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Diari Randagi · Jun 29, 2026

Ma sì, buttelo

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Diari Randagi · Diari Randagi

ao!

al mulino stiamo organizzando i prossimi viaggi, le prossime store da raccontare.

Con il secondo piano che, dopo un anno, è ancora un cantiere, e tutti i lavori che facciamo per ritagliarci tempo e soldi per le cose che vorremmo fare davvero, dai libri ai documentari, la vita qui dentro sembra una rincorrere continuamente noi stessi.

Però che bel caos, nonostante tutto.

E poi siamo fortunati anche per dove viviamo: Monte Sacro è un paese nella città e anche una passeggiata dall’elettricista diventa un racconto.

E quindi, eccolo qua.

Ciao, statemi bene e a presto!

“Buttelo”

Gliel’ho sentito dire per telecomandi a cui sarebbe bastato cambiare le batterie.

“Ma sei sicuro Vincè? Magari è ‘na roba de contatti…”

“Fidate, buttelo.”

Vincenzo è l’elettricista di Monte Sacro.

È un bel quartiere, Monte Sacro, perché siamo a quindici minuti da Termini e a quindici minuti dalla Riserva della Marcigliana, oltre il raccordo.

Siamo fuori e dentro al mondo.

E anche Vincenzo è fuori e dentro al mondo.

Ogni mattina, nei giorni feriali, arriva a piazza Sempione su una Vespa scassata, bestemmia contro qualcuno fermo al semaforo e parcheggia davanti al suo negozio.

Alla porta c’è attaccato un campanello che suona come tosse rotta quando entra un cliente.

E non suona spesso.

Quando passo davanti al negozio di Vincenzo e lo vedo seduto dietro al bancone a scrollare il cellulare, apro sempre la porta per salutarlo. Non perché a lui freghi qualcosa di me, né a me di lui.

Lo faccio per il campanello, poveraccio.

“Buttelo”

“Dice? È che ci tengo molto a questa lampada. Sa, era di mia madre mort...”

“Ma sì, roba de cinesi. Buttelo”

Quando qualcuno sbatte con rabbia la porta a vetri del negozio, tremano tutte le ciabatte multipresa appese ai muri e il campanello ruggisce libero.

Mi piace sentirlo così.

Non credo che Vincenzo abbia mai aggiustato nulla in vita sua. Mio zio dice di sì. Dice che negli anni ‘90 Vincenzo faceva davvero l’elettricista e sistemava fili, raddrizzava dentini, sostituiva commutatori e domava le 220 volt di tutto il quartiere.

Ma mi sembra così strano.

Il Vincenzo che conosco io dice solo “buttelo”.

Magari gli è successo qualcosa, qualcosa di umano.

Magari qualcosa di sociale, politico.

Magari si è rotto i cojoni.

Da piccolo pensavo lo facesse per spingerti a comprare qualcosa di nuovo e venderti all’istante una nuova torcia, una nuova macchinina elettrica.

La sua personale lotta ad Amazon.

Ma no. Dopo “buttelo”, le discussioni si chiudono lì. Lui torna al cellulare e il cliente esce socchiudendo o sbattendo la porta.

Allora oggi ho deciso.

Quando apro la porta il campanello scatarra e Vincenzo alza appena gli occhi.

“Ah, sei te.”

Lo dice sempre così, senza interrogarsi. Come si direbbe “piove” o “è lunedì”.

Io annuisco e basta. Non serve altro. Io non ho nome, io sono “il nipote di Giandomenico” e va bene così.

Dentro il negozio l’aria è da vent’anni un misto di plastica calda, polvere elettrica e cose lasciate a metà. Ogni oggetto ha un posto e nessuno una funzione.

Sul bancone c’è sempre qualcosa che “si deve vedere”. Una lampada senza paralume. Una presa smontata. Un filo che non porta da nessuna parte. Tutto in uno stato di attesa permanente.

Le cose, sedute, riflettono. Ma nessuna decide.

Vincenzo nemmeno.

“Che c’hai?”

Lo chiede senza guardarmi.

“Mio zio ha una luce che non va.”

Lui annuisce appena, come se la frase gli bastasse per immaginare tutto il resto del mondo.

Poi si gira verso il bancone, verso quello che non è più un banco da lavoro ma una specie di archivio del possibile. E dice:

“Lascia sta.”

“No Vincè, gli serve, sta a finì dei lavori, è una luce su misura che hai fatto tu vent’anni f...”

“E buttelo.”

“Ma buttelo cosa Vincè, è una luce incassata che hai fatto te, gigante. Bella. Che devo buttà?”

“Vabbè, ma a te nel caso te rimane qualcosa in mano, nel caso, buttelo.”

Io annuisco. E lo so che non è una battaglia tra me e lui.

Non è neanche più una risposta. È solo un modo per chiudere le cose senza aprirle.

Tutte queste cose che si possono ancora riparare e tutte quelle che hanno già deciso di non farsi più toccare.

Che abbiamo già deciso di non toccare più.

Esco dal negozio senza aggiungere altro.

Il campanello tossisce quando la porta si richiude.

Per la prima volta mi sembra che non stia suonando per me, per salutare i clienti.

Ma per la luce di mio zio.

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