ao!
Stiamo in giro nel Nord.
Non dormiamo mai e incontriamo una persona dopo l’altra: sembra di vivere una maratona di speed dating. Lavoriamo e andiamo veloci, ma ognuna di queste persone ha una sua storia e allora che fai, non gliela chiedi?
Questa è una di quelle storie.
Buona lettura, buona domenica e stamme bene!
In un paesino del Trentino che non nominerò perché l’ho promesso, Jackie entrò nel bar.
Il bar era ancora lì.
La porta con il vetro opaco, il bancone graffiato, le sedie comprate prima che lui nascesse e mai più cambiate.
Fuori c’era la stessa strada che aveva percorso mille volte da ragazzo, quando usciva di casa con la chitarra sulle spalle e la voglia di essere arrabbiato.
Intorno alla strada, c’era il paese.
Nel paese c’erano duemila abitanti. E Jackie li conosceva tutti: quando aveva vent’anni era in una rock band ed era l’idolo di tutti e duemila.
Suonava in giro per sagre, piccoli locali, palchi montati male tra le valli.
Jackie era il frontman.
Aveva la voce rotta, i capelli lunghi e la sicurezza di chi non ha ancora avuto il tempo di dubitare di sé.
Si cambiò nome: da quel momento, per tutti, fu Jackie.
Scriveva canzoni.
Dentro ci metteva tutto quello che aveva imparato nei suoi pochi anni di vita. Le frasi sentite al bar, le battute degli adulti, le parole che tutti ripetevano e nessuno spiegava, perché nessuno le aveva mai messe in discussione.
Erano semplicemente nell’aria, come il rumore dei trattori la mattina e l’odore di hashish fuori dai locali.
Jackie era cresciuto in un posto dove certe parole passavano da una bocca all’altra.
Per caso, cominciò a viaggiare.
Concerti sempre più lontani, una mezza tournée, un palco in Francia.
Una sera, in una discoteca di Bergamo, un ragazzo gli si avvicinò e gli chiese il numero.
Jackie gli rise in faccia.
Perché non sapeva che altro fare.
Tornò dagli altri della band e raccontò quello che era successo.
Risero tutti.
Qualcuno disse una parola.
Jackie la ripeté e gli uscì dalla bocca con la naturalezza di chi la pronuncia da sempre.
E subito si ritrovò a chiedersi perché l’avesse fatto.
Lentamente, il tempo cominciò a fare quello che fa e portò facce dentro parole che prima erano vuote.
Un ragazzo gli prestò una chitarra prima di un concerto.
Un altro gli lasciò le chiavi di casa.
Persone che aveva imparato a chiamare prima con una parola e solo dopo con un nome.
Perché nel suo paese certe idee erano come il dialetto e le imparavi prima ancora di sapere che esistessero altre lingue.
Si trasferì, andò via.
E solo anni dopo, in un paesino del Trentino che non nominerò perché l’ho promesso, Jackie entrò nel bar.
Qualcuno lo riconobbe.
“Ma sei il figlio del Gianni tu, sei Claudio che c’ha la banda che suona, eh?!”
Il barista si mise a cercare una vecchia canzone sul telefono e dalle casse bluetooth del bar uscì una voce giovane.
La conoscevano tutti.
Era la sua.
Gli altri sorridevano ricordando quei tempi.
Jackie ascoltava una voce che non aveva ancora incontrato niente.
Sentiva quel ragazzo cantare con una spavalderia che gli faceva tenerezza.
Non gli sembrava cattivo, solo piccolo.
Piccolo abbastanza da credere che il mondo finisse dove finiva il suo paese.
Al massimo quello dopo.
Piccolo abbastanza da scambiare il rumore di casa per la musica.
Piccolo abbastanza da non sapere che molte delle cose che chiamava “idee” erano soltanto pezzi del posto in cui era cresciuto.
E che non basta conoscere nuove persone per cambiare.
Bisogna ammettere che gli altri sono diversi da come pensavi e accettare che sei diverso da quello che credevi.
Accorgersi che le convinzioni non sono “idee”, ma pezzi di identità e che lasciarle andare significa perdere una parte di te.
La cosa più difficile da fare quando l’unica cosa che hai sei proprio tu.
Jackie ascoltò in silenzio tutta la canzone e poi la canzone finì.
Nessuno disse niente e fuori era cambiato poco.
La strada era la stessa.
Il paese era lo stesso.
Era solo Jackie ad essere arrivato da un posto lontanissimo.
Non un altro paese.
Un’altra versione di sé.
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