. Quando la vita svanisce, come il tramonto che svanisce, possano i nostri spiriti stare davanti a te senza vergogna’”.
PS: Ecco, se non lo conoscete già, il fantastico Alborosie, nato nel 77 a Marsala col nome di Alberto d’Ascola e diventato un musicista giamaicano molto più giamaicano di molti musicisti giamaicani (vive e lavora lì, ha la doppia cittadinanza).
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