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Mosche · Aug 1, 2026

Cate & Käthe

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Sergio Messina · Mosche

Oggi sarebbe il 107esimo compleanno di mia madre Cate (1919/2002), da cui ho avuto il cognome e l’attitudine alla scrittura. Era una giornalista e scrittrice dotata di notevole capacità di descrivere (che io non ho) e di immedesimarsi nei soggetti che raccontava.

Cate negli anni 50

Uno dei suoi crucci letterari era Nostra Signora dei Vinti, biografia dell’artista tedesca Käthe Kollwitz sulla quale aveva lavorato per molti anni ma che non era riuscita a pubblicare (per motivi editoriali, dato che il volume prevedeva molte foto delle opere). Qualche anno dopo la sua morte ho deciso di pubblicarla sul mio sito, liberamente scaricabile. Oggi, per festeggiarla, pubblico qui il capitolo introduttivo. Se vi piace potete scaricare l’intera biografia in formato PDF da questa pagina.

Käthe nel 1927, foto di Hugo Erfurth, fonte Wikimedia

NOSTRA SIGNORA DEI VINTI
Biografia di Käthe Kollwitz
di Cate Messina

Capitolo 1

360 gradi di orizzonte, il giro completo. Dal belvedere della torre alta 85 metri la Fiandra Occidentale si stende tutt’intorno ed è solo pianura, a perdita d’occhio. Una veduta sorprendente. Ma i fiamminghi non hanno innalzato questa torre in riva al loro fiume leggendario, l’Yser, per consentire a noi di ammirare, passeggiando lungo le 144 vetrate di una terrazza coperta, i campanili, le torri, le case sparse, i villaggi, i boschi, i pascoli, i vicini tetti rossi di Diksmuide e, se la giornata è limpida, perfino i campanili e le torri di Bruges lontani 35 chilometri in linea d’aria con quelli di Ostenda, di Nieuport, una striscia di Mare del Nord, i remoti ‘Monti di Fiandra’ la cui cima più alta, il Kemmel al di là di Ypres, misura appena 151 metri. Questa è una torre-sacrario e da quassù, se un attimo sottraendoci alla magia delle immagini ritroviamo la lucidità di un pensiero razionale, l’idea che con essa i fiamminghi non abbiano voluto solo onorare i caduti di due guerre ma anche ammonire noi, i posteri, può indubbiamente sfiorarci. Il paesaggio è ordinato e affascinante. Mentre guardiamo i pascoli popolati da placide mucche, i campi perfettamente disegnati e ben coltivati, le piccole case dai tetti aguzzi, i filari di alberi, le macchie boscose, il fiume sinuoso solcato da qualche canoa, tutto l’insieme dai colori delicati ma nitidissimi su cui, a intervalli regolare di tempo, si diffondono le note dei tipici concerti di carillons suonati qua e là dai vari campanili, si può arrivare a pensare che non esista al mondo un luogo capace di ispirare un più profondo senso di pace; e forse è vero, ma è anche drammaticamente vero che in tutto il mondo non esiste un luogo in cui sono concentrate, della guerra, un così grande numero di memorie dolorosamente visibili, tangibili.

Ricordare, da quassù, costa uno sforzo. Anche di immaginazione. Soprattutto di immaginazione. Tuttavia è proprio qui, in questo luogo d’incanto, che dal 1914 al 1918 si combatté senza tregua per quattro anni e due mesi, formazione contro formazione, uomo contro uomo, una lotta feroce condotta spesso col ricorso all’arma più odiosa, la baionetta. Il 10 novembre 1914, quando la prima guerra mondiale era cominciata da appena tre mesi e mezzo, l’incantevole Diksmuide era già un mucchio di rovine. Per impedire all’invasore di tornare i belgi arrivarono allora a inondare queste terre sbarrando l’Yser, ma l’invasore tornò lo stesso e tutti i villaggi della zona furono rasi al suolo. Sì, è anche questo il luogo in cui tra il 1915 e il 1917 i comandi tedeschi sperimentarono tutti i tipi di gas asfissianti fino all’ultimo, quello che resultó il più micidiale e che fu poi battezzato ‘Iprite’ da Ypres, la sfortunata città su cui era stato sparso in dosi più massicce con effetti spaventosi per la popolazione. E non dovevano passare più di 25 anni perché, scoppiata un’altra guerra, questa zona tornasse ad essere nuovamente teatro di operazioni sanguinose. Risultato: distruzione totale, ancora una volta.

