A mio modo di vedere la questione è urgente. Non sappiamo il domani che cosa porterà, e anch’io mi chiedo se Rinascendo diventerà qualcosa di più che solo un’idea. Per ora mette in campo argomenti che si andranno definendo sempre meglio. Quelli di Augusto ruotano intorno allo sviluppo della persona. I miei guardano alle ragioni dello spirito.
C’è in giro un (evidente!) bisogno di tutto quanto di meno attribuibile alle categorie in voga esiste: attenzione, concentrazione, riconoscimento delle capacità proprie di portare valore, incoraggiamento… in soldoni: bisogna certamente fare qualcosa, ma prima ancora di mettersi a fare bisogna fermarsi per capire quelle sfumature che in questa folle corsa alla produttività rischiamo di non esser più capaci di captare. Ne abbiamo diritto.
La realtà che viviamo è da paura. Non riusciamo più a incontrarci. Una volta se mancavi un appuntamento te l’eri perso. Oggi l’online ha creato una via di mezzo per sopperire alla mancanza di presenza fisica, col risultato di una comunicazione non completa.
Il tono di voce, l’espressione del volto, l’atmosfera che si genera... l’online questo non lo trasmette. Una comunità vive di presenza fisica; non esiste solo “se si ha bisogno di” ma per far fiorire tutto quel patrimonio che porta vita.
Vedo di frequente ambienti dove si parlano conversazioni che non portano a niente. Ci si intrattiene, ci si saluta, e poi ognuno per sé. Magari si scambiano pareri, ma senza un seguito costruttivo tutto finisce in chiacchiere. Chiacchiere, non chiacchierate.
Le chiacchierate partono dalla curiosità. Avvengono fra persone che condividono i loro interessi e che in questo modo si conoscono e aprono a un’interazione. Le chiacchiere emergono invece dal vuoto. Scambi di parole che stanno in piedi solo per giustificare un incontro, perché ci si trova lì e qualcosa bisogna pur dire.
Trovo che chi consiglia alle persone di guardarsi dentro faccia benissimo. Viviamo l’infanzia con gioia e crescendo scopriamo che ci tocca difenderci da 10000 insidie. Non è una contraddizione nascere per poi trovarsi a contemplare il morire? La Bellezza esiste forse per spegnersi, o per brillare?
Siamo arrivati a un punto di smarrimento di bussola, e qualcosa ci richiama alle responsabilità nostre individuali. Oggi però non è più come ieri. Oggi le difficoltà si moltiplicano.
La comunità è un’infrastruttura sociale di elementi che se ne manca uno, non solo non può esserci l’altro, ma non può nemmeno originarsi una connessione per mezzo della quale l’uno compensa l’altro. In altre parole: il problema non è solo quello che viene a mancare, ma anche il buono che non potrà mai manifestarsi.
Prendiamo per esempio il corpo umano: mani e piedi van forse ognun per conto loro? Certo che no!! Devono essere collegati perché noi possiamo camminare, agire, svagarci e divertirci.
La forte incomunicabilità e autostima al minimo tipica di questi tempi turbolenti non fa altro che riportare all’attenzione bisogni di base che il passaggio delle epoche pare non aver proprio mai cancellato. Domandiamoci dunque come aiutarci con qualcosa di più che una buona parola. Proviamo a metterci in gioco noi con quello che ci viene in mente... che però (certo!) ci verrà in mente solo se siamo disposti a coltivarci dentro invece di lasciarci trasportare a seconda di dove soffia la tramontana.
Ecco il senso del mantenere allenato lo spirito critico. Dell’esplorare storie al di là della loro logicità esteriore. Del guardare alla cultura come lingua di emozioni. Del riconoscere l’antico come origine e non anacronismo.
Secondo me ci sono bisogni interni ed esterni da ponderare seriamente perché imprescindibili all’equilibrio della persona. Ci penso da tempo, e come sempre quei pensieri son finiti in appunti che adesso diventano questo articolo.
Per esempio:
solitario e isolato non vogliono dire la stessa cosa. Io sono una solitaria. Per scrivere ho bisogno di concentrazione, e per riuscirci ho bisogno che non voli una mosca. Ma non sono un’isolata. Se così fosse non avrei amici, mi sentirei come in un labirinto esistenziale senza sapere come uscirne;
la famiglia è spesso più frenante che incoraggiante;
il clima generale di incertezza e sfiducia fa da FRENO a qualunque iniziativa, sia essa di svago come di progetto lavorativo - ormai da soli non si fa più nemmeno impresa;
non si sa più come comportarsi in mezzo agli altri (interagire, comunicare);
non si può prescindere dal prendere di petto il futuro, dato che è solo questione di tempo prima che arrivi e tutti ci proiettiamo sopra qualcosa di nostro;
tanti bisogni poi rimangono inespressi - i giovani hanno diritto di imparare quello che il mondo non insegna più; gli anziani di incoraggiamento nell’ottica di una storia di vita oltre la fine di questa; e noi adulti abbiamo una gran voglia di partecipazione, stufi di una vita sempre uguale.
Se quello che vedo io lo vedete anche voi, forse allora è il caso di cominciare col fare una valutazione della propria vita e mettere in atto piccoli cambiamenti di abitudini. Troviamo un punto d’incontro invece di alimentare distanza.
Non possiamo parlare di esigenza di comunità come di qualcosa che andava di moda ieri e oggi non più. L’aria e la Bellezza ci riguardano da vicino, non hanno età, non possono chiamarsi vecchiume. Ci sono cose che non si possono né definire superate né tantomeno soltanto dei miti.
Se proviamo disperazione invece di meraviglia, o disorientamento invece che senso di appartenenza, non è affatto un’esagerazione.
Ma, grazie a Dio, nemmeno the end.

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