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L’inglese ha un’espressione molto efficace, “to grill”, per descrivere quel che si è visto pochi giorni fa al Senato degli Stati Uniti, quando Anthony Fauci ha resistito stoicamente a un fuoco di fila di domande e provocazioni da parte della Commissione per la sicurezza interna presieduta dal repubblicano Rand Paul. Ma il tentativo di “cuocere alla griglia” uno dei più autorevoli e stimati scienziati del mondo è stato neutralizzato dalla resistenza psicologica dell’immunologo ottantacinquenne, che, per più di 100 volte in quasi tre ore di audizione, è riuscito ad attenersi, senza battere ciglio, alla strategia consigliatagli dai suoi avvocati.
Anche davanti a domande sul colore della sua cravatta o su che giorno fosse, Fauci si è sempre rifiutato di rispondere, appellandosi al quinto emendamento della Costituzione statunitense e ripetendo, come un disco rotto, queste parole: “On the advice of counsel, I respectfully decline to answer based upon my rights under the Fifth Amendment to the Constitution”.
Ricapitolo in breve, per i pochi che non sanno di chi e di che cosa si parla. Tony Fauci è prima di tutto un grande scienziato, tra i più citati al mondo, autore di importanti pubblicazioni che hanno cambiato la sorte di pazienti con alcune malattie autoimmuni, ma diventato famoso soprattutto come capofila della risposta della comunità scientifica all’epidemia di HIV.
Per più di 100 volte in quasi tre ore di audizione, l’immunologo ottantacinquenne, è riuscito ad attenersi, senza battere ciglio, alla strategia del silenzio consigliatagli dai suoi avvocati.
Un altro scienziato, Charles Rice, che ha vinto il premio Nobel per il suo lavoro sull’epatite C e che ho intervistato pochi mesi fa per Le Scienze, mi disse che, a suo parere, Fauci si meriterebbe non uno, ma 25 riconoscimenti dall’accademia di Stoccolma. Se la medaglia non è mai arrivata, e forse non arriverà mai, è forse anche per la stessa ragione per cui oggi si discute della sua figura, sempre, e inevitabilmente, a cavallo tra scienza e politica.
Fauci ha infatti diretto per vent’anni l’Istituto per le malattie infettive e autoimmuni (NIAID) dei National Institutes of Health (NIH) del governo statunitense di Bethesda, dove ha lavorato fin dall’inizio della sua carriera, mentre si dice che abbia rifiutato più volte il ruolo, ancor più prestigioso, di direttore generale di tutti gli NIH. Per capirci, non si tratta solo di uno dei massimi, se non il massimo, centro di ricerca biomedica al mondo, ma anche il principale finanziatore di progetti di ricerca di altre istituzioni, università e laboratori anche al di fuori dei confini statunitensi. Difficile, in quella posizione, non farsi dei nemici, o tenere del tutto separata la dimensione strettamente scientifica da quella “politica” , intendendo questo termine in senso lato, con riferimento a scelte che hanno un impatto sulla sanità pubblica, e, più largamente, sulla società, non solo con la connotazione “partitica” a cui si pensa di solito.

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