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Privacy Week - la Community · May 21, 2026

La Macchina della Fiducia

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Privacy Week · Privacy Week - la Community

Questa è la newsletter della Community di Privacy Week. Ogni giovedì troverai punti di vista che fanno chiarezza e opinione su fatti di cronaca e novità che riguardano i temi più caldi della tecnologia: privacy, cybersecurity, fintech, intelligenza artificiale.

Riflessioni sulle frontiere cibernetiche del mondo: cybersecurity, privacy, AI.

di Matteo Navacci, data protection & cybersecurity advisor, co-fondatore di Privacy Week

Qualche settimana fa vi ho parlato della novità inserita nel DL Bollette, che andava a modificare il Codice del Consumo, vietando di fatto il telemarketing nel settore energetico (luce / gas) — salvo alcune particolari eccezioni.

Il tema è tra i più caldi di questa primavera, e il Garante Privacy ne ha approfittato per consolidare il sentimento organizzando un convegno riservato ai DPO del settore luce e gas — il più interessato dal teleselling.

Seguendo con Net Patrol Italia da anni diversi clienti in questo settore, ero tra gli invitati.

Quindi mi sono fatto queste 4 ore di convegno in cui si è parlato di tutto ciò che gira intorno al telemarketing: basi giuridiche, consensi, modalità e proporzionalità del trattamento, compravendita di liste, portali di comparazione…

Non ho la pretesa di poter sintetizzare tutti i dettagli che sono emersi in quel fiume di parole, ma voglio riportarvi qui alcune informazioni che ritengo essere rilevante non solo per il settore luce e gas ma per chiunque voglia intraprendere attività di marketing, in qualsiasi forma.

Partiamo proprio dalle basi, e so che qui alcuni storceranno il naso…

Il consenso non scade e non va “rinnovato”!

Quante volte mi sono sentito dire che il consenso scade dopo 24 mesi e che quindi bisogna comunicare al soggetto interessato la necessità di rinnovarlo? Quante aziende lo fanno ancora oggi? Ecco, il Garante ci ha messo una pietra tombale sopra: il consenso al trattamento dati è espressione di volontà del soggetto interessato, e se acquisito lecitamente non ha scadenza; perdura a tempo indeterminato fino a revoca esplicita.

L’equivoco nasce ovviamente dal famigerato provvedimento “fidelity card” del 2005, dove il Garante indicava una durata del trattamento massima di 12 e 24 mesi per finalità di profilazione e marketing nel contesto delle carte fedeltà. Qui l’Autorità si riferiva ai criteri di conservazione dei dati trattati (quindi inseriti in mailing list, sistemi di profilazione, ecc.) e non certo al fatto che dopo 12 e 24 mesi sparisse magicamente il consenso del soggetto interessato.

La questione è semplice: un’azienda non può utilizzare dati delle abitudini di acquisto più vecchi di 12 mesi per la profilazione, e allo stesso modo non può utilizzarli dati del genere più vecchi di 24 mesi per finalità di marketing. Ha senso: i dati di profilazione diventano obsoleti molto velocemente, e 12 mesi è in realtà un periodo sufficientemente lungo per svolgere tutte le analisi del caso.

Il concetto si collega al fenomeno del winback, attività molto di moda nel settore luce/gas, che consiste cioè nello svolgere campagne di marketing verso ex-clienti che passati con altro operatore. Qui in realtà i termini massimi per le campagne di winback sono inferiori rispetto a quanto previsto dal provvedimento fidelity card, ma il concetto è lo stesso: non è il consenso a scadere, ma il periodo di conservazione dei dati legato alla specifica finalità. Non è che non si può ricontattare un ex-cliente dopo 10 anni perché è scaduto il suo consenso, è che nella maggioranza dei casi quel termine di conservazione dei dati (email) non è proporzionale alla finalità perseguita (winback).

