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Piano P · Jul 23, 2026

La storia in diretta

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Piano P · Piano P

In una scena di Tutti gli uomini del presidente (1976), il celebre film sullo scandalo Watergate (lo spionaggio politico nei confronti del Partito Democratico), Bob Woodward (interpretato da Robert Redford) compulsa una serie di elenchi telefonici in uno sgabuzzino della redazione del Washington Post. Sta cercando il numero di Kenneth Dahlberg, responsabile finanziario della campagna elettorale del repubblicano Richard Nixon nel Midwest, e dopo molti tentativi riesce a trovarlo.

La scena è lunga e lenta (il film è pieno di questi momenti che rompono il ritmo, però almeno non contiene scazzottate in stile “anche gli angeli mangiano fagioli” come L’Odissea di Christopher Nolan…), ma è importante per diversi motivi. Intanto per la vicenda in sé, perché un assegno di 25mila dollari firmato da Dahlberg costituì una delle prime piste dell’inchiesta che Woodward condusse assieme a Carl Bernstein, interpretato da Dustin Hoffman, sulle intercettazioni illegali nella sede del Comitato Nazionale Democratico. Ma vale soprattutto come testimonianza, come reperto storico. Il film di Alan J. Pakula è considerato il manifesto del giornalismo investigativo, un giornalismo d’altri tempi, in cui trovare il numero di telefono dell’abitazione di un personaggio, nell’angolo più lontano del Paese, consentiva di ricevere una risposta dall’altro capo della linea e chiedere conferma di una notizia.

Non so se esistano tuttora elenchi telefonici cartacei né quanti miei colleghi verifichino ancora direttamente le informazioni senza affidarsi solo ai comunicati stampa o ai post sui social. Di sicuro, non esistono più macchine e strumenti che venti o venticinque anni fa consideravamo i ritrovati più avanzati della tecnologia, indispensabili per “fare i giornali”: l’infotec con i rotoli di carta termica, il telefax, i dimafoni, il Tandy (il primo terminale “sciocco” per inviare gli articoli da remoto direttamente nel sistema editoriale), la posta pneumatica. Oggi è tutto online, digitale, impalpabile, apparentemente a portata di un clic, e forse per questo si è affermata l’idea che il giornalismo non abbia più valore, che l’informazione debba essere gratuita. Allora come oggi, invece, fare questo mestiere comporta studio, competenza, coraggio, conoscenza e rispetto delle regole, intuito, fatica, sacrificio, e anche una buona capacità di adattamento alle situazioni più diverse. Capire in che modo il giornalismo si è evoluto, insieme alla tecnologia, può aiutare a correggere alcune convinzioni sbagliate e a immaginare quale sarà il suo futuro, ovvero il modo in cui continueremo a conoscere il mondo.

Con Tommaso Pellizzari e Daniele Manca, siamo partiti da queste considerazioni per raccontare, in una serie in 5 episodi, per i 150 anni dalla fondazione del Corriere della Sera, che cos’è oggi quel giornale e come potranno essere i suoi prossimi 150 anni: la costruzione delle informazioni, la scelta delle notizie, i metodi per interpretarle e contestualizzarle, gli approfondimenti, le gerarchie fluide dei siti internet, l’affermazione di fenomeni come i podcast o le newsletter. Come sai, non amo indulgere in autocompiacimenti superlativi, ma questa volta ammetto che il risultato ha sorpreso anche me. Per la lucidità di analisi delle colleghe e dei colleghi che abbiamo intervistato, per la loro profondità di pensiero, la competenza, il rigore. Ascoltandoli, si capisce perché, sia pure in presenza di alcune scelte opinabili (la foto in prima pagina dei baci saffici di Elodie al Gay Pride o l’intervista a Rocco Siffredi sul suo ritorno sulle scene, per fare due esempi, ma so anche che provare a vendere i giornali significa mirare alla pancia, oltre che alla testa, dei lettori), il Corriere continui a essere un’istituzione autorevole e attendibile, in un Paese sempre più velenosamente e rozzamente polarizzato.

Per evitare il rischio dell’autocelebrazione, abbiamo chiesto a Valeria Perdonò, un’attrice che ha già prestato la sua voce a un’altra bella serie di Piano P sulle ultime dottoresse dell’Afghanistan e a numerosi eventi della Fondazione Corriere della Sera, di accompagnarci come voce narrante. E soprattutto abbiamo limitato le rievocazioni storiche a pochi aneddoti, perlopiù inediti. Piuttosto, ci premeva raccontare “in diretta”, dietro le quinte, la storia che il Corriere sta facendo ogni giorno, trasformandosi in un sistema multipiattaforma, tra guerre, pandemie e Intelligenze Artificiali. Un’ottima opportunità per parlare di geopolitica, di cronaca, di storia, di cultura, e di come un grande giornale cerchi di interpretarle rimanendo sempre credibile.

I cinque episodi di 150.0 – Corriere Startup sono disponibili in tutte le app per i podcast e su corriere.it. Ti consiglio davvero caldamente di ascoltarli.

Se avessi avuto il numero di cellulare di Luca Misculin, gli avrei scritto un messaggio su whatsapp: «Sappi di avere una grossa responsabilità. Mi hai fatto venir voglia di andare al cinema a guardare un kolossal, cosa che non faccio mai». La responsabilità è doppia, perché il kolossal non mi è piaciuto, ma resta il fatto che il podcast che Misculin ha realizzato per il Post, Come inizia l’Odissea, è scritto benissimo e vale la pena ascoltarlo per intero. Luca non parla solo di storia e di leggende antiche, ma anche di linguistica, di geografia e di geopolitica, con riferimenti ad altri capolavori dell’epica letteraria: insomma, di tanti aspetti che restituiscono l’idea di una lettura complessa e sfaccettata dell’opera di Omero. Una bella responsabilità.

Un saluto da Carlo Annese.

Read the original on pianop.substack.com

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