Una loro torre-sacrario i fiamminghi l’avevano costruita dopo il primo conflitto, tra il 1928 e il 1930, incidendovi sopra in quattro lingue l’esclamazione “Mai più guerre!” e, come per un miracolo, tra tanti disastri il successivo conflitto l’aveva risparmiata; ma la pace era appena tornata quando, una notte del 1946, alcuni delinquenti che non si riuscì mai a identificare e punire la fecero saltare in aria con una carica di dinamite. Simbolicamente, utilizzando le stesse macerie, i fiamminghi costruirono allora una grande porta sormontata dalla scritta PAX e vicino innalzarono una nuova torre, più alta della prima, sotto cui avrebbero deposto in seguito le spoglie dei loro tanti caduti. Qui, tutt’intorno, i cimiteri di guerra dei Paesi coinvolti nei due conflitti sono innumerevoli e fitti di croci, anche se non è stato mai possibile raccogliervi tutti i caduti, di cui una gran quantità erano stati a suo tempo sepolti nei luoghi in cui avevano perso la vita, sui campi o ai bordi delle strade, sotto una pietra con il nome o con la sola scritta ‘Caduto per la Patria’ e a volte, nell’urgenza di un’avanzata o di una ritirata, con due semplici piccoli rami d’albero in forma di croce che il primo acquazzone avrà portato via.

Il più imponente tra tutti è il Memoriale Britannico della Porta di Menin a Ypres dove 54.896 nomi sono incisi nella pietra e sotto le cui arcate, ogni sera alle otto, risuonano ancora oggi le note solenni dell’ammainabandiera. Anche il più commovente è britannico; si trova vicino Messen e vi sono sepolti 673 soldati accomunati da un unico particolare: sono tutti ignoti. Molti anche i monumenti. Tra essi ce n’è uno dedicato alle vittime dei gas, presso il ponte di Steenstraate. Musei della guerra si trovano a Diksmuide, a Ypres, al primo piano della torre dell’Yser e altrove. C’è il ‘Camminamento della morte’, intatto, un insieme di trincee e di postazioni situato a pochissimi metri da un bunker tedesco dove per anni molti soldati alleati vissero in condizioni da incubo. Da lì si tirava fuori la testa solo per sparare un colpo o per riceverlo e si usciva per sortite improvvise, per attacchi alla baionetta; ma anche, a volte, per andare in piena notte a riempire sacchi di terra con cui rinforzare le trincee: corvées dalle quali non c’erano mai molte probabilità di fare ritorno. Qua e là per i villaggi si custodiscono cannoni strappati al nemico..... E’ un elenco di memorie praticamente infinito. Dall’alto della torre, però, tutto questo si può anche ignorarlo. Da quassù, passeggiando lungo le 144 vetrate del belvedere, arrivati a un certo punto in direzione est vediamo un villaggio non diverso da tutti gli altri con la sua chiesetta dal campanile a punta e poco oltre la macchia verde di un bosco, anch’esso come tanti altri: si può notarli o no, perché non c’è nessuna ragione per fissarvi lo sguardo più a lungo: da questa distanza non sono che un minivillaggio e un minibosco, simili a elementi di un gioco per bambini.

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Il nome è Vladslo e a nessun turista può venire in mente di andarci, fuorimano come si trova, raggiungibile unicamente da una strada secondaria. Ma è proprio lì, nel piccolo bosco di Vladslo, che si nasconde la più alta, la più struggente, la più severa tra tutte le testimonianze che questa terra conserva. Chi potrebbe immaginarlo? E’ un cimitero di quello che allora era ‘il nemico’. Tra i 25.638 soldati tedeschi sepolti lì - decine e decine sotto ogni singola lastra di marmo, molti con al posto del nome la scritta ‘Unbekannt’, cioè ‘Sconosciuto’ - c’è un ragazzo che nel 1914 aveva solo diciotto anni. Un giovanissimo artista: disegnava, scolpiva, amava la poesia e la musica. Ma amava soprattutto la vita. Tuttavia al ‘richiamo della patria’ era accorso subito volontario, fermamente convinto che sulla Germania incombeva un grave pericolo e che ogni buon patriota aveva il sacro dovere di andare a difenderla, costasse anche la vita: le stesse identiche cose in cui avevano fermamente creduto i diciottenni di altri Paesi che poi, nella piana dell’Yser, il ragazzo si era trovato di fronte. Per lui la guerra era durata appena nove giorni. Si chiamava Peter Kollwitz.