E poi si è passati al double opt-in. Altro tema spinoso che moltissime aziende si rifiutano di valutare. Il double opt-in per il Garante non è obbligatorio per legge (e come potrebbe), ma è una misura considerata adeguata a dimostrare che il consenso sia stato acquisito in modo lecito. E se proprio non si vuole cedere al double opt-in, di modalità per dimostrare la catena del consenso ce ne sono molte: ciò che conta è che i dati di tracciabilità (es. log tecnici) non siano modificabili liberamente. E no: mostrare in sede d’ispezione i flag sul CRM o su un foglio excel non è considerato sufficiente…

Infine, si è discusso del Codice di Condotta sul teleselling: qui il Garante è entrato a gamba tesa. Aderire al Codice o comunque rispettarne le disposizioni non è obbligatorio, ma in caso di istruttoria e ispezione saranno quegli elementi lì previsti ad essere valutati. Che significa? Che se un’azienda fa teleselling e non risulta pienamente conforme alle best practice del Codice di Condotta, sarà ritenuta (quasi) automaticamente in violazione di legge.

Vi lascio con un’infografica fatta sulla base dei miei appunti, quindi in nessun modo rappresentativa di tutti i temi trattati durante il convegno. Spero comunque che possa essere utile.

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Opinioni e approfondimenti sullo strano e velocissimo mondo del Fintech.

di Angelica Finatti, Blockchain Expert (bancario-assicurativo), TEDx Speaker

Poco tempo fa stavo ascoltando uno dei miei podcast preferiti quando ho sentito un parallelo interessante: le dot-com degli anni Novanta e l’hype contemporaneo sull’intelligenza artificiale. E lì ho pensato: ok, qui c’è materiale per un articolo.

Così ho iniziato a scavare un po’. Anche perché nel 1999 avevo quattro anni: giocavo al GameBoy Color con Pokémon Giallo e Kirby, giravo con una palla dei Chicago Bulls sottobraccio e convivevo con un Furby che terrorizzava mia madre. Difficile, quindi, ricordare davvero cosa fosse la bolla dot-com.

Eppure, atterrando su Pets.com, ho avuto un’illuminazione. Per chi non la ricordasse: Pets.com era un’azienda che vendeva cibo per animali online. Nel 1999 qualcuno pensò seriamente che spedire crocchette via internet fosse un’idea da miliardi di dollari. Bruciarono circa 300 milioni in nove mesi e poi svanirono nel nulla. L’unica cosa sopravvissuta fu la mascotte: un cane con un microfono, più memorabile dell’azienda stessa.

Ed eccoci nel 2025. Stessa atmosfera, ma su scala cosmica. Solo che questa volta la mascotte si chiama ChatGPT.

Chiariamo subito un punto, prima che qualcuno inizi a lanciare tastiere: nessuno sta dicendo che l’intelligenza artificiale sia una truffa o che stia per collassare come un soufflé venuto male. L’AI è reale. È utile. Probabilmente è persino più trasformativa di quanto immaginiamo oggi.

La domanda, però, è un’altra: quanto siamo disposti a pagarla? Perché i numeri iniziano ad assumere contorni quasi surreali.

Nel solo 2025, le startup AI hanno attirato 258,7 miliardi di dollari di investimenti globali. Tradotto: il 61% di tutto il venture capital mondiale è finito nell’intelligenza artificiale. Nel 2022 era il 30%. Oggi sei investitori su dieci sembrano convinti che l’unica cosa degna di esistere sia l’AI.

Se l’intelligenza artificiale fosse Sordi ne Il Marchese del Grillo, direbbe serenamente:
Io so’ io e voi non siete un c***.*”

OpenAI ha chiuso un round da 110 miliardi di dollari a una valutazione pre-money di 730 miliardi. Anthropic ha raccolto 30 miliardi con una valutazione di 380 miliardi. Per dare prospettiva: Anthropic oggi vale quanto il PIL della Danimarca. Una nazione intera. Non una startup.

Nel frattempo, OpenAI brucia circa 15 milioni di dollari al giorno solo per Sora. E i costi di inferenza — cioè il costo necessario per far rispondere un modello ogni volta che gli chiediamo qualcosa — sono passati da 3,76 miliardi nel 2024 a oltre 5 miliardi già nel primo semestre del 2025. Ed è qui che iniziano le analogie più scomode con la bolla dot-com. Quelle che all’epoca venivano nascoste sotto slide PowerPoint con grafici che puntavano sempre verso l’alto. Microsoft, Meta, Tesla, Amazon e Google hanno investito circa 560 miliardi di dollari in infrastruttura AI negli ultimi due anni. I ricavi direttamente collegati all’AI? Circa 35 miliardi.

