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Privacy Week - la Community · Jun 25, 2026

D'identità digitali compromesse e "AI washing"

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Privacy Week · Privacy Week - la Community

Questa è la newsletter della Community di Privacy Week. Ogni giovedì punti di vista che fanno chiarezza su fatti di cronaca e novità che riguardano i temi più caldi della tecnologia: privacy, cybersecurity, fintech, intelligenza artificiale.

Riflessioni sulle frontiere cibernetiche del nostro mondo.

di Matteo Navacci, privacy & cybersecurity advisor, co-fondatore di Privacy Week

Ieri ho letto una notizia di cronaca che riguarda un provvedimento del Garante Privacy contro Lepida S.c.p.A. — gestore SPID — del 29 aprile 2026.

Il Garante contesta un modello applicativo e organizzativo che, per anni, ha attribuito a una rete molto ampia di operatori territoriali (più di 7.000) poteri di consultazione e download di dati personali relativi a oltre 1,5 milioni di identità digitali.

Gli operatori, che non erano necessariamente dipendenti diretti di Lepida ma anche dipendenti di Comuni, farmacie, CAF e così via, potevano consultare dati di utenti non gestiti dal proprio sportello, visualizzare transazioni, scaricare documenti di identità e tessere sanitarie, spesso senza una causale obbligatoria e senza tracciamento delle consultazioni.

I fatti, per me, sono gravissimi — e mostrano cosa cosa accade quando lo Stato, e i soggetti che rendono possibile l’accesso ai suoi servizi, costruiscono infrastrutture d’identità sempre più centralizzate senza interrogarsi fino in fondo sul prezzo da pagare.

SPID e Carta d’Identità Elettronica sono oggi la porta ordinaria — e spesso, di fatto, obbligata — alla vita amministrativa di una persona. A quel punto l’identità digitale è una chiave maestra che collega la nostra identità fisica a tutte le nostre caratteristi e necessità, talvolta molto sensibili.

Il rischio qui non è solo una violazione astratta del GDPR (o della NIS2).

Un sistema d’identità digitale può rendere una persona localizzabile, collegabile a una pratica, riconoscibile attraverso i documenti, raggiungibile fisicamente. Una donna che sfugge a un ex violento, una persona anziana, una persona con disabilità, un imprenditore esposto, un attivista, un possessore di patrimoni rilevanti: tutti possono diventare target quando l’identità digitale diventa una superficie d’attacco.

La Francia ci offre un monito duro. Un’ex agente del fisco è accusata di avere usato gli accessi ai sistemi dell’amministrazione per reperire e trasmettere dati a soggetti criminali, anche su persone attive nel settore delle criptovalute.

Nello stesso periodo, la Francia è stata colpita da numerosi sequestri ed estorsioni contro persone legate al mondo crypto, con episodi di violenza estrema e mutilazioni allo scopo di estorcere i fondi. E chi dice che tra quei 7.000 operatori non ci sia qualcuno che ha avuto accesso ai dati per scopi criminali per i quali sarà impossibile dimostrare un nesso causale diretto?

Il legislatore tende a presentare l’identità digitale centralizzata come una conquista: più servizi, più integrazione, più obblighi di autenticazione, più efficienza. Ma la domanda da porre è: c’è davvero tutto questo bisogno d’identità digitale? C’è davvero bisogno di obbligare tutta la popolazione italiana a consegnare nelle mani altrui la propria identità (comprensiva di dati biometrici, per la CIE) soltanto per accedere a dei servizi online? E perché nel 2026 siamo ancora fermi a identità digitali centralizzate, quando esistono da tempo alternative decentralizzate che annullano del tutto i fenomeni di cui stiamo discutendo oggi?

Qui serve una valutazione di proporzionalità a monte. Una valutazione di impatto democratica: quale rischio si crea centralizzando? Quanti soggetti potranno interrogare o collegare quei dati? Qual è il danno plausibile se un insider si vende, se un account viene compromesso, se una filiera di fornitori fallisce?

La sanzione di 100.000 euro (poi dimezzata a 50.000) è assolutamente insufficiente. Non perché il caso debba produrre una pena esemplare, ma perché una sanzione deve essere commisurata alla gravità sistemica del rischio creato. Che senso ha sanzionare enti come Enel o Tim per milioni di euro per attività di teleselling aggressivo, quando qui i rischi sono molto — molto più rilevanti?

In ogni caso: qui il problema è alla base. L’etica dell’identità digitale dovrebbe dire qualcosa di ancora più radicale: l’identificazione deve essere minima. SEMPRE! Non è auspicabile che ogni cittadino debba essere trasformato in un record consultabile per ottenere un servizio pubblico. Il giorno in cui capiremo che il futuro è l’identità digitale decentralizzata e distribuita (self-sovereign identity) sarà sempre troppo tardi.

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Opinioni e approfondimenti sullo strano e velocissimo mondo del Fintech.

di Angelica Finatti, Blockchain Expert (bancario-assicurativo), TEDx Speaker

C’è una frase di Atticus Finch, ne Il buio oltre la siepe, che dovrebbe essere appesa in ogni redazione che scrive di intelligenza artificiale: non puoi davvero capire qualcosa finché non provi a guardarlo dal punto di vista giusto, infilandoti nei suoi panni.