Tutto quello che ormai resta del ragazzo Peter è un po’ di polvere tra tanta altra polvere, un nome tra tanti altri nomi, senza alcun privilegio, nel cimitero ricavato dentro il bosco di Vladslo in quella terra straniera e lontana. Ma le due commoventi figure in granito belga - una bella pietra d’un grigio quasi blu - inginocchiate davanti alla distesa delle ordinate lastre tombali, una donna e un uomo, sono le immagini dei suoi genitori: la madre Käthe, scultrice e artista grafica, autrice dell’opera, e il padre Karl, medico dei poveri a Berlino. Secondo alcuni critici le due statue, soprattutto quella dell’uomo, sono tra le migliori prodotte in questo secolo (Fig.1). Tra le più belle e tra le più ignorate. Chi va a visitare oggi un cimitero tedesco della guerra ‘14 -’18 in un punto sperduto delle Fiandre nel nord-ovest del Belgio? Molti tra i discendenti di quei morti forse non sanno nemmeno che il loro nonno o o bisnonno o prozio è sepolto lì. Il fatto è che i tedeschi caduti in quella zona, forse 220.000 nella sola prima guerra mondiale, erano stati originariamente sotterrati in quasi mille diverse località e solo molto più tardi, cioè intorno al 1955, vennero quasi tutti esumati (a parte 173 che riposano accanto agli ex nemici inglesi in un cimitero misto a Zeebrugge e altri 1.105 lasciati dove gli stessi ex nemici avevano dato loro anni prima pietosa sepoltura, nei luoghi presso cui erano caduti, cioè in 79 ossari del Commonwealth) per essere raccolti in quattro grandi cimiteri di cui uno è quello di Vladslo.

Ufficialmente ci sarebbe un custode, ma ormai è sempre più difficile trovarlo. Fino ad alcuni anni fa era possibile comperare a Diksmuide, in un negozio di cui è titolare un cittadino tedesco, delle cartoline in bianco e nero che riproducevano le due statue, ma ora non ce ne sono più. Esaurite da tempo. Difficilmente saranno ristampate, dice il gestore, dato che nessuno le richiede. Un capolavoro nascosto, dunque. Lo spazio del cimitero è ricavato nel bosco che però non è stato interamente sacrificato: qua e là tra le pietre tombali ci sono infatti molti grandi alberi che danno all’insieme la fisionomia di un parco e su di essi gli usignoli cantano come nel giorno lontano in cui Käthe e Karl Kollwitz vennero da queste parti a cercare la tomba del loro Peter in un altro cimitero, la prima volta. Per il resto è silenzio. E solitudine.

A quest’opera l’artista si impegnò per molti anni. Iniziò subito dopo la morte del figlio avendo come progetto un monumento per lui, per la sua tomba. Un lavoro continuamente interrotto e ripreso e di nuovo interrotto. Troppo duro per una madre: se dedicarsi ad esso le procurava a volte l’illusione di una tregua nel dolore, sempre poi l’angoscia tornava, via via più viva, e la costringeva ad abbandonare, a coprire la figura abbozzata o a demolirla. Solo qualche tempo dopo lei sentì che non unicamente a Peter doveva dedicare quel lavoro ma a tutti i ragazzi caduti laggiù e allora elaborò altre idee, concepì nuovi progetti, fece tentativi diversi. Così gli anni passarono finché - la guerra essendo finita da un pezzo - ormai tutti i cimiteri militari d’Europa avevano i loro monumenti: vittorie alate per i vincitori, angeli dolenti per i vinti: e alloro per tutti.

Quello di Käthe Kollwitz, forse il solo monumento ai caduti opera di una donna, arrivò per ultimo. Era già il 1932 quando le due figure uscirono dal suo studio per essere esposte alla Galleria Nazionale di Berlino prima di raggiungere la destinazione definitiva: ed era, sì, forse l’ultimo al mondo ma era anche l’unico che dicesse sulla guerra tutto quello che c’era da dire perché rappresentava due genitori in ginocchio, i volti rigidi, chiusi nell’espressione di chi ha già superato il trauma ma non il dolore e adesso esprime il solo giudizio possibile di fronte a quanti avevano mandato tutti quei ragazzi a morire, ingannandoli. La mostra ebbe un successo tale che si dovette prolungarne la durata a causa dell’eccezionale affluenza di pubblico. Poi finalmente le statue, che avevano suscitato entusiasmo nei visitatori ed erano state definite mirabili dai critici, poterono partire nel mese di luglio del 1932 per il luogo al quale erano state destinate, che era allora il cimitero di Eessen-Roggeveld.

Sei mesi dopo cominciava il Terzo Reich. Espulsa immediatamente perché socialista dall’Accademia di Germania alla quale era stata eletta con grandi onori qualche anno prima, perseguitata dal Regime, messa nelle condizioni di non poter esporre più le sue opere e quindi condannata, nelle intenzioni dei suoi persecutori, a scomparire come artista, per qualche tempo Käthe Kollwitz visse nell’angoscia che le due statue sarebbero state tolte dal cimitero di guerra. Ma Hitler era troppo occupato a preparare la guerra successiva. Non ci pensò. O forse, addirittura, ignorò fino alla fine dei suoi giorni che in un cimitero di guerra della sua ‘Germania über alles’ c’era il monumento ai caduti meno marziale del mondo, il più antieroico, quello che esprimeva sulla guerra e sui Signori della Guerra un giudizio storico e umano durissimo, definitivo.

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Read the original on sergiomessina.substack.com

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