Una ratio di 16 a 1 tra spesa e ritorno. Durante la bolla internet ci si allarmava già con rapporti di 10 a 1.

Poi arriva forse il dato più brutale di tutti: secondo uno studio del MIT, il 95% dei progetti pilota AI aziendali non produce impatti concreti, nonostante oltre 40 miliardi investiti nelle generative AI: 95%! È come comprare cento bottiglie di Champagne e stapparne cinque. Elegante, ma che spreco! Ed il motivo non è legato al progetto, ma all’approccio aziendale che focalizzandosi sul marketing tralascia le aree che beneficerebbero di più di questa tecnologia (aka backoffice, procurement, finanaza, etc).

E le red flag iniziano ad assomigliarsi tutte.

I “Magnificent Seven” — Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta e Tesla — rappresentano oggi tra il 34% e il 37% dell’intero S&P 500. È la concentrazione più alta degli ultimi cinquant’anni. Più alta persino di quella della bolla dot-com. Quando sette aziende tengono in piedi il mercato come Atlante reggeva il cielo, forse è legittimo chiedersi quanto sia stabile stare lì sotto.

Anche le valutazioni iniziano ad assumere tonalità decisamente teatrali: le aziende AI vengono scambiate mediamente a 23,4 volte i ricavi; i vendor di LLM superano spesso le 40 volte; le startup early-stage arrivano persino a 70 volte. Poi c’è il tema più delicato di tutti: i flussi circolari.

La Banca d’Inghilterra ha evidenziato come i principali player AI si alimentino a vicenda in un circuito che rischia di gonfiare artificialmente le valutazioni. Nvidia investe in OpenAI. Microsoft investe in OpenAI. OpenAI compra chip Nvidia. Praticamente “alla fiera dell’Est mio padre comprò”.

Naturalmente esistono anche differenze sostanziali. Ed è giusto riconoscerle.

Oggi i Magnificent Seven trattano intorno a 28 volte gli utili prospettici, molto meno rispetto alle 66 volte delle grandi aziende tech del 1999. E soprattutto generano cassa anche se poca. Non stanno semplicemente incendiando capitale senza paracadute. In più, l’adozione dell’AI è impressionante. Tre anni dopo il lancio di ChatGPT, l’AI generativa aveva già raggiunto il 54,6% di diffusione. Internet, nello stesso punto del suo ciclo vitale, era al 30%. I personal computer al 19,7%.

La tecnologia è reale. La domanda è reale. Forse il problema non è l’intelligenza artificiale in sé, ma il prezzo emotivo, finanziario e culturale che stiamo pagando per partecipare alla corsa. Anche perché, in parte, il prodotto siamo noi.

Ed è qui che torna in mente American Beauty: il protagonista investiva i risparmi di famiglia nelle dot-com mentre sua moglie si sforzava disperatamente di sembrare un’agente immobiliare di successo. Alla fine, i soldi evaporavano. L’illusione restava.

L’AI potrebbe davvero rappresentare il più grande cambio tecnologico della storia umana. Oppure potrebbe essere — contemporaneamente — una rivoluzione autentica e una gigantesca sopravvalutazione finanziaria. Esattamente come internet nel 1999: reale, rivoluzionario e sopravvalutato del 300%.

Secondo la Banca d’Inghilterra, le valutazioni potrebbero ridimensionarsi drasticamente se i costi infrastrutturali continuassero a crescere più velocemente dei ritorni economici. Nel frattempo, il 54% dei fund manager globali ritiene già di essere dentro una bolla.

Pets.com aveva un cane con un microfono.

Noi abbiamo un chatbot che scrive poesie e sbaglia i calcoli (ogni tanto). La mascotte è migliorata. Il resto staremo a vedere.

Dal 28 al 30 settembre 2026 torna la sesta edizione di Privacy Week. Tre giorni di confronto, formazione e networking su privacy, cybersecurity, tecnologie emergenti dedicati a imprese, professionisti, scuole.

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Appunti dal casinò delle false speranze.

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