Quanti percorsi conosci a memoria? Probabilmente tre o quattro. Il giro del parco, il percorso lungo il fiume, l’anello del quartiere che sai misurare esattamente in cinque, dieci o quindici chilometri.
Siamo creature abitudinarie. Le tabelle e i tragitti ben noti ci danno sicurezza. Sappiamo dove sono le fontanelle, calcoliamo i dislivelli e prevediamo la fatica al millimetro. Ma negli anni ‘50, il filosofo francese Guy Debord teorizzò un concetto affascinante chiamato dérive, la deriva. Consisteva nell’abbandonare i percorsi abituali della città, rifiutando le mappe per lasciarsi guidare esclusivamente dalle emozioni, dall’architettura e dal caso. Un esercizio di disorientamento volontario per risvegliare i sensi intorpiditi dalla routine.
Applicare la deriva alla corsa è un formidabile esercizio di libertà. Significa uscire di casa senza una meta precisa e svoltare a un incrocio semplicemente perché un viale alberato ci ispira, o perché vogliamo scoprire dove conduce una strada mai percorsa. Le abitudini ci rendono efficienti, ma spesso ci rendono anche ciechi all’ambiente che ci circonda. Oggi, prova ad abbandonare il “solito giro”. Non guardare l’orologio, ignora il passo al chilometro e regalati il privilegio di perderti nella tua stessa città. La capacità di accogliere l’inaspettato si allena anche così, un passo alla volta.
A domani,
Sandro

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