Ciao e buona domenica,
questa è S’È DESTRA, per la precisione l’uscita 137. La sto scrivendo dall’Albania, dove sto partecipando alla mobilitazione della rivoluzione dei fenicotteri. Ne scriverò da qualche parte, sarà mia premura segnalarvelo.
Questa newsletter racconta fatti, storie, culture, politiche delle destre in Italia e nel mondo. La scrivo io che sono Valerio Renzi, faccio il giornalista e mi occupo di comunicazione politica.
Oggi parliamo di una mostra che ho visto a Bruxelles, che mi sembra un ottimo punto di partenza per immaginare un museo e una pedogogia postcoloniale e antirazzista.
La mia mail è valrenzi@gmail.com, ho un profilo su X e uno su Instagram, su Bluesky e Mastodon. S’È DESTRA è anche un canale Telegram per tutte le cose che non stanno in una newsletter.
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Ora iniziamo!
A Bruxelles è in corso una mostra intitolata Postcolonial?. L’esposizione temporanea si trova all’interno della Casa della storia europea, un museo permanente adiacente al Parlamento Europeo e nato su iniziativa delle istituzioni comunitarie.
Compressa in poche sale la mostra riesce a rendere in una forma didatticamente efficace sette secoli di storia coloniale, senza elidere la conflittualità e le difficoltà di elaborazione che questa lunga storia porta all’interno delle nostre società, mettendo a tema il razzismo istituzionale e il permanere di privilegi e discriminazioni legati non solo alla cittadinanza, ma anche al colore della pelle e alle origini.
Una delle cose interessanti è che tutto questo avviene mentre, a poche centinaia di metri, una maggioranza de facto composta da popolari e destre estreme, demolisce il diritto d’asilo e dà il via libera alle deportazioni di massa e ai rastrellamenti (come abbiamo raccontato qua).
Se possiamo sovrapporre l’autonarrazione che l’Unione Europea fa di se stessa e quanto viene espresso dall’allestimento permanente del museo, lo stesso non si può dire di quanto sta avvenendo in queste settimana nell’aula parlamentare e la mostra in corso, che prendono due strade radicalmente diverse e confligenti.
“1492 Colombo sbarca nelle Americhe. I viaggi di Colombo segnano l’inizio della colonizzazione. Entro il 1600, milioni di persone indigene in tutte le Americhe erano state uccise in massacri, guerre, malattie e lavori forzati”. Così la linea del tempo che apre l’esposizione racconta la “scoperta” del navigatore genovese. Se con il colore nero sono apposte le date più significative del processo di colonizzazione (e successivamente di opposizione al processo di decolonizzazione), in rosso sono segnati i momenti più significativa di resistenza alla colonizzazione occidentale, e poi all’eredità di quella colonizzazione.
Una linea del tempo costruita in questo modo, non solo fa emergere episodi e storie che ignoriamo, ma che non sono meno significative viste dalla parte dei colonizzati (per esempio: nel 1624 “La regina Nzinga sale al trono del regno di Ndongo. La regina Nzinga guida il popolo Mbundu nel Ndongo (Angola settentrionale), opponendosi alla colonizzazione portoghese e alla tratta degli schiavi attraverso iniziative militari e diplomatiche”), ma pone la rivoluzione degli schiavi ad Haiti in continuità con le rivolte di Black Lives Matter.
L’esposizione non si limita a mostrare i ceppi degli schiavi e a costruire un percorso espositivo attorno ai fatti più significativi della storia coloniale, ma ha il grande pregio di mettere le mani nel presente. Degli inserti multimediali raccontano le vite di uomini e donne delle diaspore, storie che si dipanano tra due sponde, tra territorio metropolitano e territorio coloniale, tra razzismo istituzionale ed emersione di bisogni e rivendicazioni che portano con sé lotte, pratiche, comunità.
Tra queste voci c’è quella di Rahel Sereke. Di origine eritrea è nata a Roma nel 1978 e da molti anni vive a Milano. Il suo è il racconto del suo impegno non solo come ricercatrice, ma soprattutto come attivista di Cambio Passo, un’associazione della diaspora che sostiene rifugiati e richiedenti asilo. L’ho raggiunta al telefono e per lei non c’è dubbio che qualcosa è cambiato a livello globale dopo l’omicidio di George Floyd e le rivolte che ne sono seguite. Racconta di come scelse insieme a tante altre di contestare quello che in quel momento era una delle principali voci della sinistra progressista in Italia, l’Espresso diretto da Marco Damilano: “Per raccontare le mobilitazioni italiane di Black Lives Metter l’Espresso scelse una foto di due ragazzi bianchi che si inginocchiavano. Contestammo quella scelta, ancora una volta venivamo invisibilizzati”.
“Quello che ritengo necessario far emergere è che nel campo progressista la risposta ai fenomeni migratori è stata ed è del tutto inadeguata, e lo è probabilmente per ragioni culturali e storiche. - prosegue Sereke - Nel nel che c'è tanto e solo l'incapacità di leggere un fenomeno globale, interconnesso in questo momento alle crisi del sistema capitalistico, ma soprattutto il fatto che non hai ancora fatto i conti con la storia coloniale. Questa mancanza di coscienza, ha prodotto il fatto che ancora oggi gli effetti della storia coloniale rappresentano un vulnus per la democrazia liberale”.
Così al visitatore non viene nascosto che il processo di decolonizzazione non ha eliminato squilibri, dipendenze, ingerenze, non c’è il lieto fine con la fine del colonialismo di conquista, il cui termini non ha cancellato neanche il razzismo come elemento strutturale delle società europee. Da qui un finale aperto, che porta i segni delle rivolte dei soggetti razzializzati contro le violenze delle forze dell’ordine nelle periferie delle nostre città. Vengono esposte le foto delle statue abbattute, imbrattate, sovvertite in tutto il mondo (compresa quella di Indro Montanelli a Milano) mettendo in scena la rivolta contro il rimosso coloniale, l’invisibilizzazione della violenza e dello sfruttamento, dello sterminio, dietro i conquistatori a cavallo o in posa. Non manca la capocciona colpita dalla vernice di Leopoldo II (anche nella foto di copertina), rimossa da un parco pubblico. Il Congo era una proprietà personale del re del Belgio, che ha imposto un regime violentissimo di schiavitù e sfruttamento: sono stati decine di migliaia i congolesi a cui venivano tagliate le mani per non aver raccolto la quota stabilita di gomma.
Al termine del percorso un tavolo pieno di libri di testo scolastici da tutta Europa, e poi l’invito con il materiale messo a disposizione e tratto dall’esposizione, per aggiungere la propria pagina. Se il museo è lo spazio della rappresentazione culturale e pedagogica per eccellenza, Postcolonial? rappresenta allo stesso tempo un modello da cui partire e uno stimolo per costruire il racconto che manca nella storia coloniale. Un modello anche per il comitato scientifico che ha realizzato l’esposizione, composto per la maggior parte da ricercatori e docenti delle diaspore o figli della colonizzazione.
Se la mostra di Bruxelles è un laboratorio utile a fare un passo avanti per una pedagogia postcoloniale, l’Italia come sappiamo è il laboratorio della rimozione della storia coloniale. Nel 2024 scrivevo che “serve un museo post coloniale della violenza fascista e italiana”, dopo altri due anni di governo Meloni affrettare la discussione per la costruzione di istituzioni e strumenti pedagogici è quanto mai importante, a partire da quanto l’attivismo e la riflessione dell’arte contemporanea ha già messo sul tavolo della discussione.

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