Applicato ai numeri sull’AI che toglie il lavoro, il consiglio è oro puro: i dati ci sono, sono reali, ma il modo in cui li guardiamo cambia completamente la storia che raccontano. Un po’ come Boo Radley: fa paura finché resta un’ombra dietro la siepe, ma alla fine – spoiler alert – è quello che salva la situazione. Spero di non aver rovinato il libro a nessuno.

Quindi mettiamoci comodi, niente panico da titolo clickbait, e guardiamo i numeri come si deve.

Nel 2026 il tech globale ha tagliato circa 93.000 posti, di cui 47.000 collegati all’AI, con proiezioni a 300.000 entro fine anno, ammesso e non concesso che il trend regga.

Numeri da incubo, se letti su Twitter alle due di notte con l’ansia da ricerca della fase rem. Ma in Italia, scendendo dal generico al concreto, i casi sono pochi e nemmeno così cinematografici:

  • Nielsen Media Italy (Assago): 43 dipendenti, dati Auditel ora prodotti da algoritmi.

  • InvestCloud (Marghera): 37 licenziamenti, ufficialmente “colpa dell’AI”, in realtà una riorganizzazione globale con l’AI più come comparsa che come villain ufficiale.

Qui arriva il primo twist alla Sesto Senso: tante aziende dicono “AI” quando intendono “tagliamo i costi”, perché suona più moderno agli investitori. Non ricorda qualcosa? Credo che Ned Ludd c’entri qualcosa (nda. non penso che i telai meccanici della fine del Settecento si fossero distrutti da soli). Forrester Research lo chiama AI washing: circa la metà dei tagli “strutturali” potrebbe essere riassorbita entro due anni con riassunzioni, magari pagate peggio.

Insomma, non tutto ciò che luccica nei comunicati stampa è davvero intelligenza artificiale. Dopotutto, i luddisti dell’Inghilterra ottocentesca non se la prendevano con la tecnologia in sé, ma con il modo in cui veniva usata per comprimere salari e sostituire lavoratori.

Prima che però iniziamo con insurrezioni in piazza, bandiere e slogan, dobbiamo sapere che il Tribunale di Roma – con la sentenza 9135/2025 – ha già messo un punto fermo, quasi alla Atticus Finch, mi verrebbe da dire, in aula: l’AI da sola non basta a giustificare un licenziamento, serve la prova di una crisi vera e l’impossibilità di ricollocare la persona. E dal 10 giugno 2026, per legge, nessun licenziamento può essere deciso solo da un algoritmo: serve sempre un essere umano che si prenda la responsabilità. Anche la burocrazia, ogni tanto, ha senso dell’umanità.

I numeri strutturali, quelli dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, raccontano un’altra velocità: il 61% dei lavoratori dice che l’AI ha già cambiato il modo di lavorare, ma la stima di posti realmente automatizzati entro il 2033 è del 18% (3,8 milioni).

E la BCE, su 5.000 aziende europee, non trova ancora differenze occupazionali significative tra chi usa l’AI e chi no. Il settore più esposto in Italia, comunque, non è il tech: sono le banche, con 26.000 posti a rischio entro il 2030. Colpo di scena amici ascoltatori!, come avrebbe detto il buon Mike.

Sapete però cosa mi viene in mente? Il problema opposto. Se in Italia il rischio è “troppa AI per pochi compiti”, in Cina il problema è quasi rovesciato: troppi laureati per troppo poco lavoro coerente. Nel 2026 si laureano 12,2 milioni di studenti, mentre la disoccupazione giovanile urbana oscilla tra 16,5% e 16,9% — lontana dal picco del 21,3% del 2023, per cui si era deciso di smettere di pubblicare la classifica, ma sempre quattro volte la media nazionale.

Ed ecco il vero colpo di scena, degno di un finale alla Matrix: mentre milioni di laureati cercano scrivanie che non esistono, il settore manifatturiero cinese segnala oltre 30 milioni di posti vacanti per mancanza di manodopera specializzata. Risultato: circa 19 milioni di cinesi, tra laureati, migranti di ritorno e veterani, sono tornati nelle campagne. Un reskilling newage insomma. Il 20% di loro lavora oggi letteralmente nei campi — spesso mescolando agricoltura tradizionale e live streaming, anche perché anche un trattore può avere un profilo social oggi e far vedere le sue daily routine o OOTD (outfit of the day).

Non è quindi solo colpa dell’AI, ma è un disallineamento tra ciò che il sistema educativo produce e ciò che il mercato chiede davvero.

Non a caso Pechino corre ai ripari con sussidi alle assunzioni e 1.000 nuovi corsi universitari per riallineare le competenze, ma il punto non è se l’AI “ruba il lavoro” o se la Cina “ha sbagliato tutto con l’istruzione”. Il punto è che ogni numero va guardato indossando le scarpe giuste: quelle di chi quel posto lo ha davvero perso, e quelle di chi quel posto lo sta cercando senza trovarlo. In entrambi i casi, italiano e cinese, non è la tecnologia o l’istruzione il vero nemico — è la velocità con cui il mondo cambia rispetto alla velocità con cui le persone (o i sistemi) possono adattarsi.

È il divario crescente tra il ritmo dell’innovazione e il ritmo con cui individui, aziende e istituzioni riescono a stare al passo. Come Boo Radley insomma: ciò che osserviamo da lontano spesso fa più paura di ciò che comprendiamo davvero. E se il buio oltre la siepe continua ancora a inquietarci, potrebbe essere semplicemente perché non abbiamo ancora trovato l’angolo giusto da cui guardare.

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