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Elastiverso di Claudia de Lillo · Aug 7, 2026

Il contadino, il suo cavallo e il tao del viaggiatore

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Claudia de Lillo alias Elasti · Elastiverso di Claudia de Lillo

Piccola storia taoista
Una notte, in un villaggio povero della Cina, il cavallo di un vecchio contadino riuscì a uscire dal suo recinto e scappò. L’indomani, con il diffondersi della notizia, tutti esclamarono: «Tapino! Sei proprio sfortunato». Ma il contadino rispose: «Non so, chi può dirlo?»
Dopo qualche giorno il cavallo tornò portandone un altro e il contadino si ritrovò con due animali. Tutti si congratularono ed esclamarono: «Che fortuna sfacciata hai avuto». Lui rispose: «Non so. Chi può dirlo?»
Il figlio del contadino volle cavalcare il nuovo cavallo ma cadde dalla sella e si ruppe la gamba. E tutti compatirono il contadino: «Che sventura!». Ma lui non era convinto e rispose: «Chissà.»
Poco dopo i militari arrivarono al villaggio e arruolarono tutti i giovani in buona salute per mandarli in guerra. Il figlio del contadino però aveva una gamba rotta e fu risparmiato. «Sei veramente un uomo baciato dalla buona sorte» gli dissero. Ma lui ancora non poteva esserne sicuro.

Questa storia ci è stata raccontata da Tony, la nostra guida gaudente e Mba (Married but available - sposato ma disponibile) durante un viaggio in macchina verso le montagne del Sichuan, per spiegarci la differenza tra taoismo e buddhismo. «Il taoismo cerca l’equilibrio con il cosmo e l’armonia nel corpo, la compiutezza della vita terrena» ha detto più o meno. Il buddhismo, arrivato in Cina dall’India e contaminato da taoismo e confucianesimo, «considera la sofferenza connaturata all’esistenza umana e mostra il cammino per superarla anche attraverso un percorso di reincarnazioni». Il buddhismo - ha spiegato l’arguto Tony - ha attecchito perché, non puntando alla felicità e alla realizzazione in vita, era funzionale al dominio dell’imperatore.
Ok, è una spiegazione grezza e tagliata con l’accetta ma tocca accontentarsi di una certa sciatteria didattica.

Tutto ciò per parlare del viaggio, dei viaggi, di questa cavalcata dentro la Cina che è estasi e massacro, meraviglia e incredulità, grande bellezza e streptococco, euforia e mal di montagna, folle oceaniche e solitudine, allucinazione del futuro e arretratezza del passato.

Pechino (22 milioni di abitanti) è l’interminabile coda sotto il sole per entrare in Piazza Tienanmen, la grande muraglia gremita, il fulgore della Città proibita soffocata da un turismo feroce, la magia degli hutong, quartieri dai vicoli stretti tra case basse e grigie, lo sfavillio notturno del distretto dei tre laghi (Shichahai), gli spiedini di vermi e scorpioni. Pechino è l’approdo dopo un viaggio rocambolesco, l’odore di fumo e di cibo in albergo, una porta su Marte.

Xi’an (13 milioni di abitanti) è il primo imperatore e il suo esercito di guerrieri di terracotta a difenderne la tomba, un giro in bicicletta sulle mura, un po’ come a Lucca ma più grande e maestoso perché qui un po’ tutto è così. Una torre, un campanile, il primo autobus che non si scorda mai, una guida impeccabile, suprematista cinese, gente che dorme sui pouf di un McDonald’s, l’upgrade della stanza d’albergo dei ragazzi e la loro burina arroganza nell’abitare la suite presidenziale, un giro in hula hop, un massaggio, un’inondazione, un sentore apocalittico («Vivono nel futuro e non sanno gestire due ore di pioggia?).

A Chengdu (21 milioni di abitanti) sanno vivere e coniugare i ritmi lenti ed efficienza metropolitana. Anziani ballano in un parco e noi ci facciamo pulire le orecchie. Visitiamo strade antiche ricreate per i turisti, assaggiamo noccioline, ci concediamo un ristorante stellato al prezzo di una pizza, cerchiamo il sale del Sichuan senza trovarlo, faccio yoga in albergo e le caselline tornano tutte al loro posto.


La salita verso le montagne è un volo senza ali, un’emicrania feroce, Sneddu con il mal di gola e lo streptococco, in ospedale una dottoressa senza camice con scarpe di pelo a forma di cane. Ci fermiamo in un albergo affacciato sul paradiso. Io digiuno, atterrata dalla stanchezza, i maschi non digiunano mai. Tagong sono i templi buddhisti, un tamburo a scandire i nostri battiti, le praterie dei nomadi e degli yak, il latte, la panna e lo yogurt, un bambino guardingo, il fiato corto a 4.000 metri, la bomboletta di ossigeno spray a portata di mano, una cronica fiacchezza, la nausea da cibo cinese e piccante, la ricerca affannosa di un hamburger, un fiore blu in regalo perché «Siete belli».

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